Sergio Fumich è nato a Trieste nel 1947. Ha svolto attività pubblicistica dal 1978 al 1995 come collaboratore del quotidiano di Lodi Il Cittadino. È stato direttore responsabile di alcuni fogli locali e della rivista di poesia Keraunia. Ha pubblicato libri di poesia e di racconti, libri di fotografia e grafica, libri ed opuscoli divulgativi.

Identificativo SBN: IT\ICCU\CFIV\106311
ISNI: 0000 0000 3584 7165



TRADUZIONI

Libri e Testi online


La traduzione è quel qualcosa che trasforma tutto in modo che nulla cambi.

(Günter Grass)


CIÒ CHE IO CREDO

Emma Goldman

CIÒ CHE IO CREDO
Traduzione di Sergio Fumich

ISBN 978-1291583045 - Brossura, 36 pag.

Nel suo articolo, What I Believe (Ciò che io credo), pubblicato dal New York World il 19 luglio 1908, scritto in risposta alla vasta di­sin­for­mazione pubblica riguardante l'anarchia e il movimento anarchico, Emma Goldman con­tra­sta sistematicamente le calunnie contro di lei e descrive a grandi linee il suo approccio a­nar­chi­co alle questioni relative alla proprietà, al governo, al militarismo, alla libertà di opinione e di stampa, alla chiesa, al matrimonio e l'amore, alla violenza.

L'IDEALE E IL MITO

Sergio Fumich (a cura)

L'IDEALE E IL MITO
Scritti di Élisée Reclus, Voltairine De Cleyre, Alexander Berkman, Clarence Darrow

ISBN 978-1409210535 - Brossura, 96 pag.

Quattro testi brevi tratti dal vasto panorama libertario e progressista internazionale del­l'Ot­to­cen­to e del primo terzo del Novecento, testi di significativi pensatori, poco noti o non ancora tradotti in italiano prima d'ora.

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L'IDEALE E LA GIOVENTÙ

Élisée Reclus

L'IDEALE E LA GIOVENTÙ
Traduzione e cura di Sergio Fumich

eBook (PDF), 30 Pagine

Élisée Reclus nei gio­va­ni del suo tempo fustiga la mol­lez­za, la mancanza d'en­tu­sia­smo e d'energia, d'i­de­a­le per dirla in una parola; e critica i metodi d'e­du­ca­zio­ne, in particolare del­l'u­ni­ver­si­tà. La volontà di migliorarsi, di cambiare il mon­do sono normalmente sacrificati alla sot­to­mis­sio­ne e al gusto del guadagno. Ma Reclus an­nun­cia una nuova era. Il libro, nonostante l’età, ha ancora, mutatis mutandis, una fresca attualità.

Sergio Fumich
Da:
A CHILD'S GARDEN OF VERSES
FOR THE REVOLUTION
di William Eastlake

Keraunia - Rivista di Poesia
Anno II, numero 2 - 1992

Nota - Difficile dire quanto la poesia di William Eastlake risulti oggi datata. Poeta completamente americano, gli argomenti della sua poesia sono gli indiani, i negri, il Vietnam (siamo nella seconda metà degli anni sessanta), il progetto spaziale e i personaggi della cronaca del tempo. La sua è poesia quasi a voce, scritta in un linguaggio non più quello libero (ma con le sue regole) della corrente beat e dopo-beat, ma quello dei posters e dei manifesti americani, fatto di messaggi sarcastici e perentori. Scrittore di romanzi e di racconti, ha vinto due premi O. Henry per il racconto e nel 1972 il premio francese Les Lettres Nouvelles per il miglior romanzo straniero dell'anno. Le sue opere sono state tradotte in tredici lingue. L'aver usato per lo più l'endecasillabo nella riscrittura dei testi vuol essere una provocazione nella provocazione (l'altra, quella di riproporre Eastlake oggi, forse per dire che dietro al muro abbattuto c'è ancora un muro più alto più immane da abbattere).



"LA GENTE DELLA LUNA"

La gente della luna, sulla faccia
nascosta della luna, attende il suo
momento. Sono curiosi ma attendono.

Hanno localizzato la bandiera
americana da noi lasciata
sul lato illuminato della luna.

Verranno fuori allo scoperto, a darci
il benvenuto, quando sarà libera
la costa. Noi, pure, stiamo aspettando,

com'è nostra abitudine del resto,
che la gente del lato buio si faccia
viva, così potremo bombardarla.
Son dopotutto, un popolo di neri.


"STANNO COSTRUENDO I VECCHI"

Stanno costruendo i vecchi separati
villaggi ove morire.
Pietà abbiate dei vecchi.

Non hanno nulla i giovani, nessuna
saggezza da imparare
dai vecchi. I giovani ben volentieri,
anzi, ai vecchi darebbero lezioni
dall'inferno alla prima colazione.
Pietà abbiate dei giovani.

Di vivere i vecchi
sospettano i giovani.
Sospettano i giovani
i vecchi di morire.
Pietà abbiate dei vecchi,
pietà abbiate dei giovani.


"ADAMO ED EVA"

Adamo ed Eva erano americani,
non forestieri. E nel Sud California
fu creato Dio. Fa piacere sapere
che questa gente famosa ha avuto
lo stesso nostro background; fa piacere
sapere ch'è venuta dalla stessa
nostra nazione, che le stesse guerre
ha combattuto, che ha guadagnato
le nostre stesse medaglie, ch'è stata
sepolta nella nostra stessa polvere;
fa piacere sapere che questa gente
famosa con la stessa indifferenza
dall'Universo è stata trattata.


"UN PENSIERO SOLTANTO"

Un pensiero soltanto l'uomo bianco
aveva quando in America venne
- sparare su tutto ciò che si muove.
Un bel mattino del Sud Carolina
il Sud s'accorse che il Nord si moveva.
L'uomo bianco s'accorse che l'indiano
si moveva, che il negro si moveva,
che i fiumi e i laghi e le foreste e il cielo
e l'oceano e l'aria tutto tutto
sembrava muoversi ed allora l'uomo
bianco ogni cosa sterminò l'indiano
il negro e l'acqua e l'aria e la foresta.

L'uomo moderno vi dirà che no!
no! non possiamo avere proprio no!
una rivoluzione per tornare
a respirare dell'aria pulita.
Se l'uomo luccicanti rivedesse
le stelle in cielo gli verrebbe un colpo
l'infarto per la troppa meraviglia.

Vi giuro che non solo sopravvivere
noi possiamo alla vista delle stelle,
ma - ed è questa da sempre la maggiore
angoscia che tormenta l'uomo, - noi
possiamo reggere alla vista l'uno
dell'altro, e... se costretti... di noi stessi.
Possiamo dentro noi stessi scrutare
e guardarci l'un l'altro. Noi possiamo
scrutare nel profondo di noi stessi
e scoprire l'America, possiamo
ora noi per la prima volta. Sotto
i detriti le scorie soffocanti
della glorificata civiltà
da qualche parte noi esistiamo, vivi
e senzienti. L'America respira
ancora debolmente, debolmente
respira ancora, debolmente ancora
respira.

               E venne il dottore. Una rapida
occhiata diede all'America, ossigeno
egli prescrisse e giubbotti antiproiettile
ed un trapianto cardiaco e una dose
di qualche cosa di cui possedeva
- lui, il dottore, - le azioni. Così disse
la Società Medica Americana:
Fratelli americani noi soffriamo
di socialismo strisciante. Ci vuole
una robusta inezione di sano
rude individualismo. Tempi duri.
Ed io son pronta a curare l'America
affatto gratis. La vostra fiducia
senza timore riponete in me.
Firmatemi un assegno in bianco ed io
ridarò - statene certi! - con l'aiuto
di Dio, alla nostra America quel suo
bel colorito roseo da becchino.



QUADERNO DI TRADUZIONI

Sergio Fumich

QUADERNO DI TRADUZIONI
I testi per la rivista Keraunia e altri inediti

ISBN 9781409208259 - 52 pag.

Il libro contiene tutte le tra­du­zio­ni effettuate dal­l'au­to­re per la rivista di poesia Ke­raunia e altre traduzioni inedite.


Sergio Fumich
POETI BRASILIANI CONTEMPORANEI
Traduzioni pubblicate nella rivista Keraunia.



Iacyr Anderson Freitas
OS TRABALHOS
( I LAVORI )
da Sìsifo no espelho, Edições D'Lira, Juiz de Fora 1994
in: Keraunia, anno V, numero 20, febbraio 1995.

i motori della parola
ci invadono il sonno,
dura macchina.

dov'è silenzio, oh purissimo,
notte,
c'è di certo qualcosa

: qualche nome da dare
l'invenzione di una nuova essenza
qualche parola

piccola
impercettibile



Ronaldo Cagiano
ENTRE PARÉNTESIS
( FRA PARENTESI )
da Palavracesa, Editora Cataguases, Brasília 1994
in: Keraunia, anno V, numero 21, aprile 1995.

In me combattono
ragione ed emozione,
questa vecchia lotta anatomica.

Il mio cuore
parla per il corpo intero;
mentre la sua passione e follia,
l'ordine iberna tedioso.

Se cerco l'ingranaggio,
non mi trovo: inconclusa struttura.

Quando tento di capire
il rituale fisiologico,
la mente grida e si abbozza
in adrenalina e Eros.

Quando la macchina reclama
il tuo posto,
mi risuscito fuori di me,
alla larga dalla ragione inappellabile.

Mentre il corpo è discorso e disciplina,
la testa è esercizio e sentimento.



Guido Bilharinho
INFÁNCIA
( INFANZIA )
da Compasso, n. 3, giugno/ottobre 1994
in: Keraunia, anno V, numero 22, giugno 1995.

di giada e azzurro
                                 tempo

in prefigurazioni
                              fiore

per esistere
                      pietra

essere e costruirsi
                                  esistenza


Fernando F. Fiorese Furtado
MULHER DORMINDO
( DONNA DORMIENTE )
da Compasso, n. 3, giugno/ottobre 1994
in: Keraunia, anno V, numero 22, giugno 1995.

appena l'anima dorme
il corpo insonne
                             lavora
i minerali del sonno
               sostiene il panico
il naufragio
nella penombra
                             fuoco e erba
i muscoli danzano
chini sopra il niente

gli occhi no
gli occhi sognano
               all'ombra dell'anima
-- e sopravvivono
                               al diluvio


José Emílio-Nelson
CONSTERNAÇÃO
( COSTERNAZIONE )
da Compasso, n. 1, marzo/aprile 1994
in: Keraunia, anno V, numero 22, giugno 1995.

Un cielo rasente alla terra.
Negli ultimi giorni.
Il mare,
il suo sentimento aspro per le cose,
tinta incerta, lustro.
Non c'è respiro.
Non c'è niente.

Continui, mi disse costernato.


Milton de Godoy Campos
A EFÉMERA INOCÊNCIA
( L'EFFIMERA INNOCENZA )
da Jornal da Taturana, n. 64, marzo/aprile 1993
in: Keraunia, anno V, numero 22, giugno 1995.

Purezza di brezza delle mattine
                        tanto repentinamente
                        dissolta per il sole
                                     gabbiano
che si libra un momento nel cielo
                                             e
                        cade per sempre


Flávio Rubens
SEM TÍTULO
( SENZA TITOLO )
da Jornal da Taturana, n. 64, marzo/aprile 1993
in: Keraunia, anno V, numero 22, giugno 1995.

La luce della strada è scura
                 e non opaca
nell'intendimento semantico;
rinvigorendo la tesi
di opposti non analoghi.


Silvério Ribeiro da Costa
ALEGRIA DOS RIOS
( ALLEGRIA DEI FIUMI )
da da Notas Literárias, n. 29, dicembre 1994
in: Keraunia, anno V, numero 22, giugno 1995.

Tutta l'allegria dei fiumi
risiede nella loro traiettoria,
nelle languide e lunghe carezze
che fanno nelle loro rive,
fertilizzandole, eternamente,
e portando da esse la nostalgia
di un effimero incontro
che non capiterà mai piú.


Hugo Pontes
PRISMA
in: Keraunia, anno V, numero 22, giugno 1995.

Domani
        è
il primo
giorno del suo
passato.

(Italia, luglio 1991)


Hugo Pontes
ASSIS
( ASSISI )
in: Keraunia, anno V, numero 22, giugno 1995.

Mentre Francesco
parla agli uccelli,
due tribù
rodono le sue ossa.

(Italia, luglio 1991)


J. Cardias
Da "INVENTARIO"
in: Keraunia, anno V, numero 23/24,
agosto/ottobre 1995.

Al principio, big-bang.
Dio esplose.
Nasceva la vita, l'universo.
-- Tutto il piacere prescrive sangue?

***

Si osservano le parti.
Mi divido e compongo.
Difficile immaginare il quanto dell'atomo
e capire che il corrugarsi della pelle
è dolore, forse.

***

Due diviso mille,
diviso mille,
diviso mille,
diviso mille,
fa due per dieci elevato alla meno dodici.
Gli apostoli erano dodici
e del pane spezzato mangiavano.


Ricardo Alfaya
POR MOTIVO DE MUDANÇA
( PER CAMBIO )
in: Keraunia, anno V, numero 23/24,
agosto/ottobre 1995.

uomo in fase di ri/costruzione
trecento e trenta mila cianfrusaglie
ventun secoli di garanzia
baratta la sua eredità per un punto

                centrale

dove poter vivere in equilibrio


POEMA MOSTRO

Disegno un mostro
Pittura proibita
Un'anima pazza brilla sulla tela.

E penso a Goya
A Dorian Gray
E al suo folle ritratto.

Mischio il quadro
Carico le tinte
Salve, Allan Poe!

Cerco gli angeli
Il profumo degli angeli
Ma solo incontro
gli angeli storti di Augusto
Drummond e Aleijadinho.


ENIGMA

nella polvere
                       palo
                               avvolto intorno
                                                         sospeso lume
                       un insetto vola
                                                   a casaccio

Sergio Fumich
TRE LIRICHE DI LUIS CERNUDA
DA LAS NUBES (1937/1940)

in: "La realidad y el deseo"
Fondo de cultura económica, México, 1958.

Keraunia - Rivista di Poesia
Anno IV, numero 15, Aprile 1994.



CIMITERO NELLA CITTÀ

Dietro il cancello aperto tra le mura
la terra nera senza alberi né erba
con panchine di legno dove a sera
silenziosi si siedono dei vecchi.
Intorno stanno le case, vicino
negozi, e strade dove si rincorrono
bambini, e passano i treni di fianco
a quelle tombe. È un quartiere povero.

Come rammendi di quelle facciate
grigie stracci umidi di pioggia pendono
alle finestre. E cancellate ormai
sono le lapidi di quei sepolcri
con morti di due secoli, che possano
dimenticarli senza amici, morti
clandestini. Ma se si desta il sole,
perché il sole risplende verso giugno
qualche giorno, qualcosa nel profondo
le vecchie ossa devono sentire.

Non una foglia né un uccello. Niente
altro che pietra. La terra. L'inferno
è così? Un dolore senza oblio,
con rumore e miseria, freddo lungo
senza speranza. Il sonno silenzioso
della morte non qui esiste perché
la vita ancora tra le tombe si agita,
sotto la notte immobile prosegue
come una prostituta il suo commercio.
Quando dal cielo nuvoloso l'ombra
cade e s'acquieta in polvere grigiastra
il fumo delle fabbriche, provengono
dalla taverna voci, e poi un treno
che passa suscita lunghi echi come
bronzo iracondo. Morti senza nome,
non è il giudizio ancora. Calmatevi
e dormite, dormite se potete.
Forse Dio pure si scorda di voi.


LAMENTO E SPERANZA

Quando eravamo bambini, non tutti,
nelle vaste ore d'ozio solitario
sotto il lume davanti alle figure
d'un libro abbandonati, sognavamo
della rivoluzione. E vedevamo
la sua ala fulgida come le messi
piegare i corpi poderosi. Dopo,
giovani già, il sogno restò distante
da un mondo dove ingiustizia e disordine,
gonfiando oscuramente le città avide,
ammorbavano fino l'aria assorta
delle campagne. Alla rivoluzione
noi pensavamo: un mare d'ira azzurra
che tanta fredda miseria inghiottisse.

Una nube è l'uomo il cui sogno è vento.
Chi mai potrà separare il pensiero
dal sogno? Bene sappiatelo voi,
voi che nella tranquillità domani
questo soffio di morte invidierete
che ci conduce tra rovine dove
si pesta un fango di rugiada e sangue.
Un continente di mercanti e istrioni
alle porte di questo pazzo paese
attende confidando che sprofondi
vinto, solo dinnanzi al suo destino,
per strappare brandelli dell'antico
splendore. Solamente lo sostiene
la sua grandiosa storia dolorosa.

Se con dolore s'è temprata l'anima,
essa è invincibile però il dolore,
come l'amore, dev'essere muto:
nella speranza, tacendo, soffrite.
Questo popolo illuso così, preda
già della morte, agonizzerà prima;
e dopo, dopo soltanto, guardatelo
aperto, rosa eterna sui mari.


SENTIMENTO D'AUTUNNO

Piove l'autunno ancora come allora
verde sui vecchi marmi con aroma
vago, schiudendo sogni
e il corpo si abbandona.

Là per la valle forme trasparenti,
estasi nelle fontane, e già brillano
azzurre ali nel vasto cielo pallido.

Dietro le voci fresche resta il disco
vergine della morte. Nulla pesa,
perduto o guadagnato.
Languido va il ricordo.

Ogni cosa è verità, tranne l'odio,
gelido come queste grigie nubi
che vanamente sopra l'oro passano
fatte ombra iraconda.



Sergio Fumich
THE RAVEN
da Edgar Allan Poe

Frammento di traduzione


Sul far d'una mezzanotte desolata, una volta,
mentre stanco e sconsolato meditavo sulle pagine
di vecchi libri strampalati e strani, intrisi
d'un sapere antico ormai perduto per sempre,
mentre il capo ciondolavo cedendo già al sonno
tentatore, d'improvviso un picchiettare leggero
mi riscosse: era come se qualcuno bussasse
sommessamente piano alla porta della mia stanza.
- È soltanto - borbottai - un visitatore
che bussa alla mia porta, soltanto, e nulla più. -
Ah, ben ricordo che si era in un triste dicembre,
e la brace morente nel fuligginoso camino
figurava vaghi spettri sul freddo pavimento
della mia stanza. Sospiravo impaziente il mattino
- inutilmente avevo cercato nei libri
conforto al mio dolore per la perduta Lenora,
per la rara e radiosa fanciulla che gli angeli chiamano
Lenora, che più un nome qui non avrà, mai più.
Il serico fruscio dei tendaggi purpurei,
lamentoso, intorno, quasi furtivo, mi faceva
trasalire, suscitava in me immaginari timori
mai provati prima, tanto che per quietare
il batticuore in piedi m'alzai ripetendo:
- È solamente un visitatore che insiste
alla porta, qualcuno che s'attarda a bussare alla porta
della mia stanza, questo soltanto e nulla più. -
Mi feci forza allora e senza più esitare
dissi: - Signore, o Signora, vi chiedo perdono,
sinceramente; ma è che io pisolavo e discreto
fu tanto quel vostro bussare alla porta, fu il vostro
timido battito tanto sommesso che dubitavo
d'averlo inteso. - Quando la porta del tutto
aprii, là solo tenebre e nulla più.
Indugiai a lungo, sulla soglia scrutando stupito
timoroso quel buio tenebroso, ponendo domande
senza risposta, sognando sogni che nessun altro
prima aveva mai osato sognare; assoluto il silenzio,
non il fievole segno d'una presenza la muta
immobilità intorno per un attimo solo rompeva,
e l'unica parola, che fu detta, fu, in un sussurro,
- Lenora? - Io, io stesso la bisbigliai ad un'eco,
che mormorando quella parola mi rimandò,
- Lenora! - Questo, questo soltanto e nulla più.
Ma come la porta della stanza rinchiusi alle spalle,
col cuore in subbuglio, ecco di nuovo un picchiare
più rumoroso. - Certo - mi dissi, - alla finestra
qualcosa c'è, sicuramente. Vediamo, dunque,
cos'è che genera questo instancabile battito strano.
Questo mistero voglio svelare; qualche momento
per rinfrancarmi, poi il fenomeno indagherò.
Di certo è il vento, soltanto il vento e nulla più.


Sergio Fumich
CRISTO NELLA SERA
di Pablo Antonio Cuadra

da: Libro de horas - Antología de la poesía católica
del siglo XX, Madrid, Vassallo, 1964.

Keraunia - Rivista di Poesia
Anno IV, numero 18, Ottobre 1994.



Era quando il papavero ingrigisce.
Quando la mammola intristisce subito.
Là. Sulla soglia del tempio notturno
dove la Madre Sera, incanutita,
appoggiata alla sua stanchezza, lascia
nel vaso la sua unica moneta.
In quell'ora. Chiamando da Emmaus, da altre
sere, da paesi, da spiagge indelebili.
"Vedete, tutte le cose che tornano
io le riunisco nel mio cuore. Chiamo,
convoco in quest'ora i visi che tornano
con una patina di tempo - ceneri
di ore - su la splendente gioventù
del mattino. Vedete, io chiamo ai porti
alle rive ove i naviganti tornano,
umidi di mare, ma con le tasche
riempite dalle fatiche fluviali.
Le calde locande, i nidi sospesi,
le alte pendule palme degli orioli,
i covi sbadiglianti della volpe
e del giaguaro: ogni luogo che accoglie.
Io porto a loro adesso dolcemente
ricevendo memorie, ricevendo
i canti dell'arrivo. I passi attesi
con speranza riunisco, dei ritorni
l'approssimarsi dolcissimo - madri
che interroganti sporgono sguardi,
pigolanti zenzontles senza piume,
lattanti cuccioli, e chi ho pronunziato
con preferenza perché è avvizzito
di solitudine il suo ritorno -.
Ah! Io sono venuto. Io con loro
sono arrivato. Vedete, accompagno
l'epilogo dei singoli. Vedete
il petto che si apre come rifugio,
dilacerato dolorosamente
per il tuo riposo vespertino.
Vedete, io chiamo. È la mia voce
che porta quell'uccello migratore.
E risuona là: nella rosa al punto
da renderla sbiadita, nella mano
del padre che scivola lentamente
sulla fronte del figlio, nel prudente
fuoco del pane, nel calore delle
cose amate che un'altra volta accoglie.
Io sono l'alba e il tramonto! Per voi,
voi che vedete discendere il sole
e siete divorati dal silenzio
- diseredati, tristi vagabondi -
per voi, voi emarginati - derelitti
dei crepuscoli, pellegrini senza
ritorno - questa è l'ora nella quale
io sono sceso verso il mio tramonto.
Depongono il mio corpo con il vostro,
con voi divido la mia ultima sera.
Oh, venite! Il mio cuore ho dissanguato
per dare a tutti gli uomini un rifugio
dove acquietare la propria angoscia."


Sergio Fumich
ELISEO DIEGO E LUIS CERNUDA
Keraunia, Anno V, numero 22, Giugno 1995.


Eliseo Diego
PER LE ROVINE DELLA MIA CASA
da El oscuro esplendor, 1966

Oh corruzione, oh strega
dai capelli bianchi!
                                  Tu rosichi
senza fretta il tuo pezzo
di legno scuro, la tua parte
di consolazione,

                              in solitudine
nel vuoto della porta.

        Giardino
di mio padre, lauri!

                                     In solitudine
nel vuoto della porta.


Luis Cernuda
GIARDINO ANTICO
da La realidad y el deseo, Séneca, México, 1940

Andare ancora al giardino recinto
che dietro gli archi del muro conserva,
tra magnolie e limoni, l'incanto
delle acque.

                        Udire ancora nel silenzio,
fatto di trilli e di foglie, il sussurro
tiepido dell'aria dove le vecchie
anime vagano.

                             Vedere un'altra
volta il cielo profondo da lontano,
la snella torre simile a un fiore
di luce sulle palme: tutte quante
le cose sempre belle.

                                      Come allora,
un'altra volta ancora avvertire
acuta la spina del desiderio
mentre la gioventù passata ormai
torna. Sogno di un dio senza tempo.


BAMBINO DIETRO UN VETRO
da Desolación de la quimera, ed. Joaquín Mortiz, México, 1962

Sul fare della sera, dietro il vetro
assorto, guarda il bambino la pioggia.
La luce che si è accesa in un lampione
la pioggia bianca oppone all'aria bruna.
Nel suo tepore lo avvolge la stanza
vuota, e appannando il vetro la tendina,
come una nuvola, a lui sussurra
lunare incantamento. S'allontana
la scuola. È il momento del riposo,
con il libro di storie e di figure
sotto la lampada, la notte, il sonno,
e le ore senza un tempo. Vive in seno
alla sua forza delicata, ancora
senza memoria, senza desiderio,
il bimbo, e senza il presagio che il tempo
con la vita, acquattato fuori attende.

Nella sua ombra la perla già si forma.

Sergio Fumich
POESIE DI IACYR ANDERSON FREITAS
da: O Aprendizado da Figura


FINADOS

I
molto occupati, circospetti.
mi presentano i loro morti particolari.

II
pure cammino insieme a loro
pure porto fiori

entro nel giardino
assumo aria di serietà

li depongo

III
finalmente un giorno tranquillo
per il lavoro

: i miei morti chiedono omaggio

IV
alcune cose non si seppelliscono
: morte, ci fustigano ancora

inutile resistere
la memoria resta ognora.

V
qui distrussero il giorno

ci restò la nausea
sì               fastidiosa
e la visione di questo dio
senza alcuna utilità


Da: "SOBRE O LUGAR"

II
solitudine qui, suprema.
isole per l'esilio
: lo spazio in diminutivi

l'arco la colonna
san giovanni evangelista
prigioniero qui

sillaba il deserto in sé
le futur pour le langage


Da: "NO JARDIM"

II
dicembre

visita di parenti
morte di un cugino

parliamo nel viaggio
oh pauvre pauvre

perdiamo l'argomento
ci accomiatiamo
a metà

V
la terra trattiene
il nostro passo

guardiamo il quadro
: paesaggio fisso
                                isole

la sua disperazione è ancorarsi

VI
alcuni cristalli
un tavolino
i sofà al centro

i giorni sono il suo movimento

XXII
sempre la notte nella scala
sempre la stanza la
lucerna
il disco di sempre
quella canzone senza grazia
quella nausea profonda
quella paura di sacrificarsi

quel sempre



Sergio Fumich
TRE POESIE DI FEDERICO GARCÍA LORCA
Edite e inedite


MALAGUEÑA
da: "Tres ciudades"
inedito


La morte
entra e esce
dall'osteria.

Passan cavalli neri
e gente sinistra
pei profondi cammini
della chitarra.

E c'è odore di sale
e di sangue di femmina,
ne le tuberose febbrili
della marina.

La morte
entra e esce,
e esce e entra
la morte
dall'osteria.


PAESE
in: Keraunia, Rivista di Poesia
Anno III, numero 10, 1993


Sopra il monte brullo
un calvario.
Acqua chiara
e olivi centenari.
Per i vicoli
uomini infagottati
e sulle torri
ventarole giranti.
Eternamente
giranti.
Oh paese perduto,
nell'Andalusia del pianto!


REMANSO, CANCIÓN FINAL
in: Keraunia, Rivista di Poesia
Anno III, numero 11, 1993

Traduzione in dialetto triestino


         Za vien la note.

Bati ragi de luna
sora l'ancùzine de la sera.

         Za vien la note.

Un arboro grando el se scondi
drio parole de canzoni.

         Za vien la note.

Se ti te vegnissi a trovarme
per le stradele de l'aria.

         Za vien la note.

Te me troveria a pianzer
soto i talponi grandi.
Ah, bela mora!
Soto i talponi grandi.


Sergio Fumich
POETI NICARAGUENSI
Poesie edite e inedite


FRATELLO GUARDIA, PERDONA
di Bosco Centeno
(da "Poesia campesina di Solentiname",
ed. Ministerio de Cultura - Nicaragua)
in: Keraunia, Rivista di Poesia
Anno III, numero 8, 1993


Fratello guardia, perdona se cerco,
quando ti sparo, di mirare bene,
è che dipendono dai nostri colpi
gli ospedali e le scuole
che non avemmo, dove
i figli tuoi giocheranno coi nostri.


LAMENTO DELLA DONZELLA
PER LA MORTE DEL GUERRIERO
di Pablo Antonio Cuadra
in: Keraunia, Rivista di Poesia
Anno III, numero 9, 1993


Da tempi antichi
la pioggia piange.
Eppure giovane
è una lagrima,
eppure giovane
è la rugiada.
Da tempi antichi
ronda la morte.
Eppure è nuovo
il tuo silenzio
eppure nuovo
è il mio dolore.



Sergio Fumich
LA SERA DI SAFFO
di Saffo

Traduzione dal greco, (?).


I tre versi che costituiscono la traduzione del frammento di Saffo, studiato al liceo, furono pubblicati anonimi nella pagina della poesia dell'edizione del venerdì de Il Cittadino del 24 agosto 1990, per riempire un piccolo vuoto nella colonna di destra della pagina. La traduzione risale alla metà degli anni Sessanta.

La sera di Saffo
Sergio Fumich
UNA MANCIATA DI EPIGRAMMI
DI MARCO VALERIO MARZIALE
riscritti in lingua triestina

Inediti

LIBER IV - LXVIII

L'invito a zena xe per una betola
de pochi bori ma se magna ben.
Invità te me ga per zenar, Toni,
o perchè me rosigassi de la rabia?


LIBER XI - LXVIII

A chi che conta in sta zità do lire
te ghe domandi per i tui lavori,
bon no te son de meterle in scarsela.
Scoltime mi: ti 'ssai de più domandighe,
te se vergognerà, Pepi, de meno.


LIBER IX - VI

De quando che te son tornà de Roma,
per zinque giorni, Toni, uno drio l'altro
mi go zercà de darte el mio bongiorno.
E do tre volte "No 'l xe" i me ga dito
o "Desso no, el dormi". Me son stufà:
se no te vol el mio bongiorno, Toni,
te cambiarò el saludo: va a remengo!


LIBER IX - X

Pina la vol sposar Pepi, dir mi devo
che no la xe sempia. Ma lui no vol.
In sta zità proprio nissun xe mona.


LIBER IX - LXXX

Con una vecia strapiena de bori
se ga sposado quel morto de fame
de Toni: lui magna e la vecia scova.


LIBER XII - XIII

Amico mio, chi che ga bori credi
che l'odio sia un modo de far patus.
L'odio costa 'ssai meno de un regalo.


LIBER XII - X

El naviga Patusca intei miliardi
ma no 'l se da pase, sempre el se missia
per ingrumar svanzighe a piene man.
A tanti la fortuna la da tropo
ma, Pepi credime, a nissun bastanza.


LIBER I - X

Toni Verul vol sposar Marinela,
no 'l mola, duro l'insisti, la cariga
de regali come una principessa,
la prega gnanca la fossi una santa
o la Madona bona a molar grazie.
No stame dir! La devi esser 'ssai bela?
Meio xe credime, una pantigana.
Ma perchè alora el spasima cussì?
Poco ghe manca a che la tiri i crachi.


LIBER III - XLIX

Mi te me dà vin fato col baston
e ti, ti te bevi teran del Carso:
ciamime pur mona ma più che bever
preferisso nasar el tuo bicer.


LIBER I - LVI

L'ua la xe sgionfa de aqua che in sti giorni
Dio ga mandà zo: oste, gnanche a voler
no te poderà vender vin senza aqua.


Aggiunta in margine
Marziale, in verità, a leggerlo o riscriverlo è contaggioso. I seguenti versi sono un gioco nato spontaneo ad una notizia di matrimonio.

Se ga sposà Donata stamatina
con Pepi, abito bianco e gran confeti.
E stanote sarà la prima volta...
la prima che la gaverà... donata.


Sergio Fumich
IN TALIAN
Poesie de Jacques Prévert
e de Federico García Lorca

Samizdat / Omnia
Keraunia - Rivista di Poesia
Brembio, 1995.

Traduzioni in lingua triestina.


Jacques Prévert

VIAGI
(Voyages)

Anca mi
come i pitori
go i mii modei

Un giorno
e xe za ieri
da la piataforma de un autobus
vardavo le done
che le andava zo per via Amsterdam
A l'improviso oltre el vetro de la coriera
ne go trovada una
che no gavevo visto montar su
Sentada e sola pareva che la sorideva
E de colpo la me xe piasuda tantissimo
ma subito
no me acorzo che la xe mia molie
Son restà contento.



UNA BELA MATINA
(Un beau matin)

No 'l gaveva paura de nissun
No 'l gaveva paura de gnente
Ma una matina una bela matina
Ghe par de vèder qualcossa
Ma el se disi No xe gnente
E 'l gaveva ragion
Co' la sua ragion de sicuro
No iera gnente
Ma la matina quela stessa matina
Ghe par de sentir qualchedùn
E 'l verzi la porta
E la torna a serar disendo Nissun
E 'l gaveva ragion
Con la sua ragion de sicuro
No ghe iera nissun
Ma a l'improviso el ga avù paura
E 'l ga capì ch'el iera solo
Ma che no 'l iera solo del tuto
E xe in quel momento ch' el ga visto
Gnente in persona davanti de lui.



CUSSÌ XE
(Et voilà)

Un mariner ga lassà el mar
la sua barca ga lassà el porto
e 'l re ga lassà la regina
un pedocion ga lassà el suo oro
... cussì xe
Una vedova ga lassà el luto
una mata ga lassà el manicomio
e el tuo soriso ga lassà i mii labri
... cussì xe
Ti te me lasserà
ti te me lasserà
ti te me lasserà
ti te tornerà de mi
ti te me sposerà
ti te me sposerà

El cortel sposa la ferida
l'arcobaleno sposa la piova
el soriso sposa le lagrime
le careze sposa le minace
... cussì xe
E 'l fogo sposa el giazo
e la morte sposa la vita
come la vita sposa l'amor

Ti te me sposerà
ti te me sposerà
ti te me sposerà.



QUALCHEDUN
(Quelqu'un)

Un omo va fora de casa
De matina bonora
Xe un omo 'ssai mufo
Ghe se lo legi in facia
Tuto int'un trato drento un bidon de le scovaze
el vedi un vecio Anuario Mondano
Co' uno xe mufo el ga de passar el tempo
E l'omo el ciapa l'Anuario
Lo sbati un iozo e lo sfoia senza pensarghe su
Le robe le xe come che le xe
Sto omo mufo xe mufo perchè el xe un Demona
E sfoia
E sfoia e risfoia
El se ferma
A la pagina de la D
E 'l varda la colona dei D-E de...
E 'l suo sguardo de omo mufo el se fa più alegro e ciaro
Nissun
Proprio nissun ga lo stesso cognome
De Demona ghe son solo mi
El disi fra i denti
E 'l ghe dà una piada al libro el se neta le mani
E 'l va orgolioso drito per la sua strada.



I BATI
(On frappe)

Chi xe
Nissun
Xe solo el mio cuor che bati
Che bati forte forte
Per causa tua
Ma fora
La picia man de bronzo su la porta de legno
No la se movi
No la se agita
No la movi gnanche la punta de un dito.



LA SARIANDOLA
(Le lézard)

La sariandola de l'amor
Ancora 'na volta la xe scampada via
E la me ga lassà la coda fra i dedi
Ben me sta
Volevo tegnirla tuta per mi.



I RUMORI DE LA NOTE
(Les bruits de la nuit)

Voi dormì fra do cussini
Come se disi
Mi de note stago sveio e vado in giro
Vedo ombre sento zighi
Strani zighi
Voi dormì fra do cussini
Come se disi
Ghe xe un can che baia a la morte
Ghe xe un gato che miagola a l'amor
Un imbriago che se ga perso in qualche andito
Un mato sora el teto che sona co'l tamburo
Sento anca rider una mamola
Che per farghe piazer a un cliente
La fa finta de gòder la fa finta de esser contenta
E sora el leto la se rodola zigando
Voi dormì fra do cussini
Come se disi
Ma tut'int'un el cliente ciapa paura
Inte la note el ziga gnanca el fussi dal dentista
Ma xe un zigar 'ssai più sinistro
De soto el leto vien fora un omo
E zito zito el ghe va vizin
Voi dormì fra do cussini
Come se disi
E 'l cliente crepa inte la note
Un omo povereto copà da un altro omo
Per do svanzighe
Per un patuss de strazoni
Forsi quatro zinque o siezento franchi
Voi dormì fra do cussini
Come se disi
E 'l cliente distira i crachi inte la note
Domani la sua familia la sarà in luto
Xe poco ma sicuro
Voi dormì fra do cussini
Bona note.



EL GATO E L'USEL
(Le chat et l'oiseau)

Un vilagio scolta disperà
El canto de un usel ferì
Xe el solo usel del vilagio
E 'l solo gato del vilagio
Lo ga per metà magnà
E l'usel cessa de cantar
El gato smeti de far ron ron
E de lecarse el muso
E 'l vilagio ghe fa a l'usel
Un funeral in pompa magna
E 'l gato che xe fra i invitadi
Ghe va drio a la picia bara de paia
Dove l'usel morto xe distirà
Portada da una muleta
Che la pianzi un patòc
Se gavaria pensà che te podeva dispiaser cussì tanto
Ghe disi el gato
Lo gavaria magnà tuto
E dopo te gavaria contà
De averlo visto svolar via
Svolar fin in America
O in qualche altro logo cussì lontan
Che nissun mai pol tornar indrio
Te gavaria fato meno mal
Solo un ioz de dispiaser e de tristeza

No se devi mai far le robe a metà.



LE CANZONI PIÙ CURTE
(Les chansons les plus courtes)

L'usel che me canta inte la testa
E ch'el me ripeti che mi te amo sempre
E ch'el me ripeti che ti te me ami sempre
L'usel de la zigozaina fastidiosa
Lo strosserò domani matina.



EL COLOR LOCALE
(La couleur locale)

Come xe bel sto picio paesagio
Sti do scoi sti pochi alberi
e anca l'aqua anca el patòc
come xe bel
Un iozo de rumor un iozo de vento
e tanta aqua
Xe un picio paesagio de Bretagna
se lo pol tegnir tuto int'una man
co' se lo varda de lontan
Ma se se ghe va vizin
no se vedi più gnente
se sbati contro un scoio
o contro un albero
se se fa mal xe un pecà
Ghe xe robe che se pol tocar de vizin
altre che xe meio vardar 'ssai de lontan
ma xe 'ssai bel lo stesso
E dopo
con el rosso de le rose rosse el celeste dei fiordalisi
el gialo de le calendole el grigio dei scoiatoli
tuta sta umida e tenera picia strigaria
e 'l rider splendente de l'usel del paradiso
e quei chinoti cussì alegri cussì tristi e cussì gentili...
Sicuro
xe un paesagio de Bretagna
un paesagio senza rose rosa
senza rose rosse
un paesagio grigio senza scoiatoli
un paesagio senza chinoti senza usei del paradiso
Ma quel paesagio me piasi
e ghe posso dar tuto questo
Questo no ga nissuna importanza
e forsi ghe piasi
a quel paesagio
La più bela mula del mondo
no la pol dar che quel che la ga.
La più bela mula del mondo
la meto anca ela int'el paesagio
e ela la se trova ben
ghe piasi
Alora el ghe fa ombra
opur sol
cussì come ch'el pol
e ela la se ferma là
e anca mi me fermo
vizin sta mula
Vizin de noi ghe xe un can e un gato
e anca un caval
e anca un orso bruno co' un tamburel
e tante bestie 'ssai semplici che me son dismentigà i nomi
ghe xe anca la festa
ghirlande lusi ferai
e l'orso bruno el bati el tamburel
e tuto el mondo bala
tuto el mondo canta una canzon.



Federico García Lorca

REPLICA
da Suite dei speci
(Réplica - de "Suite de los espejos")


Un usel solo soleto
el canta.
El fa l'aria de una tante.
Scoltemo traverso speci.



CONGÈ
(Despedida)

Se moro,
lassè 'l pergolo verto.

Naranze magna 'l mulo.
(Dal pergolo lo vedo.)

El barcin taia 'l formento.
(Dal pergolo lo sento.)

Se moro,
lassè 'l pergolo verto!



EL MULETO MUTO
(El niño mudo)

El muleto zerca la sua vose.
(La gaveva el re dei grili).
In una ioza de aqua
zercava la vose 'l muleto.

No la voio per parlar;
de ela me farò una vera
che 'l mio silenzio
se la porterà 'l dedo mignolo.

In una ioza de aqua
zercava la vose 'l muleto.

(De lontan, la vose prigioniera
la se meteva un vestito de grilo).



AGUATO
(Sorpresa)

Morto el xe restà in strada
con un cortel int'el peto.
Nissun lo conosseva.
Come tremolava el feral!
Mare.
Come tremolava el feral
de la strada!
Iera l'alba. Nissun
ga podudo piegarse su i sui oci
spalancai a l'aria nuda.
Morto el xe restà in strada
con un cortel int'el peto
e nissun lo conosseva.


Sergio Fumich
LAMENTO PER
IGNAZIO SÁNCHEZ MEJÍAS
di Federico García Lorca

Traduzione in triestino - Inedito.



EL STOZ E LA MORTE

A le zinque de la sera.
Iera le zinque in punto de la sera.
Un picio ga portà el linziòl bianco
a le zinque de la sera.
Una cofa de calzina za pronta
a le zinque de la sera.
El resto iera morte e solo morte
a le zinque de la sera.

El vento ga portà via le ovate
a le zinque de la sera.
E l'ossido ga seminà cristal e nichel
a le zinque de la sera.
Za i se bati la colomba e 'l liopardo
a le zinque de la sera.
E una cossa co' un corno desolà
a le zinque de la sera.
I ga scominzià i soni del bordòn
a le zinque de la sera.
Le campane de arsenico e el fumo
a le zinque de la sera.
Nei cantoni muci de silenzio
a le zinque de la sera.
Solo el toro ga el cuor in alto!
a le zinque de la sera.
Quando xe vegnù el sudor de neve
a le zinque de la sera,
quando la rena se ga coverto de iodio
a le zinque de la sera,
la morte ga messo i ovi inte la ferida
a le zinque de la sera.
A le zinque de la sera.
A le zinque in punto de la sera.

Una bara con le riode xe el leto
a le zinque de la sera.
Ossi e flauti i ghe sona inte le recie
a le zinque de la sera.
El toro za sufiava forte de la fronte
a le zinque de la sera.
La camera se piturava de agonia
a le zinque de la sera.
De lontan za vien la cancrena
a le zinque de la sera.
Tromba de gilio per i verdi inguini
a le zinque de la sera.
Le feride le brusava come soi
a le zinque de la sera.
E la fola rompeva le finestre
a le zinque de la sera.
A le zinque de la sera.
Ah! che teribili zinque de la sera.
Iera le zinque su tuti i oroloi!
Iera le zinque inte l'ombra de la sera.


EL SANGUE SPANTO

No voio vederlo!

Dighe a la luna che la vegni,
perchè no voio veder el sangue
de Ignazio inte la sabia.

No voio vederlo!

La luna spalancada.
Caval de nuvole quete,
e la rena grisa del sono
co' i sàlisi sui stecai.

No voio vederlo!

El mio ricordo se brusa.
Diseghela ai zelsomini
co' quel bianchiz che i ga!

No voio vederlo!

L'armenta del vecio mondo
la passava la sua lingua mufa
sora un muso de sangue
sparso inte la sabia
e i tori de Guisando,
squasi morte e squasi piera,
i ga muzido come de secoli
stufi de bater la tera.

No.
No voio vederlo!

Su i scalini xe salido Ignazio
co' tuta la sua morte 'dosso.
El zercava l'alba,
ma alba no ghe iera!
El zerca el suo profilo drito,
e l'insogno lo sconzerta.
El zercava el suo bel corpo
e 'l ga trovà el suo sangue verto.
No diseme de vederlo!
No voio sentir el geto:
ogni volta co' meno forza;
sto geto che ilumina
le gradinade e ch'el se spandi
sora el veludo e el corame
de la fola piena de sede.
Chi me ziga de afazarme!
No diseme de vederlo.

No ghe se ga serà i oci
co 'l ga visto i corni vizin,
ma le mari teribili
le ga alzà la testa.
E da le stale
xe vignù un vento de vosi segrete
che le zigava a i tori celesti,
mandrieri de palido caligo.
No xe esistì principe de Siviglia
capace de confrontarse co' lui,
nè spada come la sua spada
nè cuor cussì vero.
Come un fiume de leoni
la sua forza maraviliosa,
e come un torso de marmo
la sua prudenza piena de armonia.
Aria de Roma andalusa
ghe dava un bon odor a la sua testa
indove la sua ridada iera un fior profumà
de sal e de inteleto.
Che gran torero inte la rena!
Che bon montanar su i monti!
Cussì delicà co' le spighe!
Cussì duro co' i spironi!
Cussì tenero co' la ruzada!
Cussì sbarlumante inte la fiera!
Cussì tremendo co' le ultime
banderillas de note negra!

Ma oramai el dormi senza fine.
Oramai i mus'ci e le erbe
i verzi co' dedi sicuri
el fior de la sua crepa.
E za vien cantando el suo sangue:
cantando per paludi e baredi,
sbrissando sora i corni induridi,
scantinando senz'anima nel caligo,
intopando co i mile zocoli
come una longa, scura, mufa lingua,
per formar una calusa de agonia
vizin al Guadalquivir de le stele.

O bianco muro de spagna!
O negro toro de pena!
O sangue forte de Ignazio!
O rusignol de le sue vene!
No.
No voio vederlo.
No ghe xe calice che podaria contegnirlo
no rondine che se lo bevi
no ghe xe brina de luse che lo iazi,
nè canto nè diluvio de gili
non ghe xe cristal che lo coverzi de argento.

No.
E no voio vederlo!!


CORPO PRESENTE

La piera xe una fronte indove i 'nsogni zemi
senza gaver aqua curva nè zipressi iazadi.
La piera xe una spala per portar el tempo
co' arbori de lagrime e nastri e pianeti.

Go visto piove grise corer incontro a le onde
alzando i teneri brazi crielai
per no esser ciapade da la piera distirada
che 'l corpo ghe sciolzi senza bever el sangue.

Perchè la piera ciol semenze e nuvole
scheletri de lodole e lupi de penombre
ma no la dà soni, nè cristai, nè fogo
ma rene e rene e altre rene senza muri.

Adesso sta sora la piera Ignazio el ben nassudo.
Oramai xe finida. Cossa xe? Vardè la sua figura:
la morte lo ga coverto de palidi sòlfari
e ghe ga messo una testa de scuro minotauro.

Oramai xe finida. La piova impinissi la sua boca.
El vento come mato ga scavà el suo peto,
e l'Amor, inzumbà de lagrime de neve,
se scalda su la zima de le stale.

Cossa i disi? Un silenzio spuzolente riposa.
Semo co' un corpo presente che se sfanta,
co' una forma ciara de rusignoi
e la vedemo impinirse de busi senza fondo.

Chi increspa el sudario? No xe vero quel ch'el disi!
Qua nissun canta, nè pianzi int'el canton,
nè pianta i spironi nè stremissi el serpente:
qua no voio altro che i oci rotondi
per veder sto corpo senza possibile riposo.

Voio veder qua i omini de vose dura.
Quei che i doma i cavai e che i xe paroni dei fiumi:
i omini che ghe rissona el scheletro e i canta
co' una boca piena de sol e de sassi.

Qua li voio vèder. Davanti a la piera.
Davanti a sto corpo co' le brèdine rote.
Voio che i me mostri l'ussita
per sto capitan che la morte ga ligà

Voio che i me impari un canto come un fiume
che gabia dolzi calighi e rive profonde
per portar via el corpo de Ignazio e ch' el se perdi
senza scoltar el dopio fià dei tori.

Ch'el se perdi inte la rena rotonda de la luna che la apari,
co la xe una picia co' un diol inte 'l cuor, bestia che no se movi;
ch'el se perdi inte la note senza canto de pessi
e inte la bianca graia de fumo iazà.

No voio che i ghe coverzi la faza co' i fazoleti
perchè el se abitui a la morte ch'el porta.
Va, Ignazio. No scoltar el caldo zigo.
Dormi, vola, riposa. Mori anche el mar!


ANIMA ASSENTE

No te conossi el toro nè el fighèr,
nè i cavai nè le formighe de casa tua.
No te conossi el muleto nè la sera
perchè ti te son morto per sempre.

No te conossi el dorso de la piera
nè el raso negro indove te se disfi.
No te conossi el tuo muto ricordo
perchè ti te son morto per sempre.

Vegnerà l'autuno co' le conchilie
ua de caligo e monti ingrumai,
ma nissun volerà vardar i tui oci
perchè ti te son morto per sempre.

Perchè ti te son morto per sempre,
come tuti i morti de la Terra,
come tuti i morti che se dismentiga
in un mucio de cani smorzadi.

Nissun te conossi. No. Ma mi te canto.
Mi canto per dopo el tuo profilo e 'l tuo garbo.
La grande maturità del tuo inteleto.
El tuo apetito de morte e 'l gusto de la sua boca.
La tristezza che ga avù la tua coragiosa alegria.

Tarderà 'ssai a nasser, se nassi,
un andaluso cussì puro, cussì rico de aventura.
Canto la sua eleganza co' parole che zemi,
e ricordo una bavisela mufa tra i oliveri.



Sergio Fumich
GIORNO PER GIORNO
de Giuseppe Ungaretti

Tradoto in talian da "Il dolore", Mondadori 1947.



1.
"Nissun, mama, ga mai soferto tanto..."
E el viso za smorzà
Ma i oci ancora vivi
Dal cussin li girava a la finestra,
E pagneroi 'mpiniva la camera
Atirai da le fregole butade
Dal pare per distrar el picio fio.


2.
Poderò ora basarte solo in sogno
Le mani fiduciose...
E discoro, lavoro
D'esser cambià un ioz go mi paura, fumo...
Come pol esser me domando che
Tegno duro a sta note?...


3.
I ani me porterà
Chissà quai altri orori,
Te sentivo vizina,
E te me gavaria consolado...


4.
Mai, no savarè mai come me 'lumina
L'ombra che, timida, la me se piaza
De fianco propio co' no spero più...


5.
'Desso dove xe dove xe la vose
S'ceta sempre de corsa che sentindola
Per casa stanco su la te tirava,
Dismentigar la te fazeva i cruzi?...
La tera la ga disfada, un passà
De fiaba la protegi...


6.
Ogni altra vose xe eco che se smorza
'Desso che una me ciama
Da le zime imortali...


7.
In ziel mi zerco el tuo viso contento,
Drento de mi mi spero che gnente altro
Sti mii oci i possi veder co' anca lori
Domani Dio volerà stroparmeli...


8.
E te amo, te amo, e xe un continuo s'cianto.


9.
Tera piena de rabia, mar imenso
Me separa dal logo de la tomba
Do' se disperdi 'desso
El corpo martoriado...
No conta... Scolto sempre 'ssai più neta
Quela vose de anima
Che mi qua zo no go savù difender...
Sempre più alegra e amica quela vose
De minuto in minuto
La me isola int'el suo segreto semplice...


10.
Son tornà a le coline, ai pini cari
E el patrio parlar che sona int'el'aria
Che con ti mai più mi no sentirò
Me sbrega a ogni sufio...


11.
La rondine la va e l'istà con ela,
E anca mi, me digo, anderò...
Ma che resti de sto amor che me strazia
No solo segno un curto apanamento
Se da l'inferno rivo a un ioz de pase...


12.
El ramo oramai soto la manera
Solo un ioz se lamenta, 'ssai meno
De la foia smossa da la bavisela...
Ma xe stada una furia
Che ga strapà quel tenero
Essere e cussì piena de premura
La carità de una vose me consuma...


13.
No più furori me porta l'istà,
Ne primavera i sui presentimenti;
Te pol finir, autuno,
Co' le tue mate glorie:
L'inverno stendi per un desiderio
Spoio oramai la stagion più clemente!...


14.
Za me sento int'ei ossi
El seco de l'autuno,
Ma, mantegnù da le ombre,
Un mato splendor torna
Ancora senza fine:
Xe la tortura segreta del sol
Subissado int'el mar vestì de scuro...


15.
Ritirerò fora senza rimorsi
Sempre una dolze agonia dei sensi?
Scoltime, cieco: "Partida xe un'anima
Dal castigo de tuti no sfiorada..."

Me farà meno mal no sentir più
I zighi vivi de la sua pureza
Che 'l sentir drento de mi cancelà
Forsi del tuto el timor de la colpa?


16.
Ai lampi che i scampanela dai vetri
L'ombra ghe indriza a la tovaia un riflesso,
Dal giardin sgionfe ortensie torna al lustro
No zerto de una broca, un rondon 'mbriago,
El grataciel infogado dei nuvoli,
Su l'albero, saltei de un fioluz...

Gran rumor de onde che mai smeti alora
El par che 'l vegni drento int'ela camera
E, a quel star fermo senza pase de una
Strica blu, ogni parede sparissi...


17.
Xe dolze e forsi qua vizina te passi
Disendo: "Sto sol te calmi e sto spazio
Grande. Te pol sentir nel vento s'ceto
El tempo caminar e la mia vose.
Drento de mi go pian pian ingrumado
El slancio zito de la tua speranza.
Per ti son l'alba e giorno ancora bon".


Il testo di Voltairine De Cley­re, nella traduzione di Ser­gio Fumich, "L'IDEA DO­MI­NAN­TE", pubblicato nel 2005 nel­la col­la­na Breviari di Utopia del­le edizioni Ca' La Gatera, è di­spo­ni­bi­le per il download gra­tui­to sul sito di Liber Liber (vai).


TRADUZIONI DI POESIE DI SERGIO FUMICH

:: SEGUINDO O VÔO DE UMA GAIVOTA
Seguendo il volo d'un gabbiano - Traduzione in portoghese di Fernando Fiorese Furtado.
Garatuja - n. 47, aprile 1996.

:: DOIS POEMAS DE SERGIO FUMICH
Compasso - 1° trimestre 1996
Traduzione in portoghese di Iacyr Anderson Freitas.

:: HAICAIS DO OUTRO VERÃO
Haiku dell'altra estate - Traduzione in portoghese di José Jeronymo Rivera.
Alto Madeira - Momento lítero-cultural, 9 agosto 1996.

:: POEMA DE AMOR Y DE LEJANÍA
Poesia d'amore e di lontananza - Traduzione in spagnolo di Teresa Albasini.
Hojas del Apartado, n.ro 18, settembre 1996.

:: HAICAIS DO OUTRO VERÃO
Haiku dell'altra estate - Traduzione in portoghese di José Jeronymo Rivera.
Literatura - Revista do Escritor Brasileiro, n. 9, Anno IV, dicembre 1995.



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