Sergio Fumich è nato a Trieste nel 1947. Ha svolto attività pubblicistica dal 1978 al 1995 come collaboratore del quotidiano di Lodi Il Cittadino. È stato direttore responsabile di alcuni fogli locali e della rivista di poesia Keraunia. Ha pubblicato libri di poesia e di racconti, libri di fotografia e grafica, libri ed opuscoli divulgativi.

Identificativo SBN: IT\ICCU\CFIV\106311
ISNI: 0000 0000 3584 7165



LIBRI DI RACCONTI


Nella pagina sono raccolte le informazioni riguardanti i libri di racconti di Sergio Fumich: dal primo libro L'orologio del vecchio mercante, raccolta ripresa e ampliata in La città oltre la montagna nella edizione della milanese Prometheus, al libro Ai margini della città che raccoglie gli ultimi sei racconti, infine alla raccolta completa I Racconti che contiene anche numerose recensioni. Nella pagina anche numerosi testi, alcuni inediti.


I RACCONTI

Sergio Fumich

I RACCONTI

ISBN 978-1409219347 - Brossura, 136 pag.

Nei racconti del libro emerge un deciso piacere del grottesco, ovvero la ricerca di un mondo fantastico dove oggetti e situazioni diventano figure in un'esasperazione della realtà che l'Au­to­re utilizza per comunicare significati profondi, difficili da esprimere in forma realistica.

Il libro è presente in Google Libri. Per vederlo in anteprima, cliccare sull'immagine a lato.

AI MARGINI DELLA CITTÀ

Sergio Fumich

AI MARGINI DELLA CITTÀ

ISBN 978-1434829122 - Brossura, 48 pag.

Gli ultimi sei racconti di Sergio Fumich che chiu­dono il ciclo iniziato con L'orologio del vecchio mercante e proseguito con La città oltre la mon­tagna.

Il libro può essere reperito anche sul sito italiano di Amazon. Sul sito americano che consigliamo, raggiungibile cliccando sull'im­ma­gi­ne sopra, si può vedere anche una breve anteprima del libro.

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Sergio Fumich
I sortilegi di nonna Caterina
in Keraunia - Rivista di poesia, n. 16,giugno 1994.

I SORTILEGI DI NONNA CATERINA
Briciole di credenze popolari nel villaggio di Lukezi

Nonna Caterina aveva fama d'essere una maga, non solo nel piccolo selo di Lukezi, poche case di sasso e di calce cresciute attorno ad un primo insediamento le cui origini si perdono nella notte dei secoli, ma anche tra la gente dei dintorni. Venivano dai villaggi vicini a farsi curare persistenti mali di testa, a chiedere rimedi per il mal di denti, ascessi, per fastidiosi mali di gola ed i mille altri malanni che deliziano la quotidianità del vivere.
In quella terra povera e riarsa, dove la vigna e qualche njiva, lembi di terra coltivata strappata alla petraia, una mucca nella stalla, il maiale e qualche gallina erano il sostentamento d'una famiglia spesso numerosa; dove ancora ai tempi della mia infanzia le donne con la brenta sulle spalle s'avventuravano a piedi scalzi giù per un sentiero ripido e dirupato per raccogliere l'acqua che spillava da una sottile sorgente sulla costa del monte, e l'elettricità era stata portata da poco, davanti al fuoco nel buio delle cucine, con una bukaleta di vino che girava di mano in mano, fiorivano spontanee credenze e superstizioni, storie inverosimili di mirabilia e sortilegi. La religiosità popolare di quella gente, la mia gente, era tutta intrisa di pratiche magiche, tabù e prescrizioni ereditate dai genitori con la vigna e la casa.
Così, per dirne alcuna, guai a chi mangiava il prosciutto prima di Pasqua: poteva star certo costui che si sarebbe imbattuto spiacevolmente in una vipera. E gat, la vipera dal morso mortale, era vista come una creatura per quanto possibile da evitare: al ritorno dalla messa pasquale, quando ci si riuniva a tavola per la colazione con il cibo benedetto in chiesa, prosciutto, pancetta, uova sode, e pinza, il dolce di Pasqua, per prima cosa si mangiava dello scalogno per scongiurare il temuto incontro. Per lo stesso motivo si prescriveva di mangiare la "testa" della prima sparuga che si trovava, l'asparago selvatico con cui si facevano squisite frittate. Guai a chi saliva s'un albero il giorno di Corpus Domini o di San Pietro: sicuramente anche il più robusto ramo si sarebbe spezzato sotto il peso e la caduta resa inevitabile; guai a chi lavorava la terra il venerdì santo!
Si raccontavano storie terribili su chi aveva trasgredito al riposo festivo. Si diceva, ad esempio, d'una donna che faceva il pane di domenica, che la disgraziata, dopo aver provato e riprovato invano ad accendere il fuoco che non voleva prendere, alla fine alterandosi, si fosse lasciata andare a tirar moccoli restando paralizzata in volto; e d'un'altra giù in Valle, recatasi a lavare, l'incauta, il giorno di Corpus Domini, che, all'improvviso, i panni avessero preso fuoco e che da essi fosse sgorgato sangue.
Pericolosa cura della propria persona era per le donne il tagliarsi le unghie di venerdì: chi indulgeva a quella pratica, pensata forse troppo civettuola per la pietà del giorno, infallibilmente diventava striga, strega. E, a proposito di streghe, una superstiziosa diceria sconsigliava di andare a lavare i panni al torrente durante le tempora, perché in quei giorni, lì a lavare c'erano, per l'appunto, le streghe. Ed ancora, durante le tempora dopo l'Ave Maria, non si doveva uscire da casa, né, in casa, stare sotto la cappa del camino e guai a fischiettare: sarebbe stato come invitare vrah, il diavolo, a mostrarsi.
Il grande nemico era grad, la grandine, capace di arrecare danni irreparabili alle brajde, le vigne. Quando il cielo non lasciava presagire niente di buono, si andava presso la vigna e si facevano dei falò. Con gli sterpi e la ramaglia, dopo avervi collocato una candela benedetta il giorno della candelora, si bruciavano i fiori benedetti durante la processione del Corpus Domini, i rami di frassino usati quel giorno per ornare i muri al passaggio della processione, frasche di pelin, assenzio, e si spruzzava acqua benedetta. Il fumo denso che si levava dai falò contro le nuvole, avrebbe allontanato il pericolo della grandine.
Ma tornando a nonna Caterina, le malignità dei vicini insinuavano che le sue pratiche magiche non si limitassero agli scopi benefici della guaritrice, ma fosse solita ad usare sortilegi e stregonerie. Nei ricordi di mia madre, la diceria risaliva ai primi tempi dopo le nozze, quando era venuta a Lukezi sposa di mio nonno Zvane Lukes. In casa di mio nonno, allora, non si sfruttava il latte delle mucche come alimento, perché a nessuno piaceva. Così le mucche avevano latte soltanto finché allattavano i vitelli, poi non mungendole se non per quel pochissimo che di tanto in tanto serviva, lo perdevano. A nonna Caterina piaceva il formaggio ed il latte, e nel vedere tutta quella grazia di Dio andar sprecata, non poteva restar indifferente; così cominciò ad occuparsi della stalla e della vacca.
Cominciò a mungere la mucca mentre questa allattava il vitello, portandole via una buona parte del latte. Diceva che di latte le mucche ne hanno tanto e che ai vitelli non ne occorreva tutto perché poi cominciano anche ad andare al pascolo e a nutrirsi diversamente. E, dunque, ritornava sempre dalla stalla con grandi pignatte di latte.
Per rincasare dalla stalla si doveva girare attorno alla casa del vicino, non essendoci un passaggio diretto. Quell'inconsueto viavai di latte non poteva non essere notato dalla vecchia madre del vicino, come anche il fatto che il traffico di latte continuasse anche dopo la vendita del vitello. Non sapendosi spiegare la cosa, la vecchia cominciò a lamentarsi con gli altri che da quando quella donna era arrivata al villaggio loro erano rimasti senza latte, che aveva portato via il latte dalle loro mucche facendolo passare nella propria, che doveva saper fare sortilegi perché fino ad allora le mucche di Zvane Lukes non avevano mai avuto latte, ch'era già tanto se riuscivano a tirar su i vitelli, ed adesso dopo ch'era arrivata quella donna in quella casa, non facevano che portar pignatte di latte dalla stalla.
Ma con la grande guerra ormai e la fine dell'impero austroungarico, era tramontata un'epoca. Così i figli di nonna Caterina credevano poco alle sue pratiche magiche, anzi spesso la deridevano quando cedendo alle insistenze di qualcuno si lasciava convincere a tirare gli uroki o a fare qualche altro scongiuro. Finché, dunque, smise non tramandando ad altri il suo patrimonio di conoscenza empirica popolare. Nei ricordi di mia madre è rimasto frammentario questo rituale di scongiuro per il mal di testa: si prendeva una tazza d'acqua, in essa si dovevano gettare delle braci ardenti afferrate con le mani e sputare per terra dicendo una formula magica, come le altre perduta; poi bisognava far bere il paziente da tre punti diversi della tazza, quindi la maga prendeva le braci e sempre recitando formule magiche le scagliava oltre il paziente; infine con le dita bagnate in quell'acqua massaggiava la fronte e le tempie dolenti, poi vuotava l'acqua in un canto della casa. Se, nel gettare le braci nell'acqua della tazza, esse fossero rimaste a galla, allora si trattava di un normale mal di testa; altrimenti, se andavano cioè a fondo, era malocchio.


LA MORÀ E GL'INCUBI NOTTURNI

Nel mondo magico di Lukezi, ancora negli anni della mia infanzia, la notte arrivava densa di misteri. Una cappa buia avvolgeva il villaggio, il vicino bosco e la campagna, mostrando alla luce delle stelle d'ogni cosa aspetti inconsueti, forme notturne non ravvisabili di giorno.
Lo scuro fitto delle notti nuvolose, mai più ritrovato dopo altrove, o lo splendore incantato dei pleniluni, dove le ombre assumevano spessore densità presenza vita, erano il fondale perfetto per le mille storie straordinarie ed inverosimili che si raccontavano vicino al fuoco, in quelle lunghe sere senza radio e televisione, o libri, se non qualche Vita dei Santi illustrata da immagini di dannazione, più spaventose di quella bambagia nero-seppia in agguato fuori dalla porta.
Nessuna meraviglia, dunque, che a guardarsi in uno specchio in quelle notti lontane, si vedesse il diavolo, o dormendo con il viso rivolto alla luna si diventasse sonnambuli, o, ancora, costretti per qualche ragione a star fuori casa, camminando per quelle strade o sentieri ci s'imbattesse talvolta in streghe od altre creature maliarde, com'era successo ad un mio prozio, recatosi con altri due amici per la leva a Pisino. A piedi naturalmente, perché il cavallo di San Francesco allora era il mezzo più usato, quando non l'unico, per spostarsi in quelle terre. Il racconto di mia madre sull'accaduto è scarno ed irriverente: "I gaverà bevù un bicèr de più per festegiar la leva", e ancora sempre in triestino, ma senza mezzi termini, "I iera de sicuro inbriaghi". Comunque, il fatto capitò di notte al ritorno, poco fuori Pisino dove, dopo un moderato salire, la strada s'adagia s'un pianoro. Lì, i tre malcapitati incontrarono tre streghe che si misero a ballare con loro. E balla, balla, balla, non smettevano mai e non li lasciavano proseguir la strada. Ed oltre alla beffa, in quella notte da discoteca, il danno: i tre portavano con sé gli ombrelli, che più dopo, finita la buriana, non furono capaci di ritrovare. Le tre malefiche streghe ne avevano fatto, evidentemente, il bottino di quella notte. Mia madre assicura che al loro racconto, una volta a casa, credevano tutti, senza un solo dubbio. E del resto tutto era possibile per chi sapeva di poter parlare con gli animali recandosi nella stalla la notte di San Giovanni.
La notte era il regno della morà. La morà era una strega, una strega particolare che tormentava di notte le sue vittime prescelte. Che non fosse una fola, che questa creatura notturna, che terrorizzava la contrada, esistesse veramente, lo testimoniava il racconto di uno - non si sa dove, non si sa quando, - ch'era riuscito a farla prigioniera chiudendola in una cassapanca. Determinante per il buon esito della cattura fu il fatto che la cassapanca non avesse fori o aperture, neppure una serratura per bloccare il coperchio, perché la morà era abilissima nel passare attraverso il più piccolo pertugio. Dicevano anzi, che solitamente entrasse in casa proprio per il buco della serratura. Dentro la cassapanca la morà piangeva immensamente e supplicava l'uomo che l'aveva imprigionata. Supplicava che aprisse, che la lasciasse andare perché il giorno dopo doveva sposarsi e non poteva assolutamente mancare. L'uomo, cuore tenero, alla fine cedette e la lasciò libera.
Lo zio Joze era molestato la notte in continuazione dalla morà. Nel vicinato correva voce che fosse la Pierina: dicevano che la Pierina era una strega, e poiché non nascondeva il desiderio di volerlo sposare, di notte andasse a tormentarlo perché si decidesse. Zio Joze raccontava d'esser una notte riuscito ad afferrarla e, scagliatala per terra, d'averne sentito il tonfo come fosse stato un piccolo sorcio.
Un'altra vittima era l'Ana dei Znjider, madre d'un'amica di mia madre. Si lamentava che la morà venisse di notte mentre dormiva a succhiarle i calcagni, e che li avesse ben ben rovinati era visibile a tutti in un tempo in cui si andava scalzi.
Per porre un rimedio alla persecuzione della morà, gli sventurati si rivolgevano al prete perché desse loro qualcosa di benedetto che tenesse lontano un tal castigo di Dio. E nella sua infinita pazienza il prete dava loro un pezzetto di un vecchio paramento, che veniva tagliato poi in frammenti ancor più piccoli da portare sempre indosso, o qualche altra cosa del genere. Perché, una volta che ci si fosse messo addosso qualcosa di benedetto, la morà non si sarebbe fatta più vedere.
Anche il maggiore dei miei fratelli, oggi stimato professore di greco in un liceo triestino, fu a detta dei parenti una sua vittima. Neonato a Lukezi, aveva, cosa non rara, un seno gonfio, e tutti a dire ch'era la morà che veniva di notte a succhiargli il seno. La nonna o forse qualcun altro dei parenti andò subito dalla Mariolinka, una donna che s'intendeva di tali faccende; e con questa poi dal Ciapusei, il sagrestano, perché procurasse qualcosa di benedetto da mettere attorno al collo del bambino. Il rimedio sembrò servire, perché il gonfiore di lì a poco sparì.
Non c'era persona che a quel tempo non avesse sperimentato le molestie della morà. Quando l'incubo cessava, la bestemmiavano e la vituperavano a più non posso, e lei lì sulla porta a farsi beffe di loro prima di sparire nell'oscurità della notte.
Ma la notte non aveva soltanto un aspetto terrificante; le giovinette, se volevano, potevano usare le notti di luna piena per fare romantici sogni sul proprio destino di donna. Guardando la luna ci si poteva procurare una piacevole notte dicendo "Luna lunare fammi sognare chi devo sposare". Chissà quante volte la luna, oltre ad essere compiacente, sarà stata anche bugiarda, a fin di bene naturalmente. La filastrocca è in lingua italiana, e risale dunque agli anni dell'occupazione italiana di quelle terre dopo il crollo dell'impero austroungarico, magari portata da qualcuna di quelle eroiche maestrine siciliane mandate ad insegnare la lingua di Dante a quella gente che parlava un dialetto croato misto di sloveno, tedesco e veneto.


BAMBINI E MAL DI DENTI

Era usanza a Lukezi di vestire il bambino maschio appena nato, prima ancora di pulirlo, con i calzoni del padre. Si voleva così, con questo gesto rituale, trasmettere al figlio, capofamiglia lui pure un giorno, l'autorità del maschio su cui si fondava ancora nel secondo decennio del secolo quella società agricola e patriarcale. Ma la vita nei primi mesi, nonostante questo dovuto atto di benvenuto in seno alla famiglia, non doveva essere un gran che per i bambini d'allora.
Venivano fasciati strettissimamente in tutto il corpo, particolarmente le gambe perché non avessero dopo da svilupparsi storte. Solo la testa, ovviamente, non subiva quella sorta di mummificazione. E fino a sei mesi stavano nella cuna tutto il giorno. Le madri, impegnate nel duro lavoro in campagna, evitavano di levarli su dal lettino, perché non si viziassero a stare alzati; anche quando era il momento di nutrirli, allattavano i figli chinandosi sulla cuna. Alimentavano il bambino col proprio latte fintantoché non restavano nuovamente incinte: Gli ultimi figli venivano così allattati talvolta fino ai quattro, cinque anni. La cuna faceva da giaciglio all'ultimo nato finché non arrivava un nuovo fratellino.
Per svezzare un bambino si usava far arrostire una mela e, dopo averla bagnata nel vino, farla mangiare al bambino col cucchiaio. In una terra dove la vigna e i suoi frutti erano la risorsa più grande, il rituale ingenuamente si proponeva di favorire nell'uomo di domani l'amore per il vino, perché solo chi ama il prodotto del suo lavoro ama il lavoro.
Un bambino particolarmente bello suscita sempre manifestazioni di stupore ed ammirazione, ed attira gli "Oh, che bel bambino!" ed i complimenti delle altre persone. Come sorta di scongiuro contro l'invidia altrui il genitore o l'altro parente che badava al piccolo, diceva tra sé un "drek ti pod nos", che è un augurare all'altro - mi si risparmi la traduzione letterale, - di avere sotto il naso una puzza, di cosa ben s'immagina, non certo piacevole.
Poverini, poi quei bambini che soffrivano per i vermi parassiti nell'intestino. L'aglio era anche a Lukezi il rimedio principe. Con uno spicchio schiacciato venivano sfregate le labbra per far sì che il sugo venisse assorbito dal bambino. Poi con altri spicchi e dello spago si faceva una collana che era messa al collo del bimbetto, costretto a portarla dovunque per tutto il giorno.
Della mancanza di un dottore in luogo, a farne le spese erano soprattutto i bambini. Per trovarne uno, bisognava recarsi fino a Pisino, un tragitto, più o meno come Brembio-Lodi, accidentato, che non era poca cosa a farlo a piedi o anche con un carro - chi l'aveva - tirato da buoi sottratti al lavoro della campagna; e poi costava, ed inevitabilmente chi non aveva da scialare per un tale "lusso" - cioè tutti o poco meno, - si arrangiava con l'esperienza secolare consolidata ed arricchita da generazioni di dignitosa povertà.
Fu così che la fatalità d'una banale caduta, determinò la morte di un fratellino di mia madre. Il bambino, aveva due anni, era affezionatissimo a mia zia Amalia, allora ragazzina di 13-14 anni; e s'era abituato ad andarle incontro all'ora in cui tornava a casa dopo aver pascolato la pecora. M'ha sempre incuriosito come facesse quel bambino di due anni a stabilire ch'era il momento del rientro della sorella, ma il cercar di ricavare da lontanissimi ricordi, per di più d'infanzia, un simile dettaglio sarebbe stato pretesa maniacale. Sta di fatto che puntualmente s'incamminava incontro alla sorella sulla strada del pascolo, chiamandola "Ama, Ama", come un bambino può fare, e di lì a poco era di ritorno con la zia Amalia e la pecora. Lungo il percorso, nei pressi della casa d'una cugina spuntava dal terreno una pietra aguzza, cosa di poco conto, anche se nel bel mezzo d'un passaggio, in un luogo dove anche la poca terra coltivata è strappata alla petraia. Quel giorno fatale, forse vedendo la sorella già poco distante, s'era messo a correrle incontro, azione ben pericolosa su quel viottolo ricavato nel sasso, levigato per secoli dal passare e ripassare di zoccoli. Nella corsa incespicò e disgrazia volle che cadendo picchiasse la fronte contro quello spuntone maledetto di roccia affiorante. La ferita era profonda e usciva molto sangue. Il nonno di mia madre, togliendosi quel berrettino, fatto in casa, a forma d'un basso cilindro che allora s'usava e si ereditava di padre in figlio, ordinò senza discussioni di chiudere la ferita con la sua lana. L'emorragia si fermò ma al bambino venne il tetano. Otto giorni dopo cominciò a stare male; anche se ormai non sarebbe servito a nulla, nessuno pensò di chiamare un medico, era troppo lontano sia da quei luoghi sia dai pensieri della povera gente.
Se il medico era un lusso impossibile, il dentista neppure un sogno. Così ci si arrangiava come si sapeva. Per preservarsi dal mal di denti, andavano a sentir messa il giorno di Santa Apollonia in una chiesetta di campagna a Galignana. Dopo il sacro ufficio, ognuno tirava coi denti la fune della campana. Quando poi, nonostante tutto, il mal di denti arrivava, per scongiurare il formarsi d'un ascesso portavano in tasca cinque grani di sale, cinque chicchi di grano ed un mazzetto d'assenzio; era questo il rimedio diffuso, capace di neutralizzare l'ascesso che altrimenti si sarebbe formato pestando sfortunatamente un'orma, slet, tanto particolare quanto misteriosa, forse di strega forse di qualche bestia malefica. Il disgraziato, infine, che si ritrovava poi con un ascesso in bocca usava come rimedio l'assenzio, pianta che bruciando produce molto fumo. Il malato, messa sul fuoco la ramaglia, immergeva la testa nella colonna di fumo tenendo aperta la bocca.

(Ndr. - I brani riportati sono parte di una serie di articoli pubblicati dal quotidiano Il Cittadino di Lodi nel marzo-aprile 1991)

Sergio Fumich
I SORTILEGI DI NONNA CATERINA
Briciole di credenze popolari nel villaggio di Lukezi

I ricordi del villaggio istriano di Lukezi, contenuti nel libro I sortilegi di nonna Caterina, che raccoglie una serie di articoli pubblicati dal giornale Il Cittadino di Lodi nel marzo-aprile 1991 e ripubblicati successivamente dalla rivista Keraunia, sono stati protagonisti, il 24 gennaio 2014, nella trasmissione della RAI del Friuli Venezia Giulia Radio ad occhi aperti, curata da Biancastella Zanini.
La trasmissione, suddivisa in due parti, ospitava nella prima l'interessante testimonianza di Erminia Dionis Bernobi che ha raccontato la sua storia d'esilio. La seconda parte era dedicata alle storie del mio libro.
Lukezi è un piccolo villaggio nei pressi di Pedena (Pican) sulla strada che da Pisino (Pazin) porta a Fianona (Plomin). Siamo nel centro dell'Istria, una terra povera e riarsa, sfruttata nei secoli dai tanti padroni che si sono succeduti nel possesso. Le tradizioni e le curiosità, i ricordi riuniti in queste pagine sono stati raccolti dalla viva voce di Anna Luches, nata a Lukezi il 28 gennaio 1919 e morta a Trieste il 25 luglio 1996.
Il libro è in vendita su Amazon.it e su Lulu.com.

I sortilegi di nonna Caterina a Radio ad occhi aperti di RAI FVG

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Il libro I Sortilegi di Nonna Caterina è presente in Google Libri. Per vederlo in anteprima, cliccare sull'immagine a lato.

Sergio Fumich
OGGI
1995

Nebbia, tutt'attorno. Vuoto. silenzio opaco dove mi perdo. Che ne sarà di me... di te... di voi? Ho fatto un sogno stanotte dove il mondo era racchiuso da pareti. Muri altissimi d'una stanza, un orizzonte di mattoni intonacati bianco sporco.

È difficile vedere il sole quando sei un cimice rovesciato sul dorso. E ti dibatti per sopravvivere dopo qualche metro di volo soltanto, in un mondo che t'ignora quando non ti schiaccia. Forse domani sarà diverso. Un altro sogno. Sole. Se un domani esiste.


Sergio Fumich
LA FABBRICA
Frammento primi anni '70


   Gli impianti di dissalazione dell'acqua si alzavano sulla scogliera, a due passi dal mare, nel settore A257 del perimetro della Fabbrica. La costa, lasciando la rete di cinta ad ovest, digradava in una breve striscia sabbiosa, per ergersi poi, a picco sulle onde, roccia compatta inaccessibile.
   Nella piccola spiaggia, da bambino, Ernesto aveva trascorso interi pomeriggi a cercare conchiglie. Talvolta suo padre, finito il turno agli impianti, ancora a sera l'aveva sorpreso a scavare nella sabbia o a fantasticare di mari lontani, rigirando tra le dita un murice spinoso o una nassa. Anche negli anni della scuola e più tardi, quando sedicenne s'impratichiva nel lavoro al quale la Fabbrica l'aveva destinato, quel lembo di sabbia aveva rappresentato per lui un rifugio contro le rigide regole di comportamento sociale secondo cui, sempre più, vedeva, impotente, la sua vita modellarsi.
   Ancora adesso, ormai trentenne, Ernesto si sentiva legato a quella striscia di sabbia del settore A257, e ogni tanto vi ritornava nei turni di riposo, quando desiderava star solo e lasciarsi alle spalle gli svaghi preconfezionati degli Organizzatori del tempo libero. Naturalmente ogni volta la sua assenza era annotata con cura ed andava ad allungare la serie di note negative che il suo curriculum vitae conteneva. Lo sapeva, ma non si crucciava per questo. Del resto non aveva mai avuto noie.
   Anche questa volta i Guardiani non si erano occupati di lui. Nessuno aveva mostrato interesse ai suoi movimenti, neppure il sorvegliante elettronico al cancello d'uscita dall'area di riposo aveva mosso obiezioni dopo aver esaminato la sua scheda d'identificazione. Ernesto, più per abitudine che per vera sorpresa, s'era chiesto come mai non gli avesse impedito d'allontanarsi dall'area senza il permesso dell'Organizzatore al quale era assegnato. Era una violazione del regolamento. Ed un sorvegliante elettronico non è un funzionario umano, che talvolta può chiudere un occhio, far finta di non vedere. Un sorvegliante elettronico è un computer, che opera univocamente secondo gli imperativi del programma che lo governa. Dunque, la possibilità di spostarsi liberamente, che credeva di possedere, era stata decisa in alto loco. Un trattamento speciale certamente, di cui, però, non comprendeva la ragion d'essere. Né aveva mai cercato, in verità, d'andare a fondo della cosa. Del resto, si diceva, da quando aveva compiuto i dodici anni in poi tutta la sua vita era stata speciale.


Sergio Fumich
AI MARGINI DELLA CITTÀ
Inedito



   Ogni giorno il treno si ferma per qualche minuto al segnale, al limite ultimo della campagna dove le prime lingue d'asfalto della metropoli scaturiscono improvvise dalla terra fumante di nebbie mattutine. Nessuno più si chiede il perché di quella sosta apparentemente senza un motivo, quasi fosse ormai una gabella da pagare col proprio tempo per entrare nella città. Anzi la si saluta come il segno del prossimo arrivo alla stazione: quell'improvviso silenzio dopo il tanto sferragliare fa da sveglia a chi pisola prolungando i sogni della notte; sembra pensata apposta, quella pausa, per dare modo di ripiegare il giornale, raccogliere con calma borsa, soprabito, ombrello, le proprie cose buttate sui sedili o sulla rastrelliera. C'è anche il tempo per guardare con attenzione fuori dal finestrino, per cercare di capire da quel piccolo ritaglio di paesaggio la giornata che offrirà la capricciosa metereologia della metropoli.
   Di là dalla bassa scarpata il prato d'erba sporca e umida si estende a occidente nella pianura fino a perdersi nel nebbioso orizzonte lontano, dove forme spettrali di falansteri in qualche mattina di pallido sole luccicano come fuochi fatui nella bruma. Per quanto sforzi il ricordo, non mi sovviene d'aver visto mai in quella distesa verde rugginosa un tiro di buoi, un cavallo, un mezzo meccanico qualunque, qualcuno intento a lavorare i campi. Solo gabbiani di quando in quando hanno abitato qualche lembo di prato più vicino alle prime case.
   A dire il vero, non ho fatto subito caso, stamane, alle buche, anche perché attorno non c'era traccia dello scavo, non cumuli qua e là di terriccio, non la linea fangosa d'un carro servito al trasporto lontano. E poi una buca, più buche in quella landa desolata bisogna pensarle prima di vederle; e soprattutto non avere una vicina di posto che ti distrae, un altro che sbadiglia come un grosso pesce fuor d'acqua. Comunque, le buche erano là per farsi scoprire: se non oggi, sicuramente domani avrei dovuto notarle. Buche rettangolari, disposte senza uno schema immediatamente intuibile, m'erano sembrate profonde, spropositatamente profonde. Il treno, però, subito s'è rimesso in movimento, indirizzando la mia attenzione ai consueti preparativi per la discesa una volta in stazione. Ed in verità soltanto dopo, più tardi in ufficio, girando svogliatamente le carte d'una pratica annosa, ripensandoci ho concretato l'evento imprevisto della repentina apparizione di quelle fosse nella prateria, lì, ai margini della città. Ancora adesso, qui in casa, seduto in poltrona disattento al televisore che sciorina immagini inutili di dentifrici, di automobili donne, di detersivi, stento a dare un credito pieno alla novità, all'esistenza di quelle buche. Anzi, più ripenso a quei pochi momenti della scoperta, più convengo s'un ridimensionamento del fenomeno. Forse c'erano già, avvallamenti nel terreno nascosti d'estate dal rigoglioso e selvaggio sviluppo della vegetazione di robinie e pruni al bordo della massicciata.

   Che siano buche non c'è dubbio alcuno, buche profonde di forma geometrica ben determinabile, dalle pareti a picco, un'opera di scavo. Oggi ho potuto osservarle comodamente e per un tempo sufficiente, essendo il treno rimasto fermo stranamente più del solito. Avevo scelto opportunamente un posto vicino al finestrino che mi permettesse, una volta sul luogo, una buona visione della prateria e delle fosse intraviste ieri. Lo scavo sembra fatto di fresco, non vi è segno d'erba dove la cotica è stata asportata. Eppure, la cosa è sorprendente: non vi è traccia alcuna degli imponenti mezzi meccanici che devono essere stati usati nello scavo, né un indizio qualunque, una bottiglia, un barattolo, uno straccio, un brandello di carta, un'orma nel fango degli artefici di quelle buche. Ma ciò che più ancora sorprende, è che quel lavoro non può essere stato iniziato e portato a termine in una sola giornata. Troppe in numero sono le buche e grandi, perché anche una attrezzata ditta possa aver eseguito le opere di scavo in un tempo brevissimo. E quanto dal finestrino del treno riesco a vedere, poi, dev'essere solo una porzione d'un progetto che interessa un ampio tratto di quella prateria giallastra e sporca. Un lavoro di giorni e giorni, dunque, rimasto sconosciuto per tutto questo tempo... com'è possibile? Non riesco a dare un senso...

   Per tutta la settimana, sfruttando quei pochi momenti di sosta del treno, ho cercato di farmi un'idea più precisa di quegli scavi. Le buche sono perlopiù rettangolari, ampie - valutandole così ad occhio, - grosso modo almeno quanto due o tre vagoni accostati. Di quando in quando la loro forma si fa una elle, un'enorme elle che s'apre come una ferita insanabile nel terreno. La disposizione deve seguire una regola precisa... Purtroppo il finestrino del vagone mi permette una visione ogni volta estremamente parziale della pianura ed un punto di osservazione troppo basso rispetto al livello dei campi, per offrirmi la possibilità di ricostruire il disegno di quei lavori che sembrano perdersi nella prateria fino ai lontani falansteri. Riesco soltanto ad intuire dall'orientazione d'ogni buca, che varia di poco ma percettibilmente la direzione dell'asse longitudinale, ch'esse sono disposte come a seguire ideali immense circonferenze concentriche.
   Ma quale può essere lo scopo di quegli scavi? Non so formulare un'ipotesi. Somigliano a fossati di fondamenta, ma anche per i più grossi ed alti palazzi che ho visto costruire, le dimensioni al confronto erano una traccia di spillo nel terreno. E poi il numero! Ad immaginarla, consistente parte se non l'intera metropoli potrebbe essere contenuta in quelle buche.

   Per un mese intero non è accaduto niente, l'erba ha cominciato a germinare sugli orli delle fosse, a spuntare come una muffa madida e sporca sulle pareti a picco.
   Una luce in lontananza due settimane fa, intravista per qualche attimo mentre il treno ripartiva, mi aveva fatto sperare che la cortina di mistero che avvolge come bruma le buche, si alzasse. Invece nulla: il giorno dopo di quel bagliore lontano nessuna traccia, né nella direzione dove l'avevo scorto, né altrove. Forse un riflesso, forse il faro d'un'automobile, qualche cacciatore che s'avventurava per un viottolo nella prateria.
   Ho portato con me un binocolo e l'ho usato, suscitando non poco stupore negli altri viaggiatori. Così ravvicinati quegli scavi sembrano ancora più ampi e profondi. E ciò che sospettavo, cioè che si estendessero occupando lo spazio visibile della prateria fino all'orizzonte, s'è rivelato realtà. Non anima viva dovunque, non un mezzo meccanico, una baracca: soltanto una desolata distesa di erba rugginosa ed il volo solitario di qualche uccello.

   È accaduto - quando? ieri? stanotte? - un fatto nuovo. Non ho potuto vedere bene perché il treno stamane s'è rimesso quasi subito in movimento. In una buca, la più vicina alla massicciata, ho intravisto del grigio, una colata di cemento sembrava, sì, del cemento, ne sono certo. Non era uno scherzo della strana livida luminosità che pervadeva la pianura dopo una notte di tempesta.
   Se fosse davvero cemento, significherebbe che quelli sono scavi di fondamenta, che qualcuno sta costruendo là qualcosa. Ma chi? Che cosa? E poi com'è possibile tutto senza un cantiere, senza un deposito per i materiali, i camion per trasportarli, gli operai per preparare le armature?
   È tutto molto irragionevole, come se un sogno, lo stesso sogno incredibile, si sovrapponesse alla realtà puntualmente in quel luogo ogni mattino. Eppure, per quanto assurda possa sembrare la situazione che vivo, di cui mi trovo a far da testimonio involontario, essa è reale, innegabilmente reale. Mi stupisce l'indifferenza degli altri, questo sì. Anche loro vedono le buche ma con occhi distratti, senza interesse senza curiosità per quanto sta succedendo là fuori dal vagone, nella vasta prateria che cinge da questo lato la metropoli.
   - Staranno costruendo qualcosa, altre case, altri palazzoni - stringendosi nelle spalle ha commentato uno una volta, ed a me che osservavo l'inesistenza d'un cantiere, d'una struttura qualunque che indicasse un'impresa al lavoro: - Si sa come vanno le cose in questo paese, si dà il via ad un progetto, lo si finanzia, poi mancano i soldi per completarlo e la ditta sbaracca. Vedrà che prima o poi qualcun altro, qualche costruttore con le mani in pasta si farà dare l'appalto per continuare. Quanto a trovar soldi per lavori, i più inutili, i nostri politici sono bravi, soprattutto se c'è da... lei mi capisce!

   Era cemento, una colata di cemento. Ieri avevo visto bene. La buca più vicina alla ferrovia è riempita quasi fino all'orlo di cemento armato. Dalla superficie spunta una miriade di ferri. Anche altre buche sono riempite o stanno per esserlo. Continuo a non vedere nessun segno dell'impresa che porta avanti i lavori. Vengono, operano, smobilitano, il tutto sembra fatto con molta discrezione. Se non fossi direttamente testimone di quanto sta accadendo nella prateria, lo confesso, stenterei a credere alla veridicità d'un tal racconto fattomi da altri.

   Un'altra settimana è trascorsa senza novità di rilievo. Credo che tutte le buche, ad una ad una, vengano riempite come le prime.
   Col binocolo, che ormai porto nella valigetta come uno strumento indispensabile per il mio giornaliero viaggio alla metropoli, ho scrutato in lungo e in largo la pianura per tutto il tempo che la sosta del treno, di volta in volta in questi giorni, mi ha concesso. Ma ancora niente, nessun segno dei costruttori, ed ormai dispero di riscontrarne mai, magari fortuitamente, uno.
   Ciò che mi chiedo fissamente è che cosa si stia lì costruendo, così immane è lo spazio interessato dalle fondamenta. Aiutandomi col binocolo sono riuscito approssimativamente a disegnare uno schema degli scavi che ora sto cercando d'interpretare, anche se non è facile impresa tenendo conto della necessaria imprecisione nei rilievi delle buche più lontane, spesso nascoste in parte o del tutto dalle irregolarità del terreno o dalla vegetazione d'arbusti, per quanto rada, che macchia qua e là la prateria.

   Ho corretto e ricorretto la mappa degli scavi, verificandola per giorni con quanto riuscivo a vedere dal finestrino, cambiando posto e vagone. Essa è approssimativa ed incompleta, lo riconosco; però conferma l'impressione d'un'orientazione delle buche verso un ipotetico centro ed il fatto che le buche sembrino esattamente susseguirsi disegnando circonferenze quasi concentriche. Se potessi ottenere una rappresentazione completa - troppi, troppi elementi mi mancano ora - avrei la certezza di quella che è solo la possibile ipotesi d'una disposizione a spirale degli scavi. Per quanto abbia studiato e ristudiato il disegno, non ho trovato altra forma geometrica capace di adattarsi a quelle buche. Una spirale che sembra poi - ma, ripeto, troppo pochi sono gli elementi per valutare, - ripiegarsi su se stessa! Di che razza di costruzione possono essere quelle le fondamenta? Non un immenso palazzo, non una torre immane, forse una nuova città...

   Una pioggia battente stamane mi ha impedito di distinguere con chiarezza. Tuttavia m'è sembrato d'intravedere oltre la cortina d'acqua che velava il finestrino, in lontananza rischiarate dalla luce di un lampo delle sagome scure ergersi nella pianura. Hanno cominciato dunque a costruire...

   È qualche giorno che la pioggia incessante batte la prateria. Le sagome scure sembrano moltiplicarsi ed innalzarsi sempre più alte ed imponenti sulla pianura. Un susseguirsi di lampi, di rumori sordi di tuono pervade lo spazio attorno a quelle forme sinistre di cemento: forse è solo l'impietosa rabbia della tempesta che sembra accanirsi su queste terre desolate ai margini della metropoli, forse, finalmente, le luci, i rumori delle macchine, i suoni dei costruttori. Il buio e l'acqua che riga il finestrino, ricamando un velo quasi impenetrabile, m'impediscono di distinguere, di capire. Ho provato ad aprirlo, il finestrino, ma un urlo di disapprovazione m'ha fatto desistere subito. Cosa stanno costruendo? La pioggia non può continuare a lungo, ci sarà pure, presto, una mattina senza pioggia.

   La pioggia continua ormai ininterrottamente da venti giorni. È una pioggia testarda, metodicamente impietosa, a tratti violenta per il vento che soffia da nord più intensamente ogni mattina. Mi chiedo come possano proseguire i lavori là fuori, nella prateria. Perché i lavori vanno avanti: ogni giorno che passa sempre più s'infittiscono le sagome di quegli immani pilastri e sempre più alti essi si fanno illuminati dalle accecanti ramaglie dei fulmini che s'abbattono sulla pianura, sui lontanissimi falansteri, sulla metropoli lucida di pioggia che va rianimandosi.
   Mi è sempre più difficile distinguere bene quanto capita oltre la cortina d'acqua che vela il finestrino. Con l'inverno ormai alle porte, le giornate si accorciano sensibilmente, al mattino è sempre più buio e buio e pioggia congiurano per impedirmi di vedere, di conoscere, di capire cosa sta accadendo là, fuori nella prateria.
   Ho ripreso a studiare la mappa che avevo tracciato, cercando d'individuare le zone dove più s'addensano, s'accumulano quegli scuri fantasmi, per tentare ancora una volta di capire lo scopo di quegli invisibili cantieri in quei campi desolati ai margini della città. Ma l'impresa si fa, ogni giorno che passa, più difficile e non solo per il diluvio d'acqua che ininterrottamente flagella la pianura o per il buio notturno che sempre più si dilata, o per il fatto che spesso sono costretto a cambiare posto o vagone - il treno ultimamente s'è fatto insolitamente affollato, - mutando così l'angolo d'osservazione: semplicemente è impossibile tenere conto dei nuovi pilastri o dell'altezza mutata degli altri.

   La pioggia ha smesso di cadere questa notte all'improvviso. M'ero coricato da poco, la mezzanotte era passata da una decina di minuti, forse venti. Di botto il crepitare delle gocce fuori sulla tettoia, quello scroscio sordo, che per giorni e giorni sembrava inarrestabile, s'era zittito. Un silenzio innaturale pervadeva l'oscurità della mia stanza. Incredibile evento. Mi sono alzato a vedere. Una luna alta, rotonda, illuminava l'orto percorso da cento rigagnoli viscidi serpenti. - Domani mattina potrò vedere - mi sono detto, solo questo mi sono detto, indugiando qualche momento prima di richiudere le imposte e rimettermi a letto.
   Quanto oggi mi appare di là dal vetro del finestrino, ancora segnato da minuscole orme lasciate dalle gocce di pioggia, nella luce timida d'un cielo finalmente terso sulla pianura, - qualche nuvola testarda resta soltanto sui falansteri della metropoli al lontano orizzonte occidentale, - ha dell'incredibile, imponente e solenne ed insieme religioso: una selva enormemente estesa di pilastri, come moderni menhir di ferro e cemento, riempie dovunque la prateria. Nel chiarore dell'alba rosati come dolomie, i giganteschi megaliti cavano dalla memoria l'immagine d'un immane tempio, innalzato, come in tempi remoti dell'uomo, con mezzi misteriosi al pallido sole di questa sterminata pianura.
   Il treno si sta muovendo, posso godere ancora per poco di questo spettacolo che genera in me, dentro, sensazioni indicibili d'entusiasmo misto con un'angoscia profonda che non so spiegare.

   I lavori continuano, impercettibilmente ma continuano. Di tanto in tanto m'accorgo d'un nuovo pilastro oppure della mutata altezza d'un altro. Ma ancora è difficile fare un'ipotesi sullo scopo della struttura globale. I costruttori? Talvolta, nella penombra dell'alba, m'è parso di scorgere tra i pilastri lontani una luce tremula, ma era troppo debole, troppo lontana per non pensarla una stella tarda sull'orizzonte.

   Stanotte è scesa la prima neve. Silenziosamente, come una soffice muffa biancastra ha ricoperto la prateria. Anche stanotte i lavori sono proseguiti nella tormenta: nuovi pilastri, più bassi, sono stati innalzati vicino alla ferrovia, ma non un'orma nella neve, non un segno di attività di macchine, non una traccia qualunque del passaggio di camion o di uomini.
   Forse, finalmente, ho capito che cosa i misteriosi costruttori stanno erigendo nella pianura. La neve mi ha riportato agli occhi il ricordo di altri enormi pilastri, non così immani, certo, ma pur sempre poderosi ed imponenti. Qualcosa di simile a questi giganteschi monoliti di cemento ho visto in una valle dolomitica: stavano costruendo a mezza costa della montagna una strada e, là, dove il tracciato tagliava la valle per ragioni orografiche, un viadotto. Quei piloni nella neve somigliavano a questi, anche se molto tempo è passato da allora posso affermarlo con sufficiente certezza. Una strada... una strada che s'alza a spirale sulla prateria, ai margini della città... che idea assurda! Eppure, per quanto pazza, insensata, irreale l'ipotesi, sento dentro che è così, una strada...

   La strada prende forma, i lavori procedono lentamente ma senza interruzioni, la spirale d'asfalto s'allunga di qualche centinaio di metri ogni giorno, e si alza con una pendenza impercettibile ad occhio sulla pianura. Esaminando la costruzione col binocolo ho scoperto una decina di rampe di accesso sparse lungo il perimetro nella prateria, ma certamente sono molte di più. Non ho ancora capito dove la strada realmente inizi, ma in fondo, anche se scoprissi l'esatto punto cosa cambierebbe?
   Poco distante dalla ferrovia, al termine d'un viottolo di campagna malamente sterrato, s'alza una rampa per raccordarsi alla strada ad una decina di metri da terra, forse ad un chilometro da qui in direzione delle prime case della città. Dopo il raccordo la strada continua la sua insensibile salita assottigliandosi per la prospettiva verso l'orizzonte, per poi ritornare almeno a seguire la disposizione dei pilastri nella mappa di nuovo verso la ferrovia, ormai ben alta rispetto al terreno ed alla stessa rampa d'accesso, come una smisurata scala a chiocciola verso il cielo.
   Non riesco ad immaginare uno scopo per quella strada, perché gli sconosciuti costruttori stiano realizzando un progetto così immane. In verità più e più volte in questi ultimi giorni mi sono posto la domanda, incapace sempre di formulare una qualche risposta, un'ipotesi logica soddisfacente. Ma poco importa ormai. Una mattina, forse una mattina di primavera quando il primo tiepido sole invoglia a smettere gli abiti pesanti dell'inverno, non appena il treno sarà prossimo al semaforo - so che accadrà così, - tirerò il segnale d'allarme e, aperto lo sportello, scenderò incurante delle proteste degli altri viaggiatori e dei richiami dei conduttori responsabili del convoglio, e, scavalcati i radi e bassi arbusti che costeggiano la massicciata, mi avvierò verso il viottolo che porta alla rampa. E salirò quella strada senza voltarmi indietro.


Sergio Fumich
IL BOSCHETTO DELLE CUTRETTOLE
Inedito



   Matteo Bragolo, di buon mattino, come ogni giorno feriale, s'avventurava sul suo cavallo baio attraverso il bosco di Larvaldo per portare la bisaccia colmata di gomitoli di filo alla tessitoria di mastro Neri. L'opificio si trovava nel fondovalle presso il ponte di pietra che superbo scavalca l'inquieto torrente precipitante dalle dirupate cime del monte Muraglione. Il bosco ovvero, per la sua contenuta estensione, il boschetto di Larvaldo, che i valligiani chiamano anche il "boschetto delle cutrettole" per la massiccia presenza in esso di questi passeracei, era per Matteo Bragolo un passaggio obbligato per portare il lavoro delle sue donne - la vecchia madre, la moglie e le tre sorelle - dal casolare, dove vivevano a mezza costa del solatio monte Ciastellone, alla fabbrica. Quella piccola attività familiare di filatura, peraltro ricercata per la qualità anche da altri tessitori delle valli vicine, era per i Bragolo una discreta fonte di guadagno tant'è che essi potevano classificarsi agiati. E Matteo, l'unico maschio della famiglia, svolto quel non difficile mattiniero compito, poteva permettersi di fare il perdigiorno nelle osterie del fondovalle.
   Tuttavia, per le credenze del tempo, non si deve pensare che il compito di Matteo fosse privo d'incognite: passare per il boschetto delle cutrettole, anche se di giorno, era pur sempre cosa arrischiata, ed il nostro, se avesse potuto magari anche allungando la strada, volentieri ne avrebbe fatto a meno sacrificando quelle quattro chiacchiere con l'ostessa dell'Aquila Reale o i bicchierotti di bianco alla Trattoria della Posta.
   I vecchi e non solo i vecchi, - qualche giovane boscaiolo s'aggiungeva infatti al coro, - raccontavano di cose incredibili avvenute in quel bosco, cose terrificanti, indicibili capitate a disgraziati che s'erano attardati tra quelle piante alla cerca dei funghi o per far legna. Parlavano d'improvvise nebbioline che si materializzavano in animali mostruosi, in deformi figure che impedivano ai malcapitati di proseguire il cammino e li rincorrevano fino ai margini del bosco con evidenti cattive intenzioni. C'era anche chi raccontava d'esser stato incantato da maliarde creature femminili, ritrovandosi poi, come fuori da un sogno, in posti affatto diversi e lontani dal luogo dell'apparizione, privi della borsa o del sacco o della scure e, qualcuno diceva, di parte dei vestiti.
   Matteo, udendo quei discorsi, si riteneva un fortunato, avendo fatto e rifatto quel percorso malfamato per anni, e due volte al giorno, senza essere mai incappato in qualche spiacevole disavventura. Vero è che attraversava il boschetto delle cutrettole il più velocemente possibile, quasi senza guardarsi attorno e spronando viepiù il cavallo al minimo rumore che non fosse o il canto d'un uccello o lo stormire delle frasche alla brezza mattutina. Tuttavia la cosa, cioè quel suo andare e riandare senza molestie per il bosco di Larvaldo, aveva certo dell'incredibile per i valligiani e soprattutto tra quelli, che per qualche spiacevole incidente, dove il soprannaturale a ben guardare magari centrava poco o nulla, capitato colà, si ritenevano dei malcapitati e tormentati da potenze oscure, si cominciava a sussurrare, a suggerire il sospetto che egli avesse stipulato qualche sorta di contratto col demonio per ottenerne un salvacondotto che gli permetteva di transitare attraverso il bosco senza affanni. Tutte storie naturalmente, ma alle dicerie è difficile metter freno e ancor più negando.
   Quella mattina, svegliatosi, Matteo Bragolo s'era ritrovato un insolito buon umore, che, rafforzato da una abbondante tazza di cicoria e latte caldo prima di uscire, incontrava nello splendore della giornata, che s'annunciava, un adeguato complemento. L'aria tiepidina, umida ancora di rugiada, odorosa di cembro, allettava il desiderio, se già non fosse stata azione quotidiana doverosa imposta da un contratto, di prendere il cavallo e scorazzare per la valle godendosi il sole e quel cielo terso ed azzurrino.
   Una sorta, dunque, di spensieratezza lo accompagnava lungo il sentiero che s'inoltrava nel bosco di Larvaldo. In presenza di quella straordinaria mitezza della natura, le vecchie chiacchiere su quei luoghi sembravano a Matteo affatto inverosimili, delle fole inventate per stupire nelle lunghe sere d'inverno presso il camino, ciarle da osteria suggerite da qualche bicchiere di troppo. I timori, che in altri giorni lo spingevano a spronare il cavallo per ridurre il più possibile il tempo dell'attraversamento, sembravano dimenticati nella luminosità che pervadeva il bosco quel mattino. Più d'una volta anzi si trovò a trattenere il suo scalpitante destriero che voleva buttarsi al consueto galoppo su quel tratto di strada che s'addentrava nella macchia di larici e pini.
   A quella inusitata andatura, il nostro cavaliere scopriva, quasi ad ogni passo, aspetti nuovi del bosco, scorci interessanti cui non aveva mai prestato occhio. Matteo era affascinato dalla tanta bellezza che lo circondava, sconosciuta prima a lui, che s'era sempre buttato col suo cavallo in uno sfrenato galoppo su quel sentiero per non dar tempo a spiriti e larve di mostrarsi. E grande fu il suo stupore quando arrivò alla piccola radura al centro del boschetto di Larvaldo. Il sole filtrava denso tra gli alti rami dei larici in lunghi fili luminosi che campeggiavano obbliqui sui tronchi e sui cespugli del sottobosco esaltando i loro colori o mutandone i toni in maniera fantastica. Tutto attorno era strano e straordinario, anche le pietre che formavano il fondo del sentiero mostravano grigi e bianchi innaturali, quasi fossero stati ritoccati dal pennello d'un colorista. Matteo Bragolo volle fermare il suo cavallo per meglio guardare intorno, rimirare quella fantasmagoria di luci e colori che lo circondava; era quella la prima volta che sostava nel bosco di Larvaldo.
   Fu così che s'accorse, soltanto nel momento di riprendere il cammino, della grossa serpe grigia che se ne stava aggrovigliata su un sasso lucente, in mezzo al sentiero, al termine della radura dove questa si restringeva cedendo a bassi ginepri, impacciando un tranquillo passaggio del cavallo. La vipera, indifferente alla sua presenza, come una molla di orologio seguendo una sua legge arcana, si arrotolava e srotolava attorno alla pietra gialla lucente che manteneva prigioniera delle sue spire.
   Matteo, non sapendo a cosa risolversi, osservava preoccupato quell'elegante continuo torcersi senza senso del rettile. E così facendo, mentre ancora meditava se scendere o no da cavallo per afferrare un sasso, un bastone o un che d'altro per discacciare la mala bestia che gl'impediva la via, la sua mente concretò che la cosa lucente, con cui la serpe pareva trastullarsi, non era un sasso, una pietra informe di cui il caso s'era servito per selciare la viottola, bensì un corpo rotondo, una sfera. Ed essa, per essere così lucente e splendente, doveva di certo esser fatta di metallo, di metallo giallo, una palla d'oro. Sì! Quella cosa che la vipera serrava nelle sue spire era una palla d'oro puro del diametro di almeno cinque dita, Matteo Bragolo ne era sicuro. Ed invece di chiedersi come diavolo fosse capitata quella palla d'oro lì in mezzo al bosco di Larvaldo, il suo primo pensiero fu d'impadronirsene, avido proposito che immediatamente assorbì totalmente la sua mente nell'escogitare un espediente utile ad allontanare la serpe dalla palla e dal sentiero.
   Così, mentre pensava, i suoi occhi si posarono sulla bisaccia colma di gomitoli di filo, tutto il lavoro del giorno prima portato a termine con fatica e pazienza dalle sue donne.
   - Al diavolo il filo! - si disse il giovane. - Con quella palla d'oro la mia donna, le mie sorelle e la mia vecchia madre possono smettere di sudare la minestra quotidiana su fusi e filatoi. Si può far vita da ricchi e per molto tempo!
   E così dicendo tra sé, cominciò a scagliare contro la vipera i gomitoli che traeva fuori dalla bisaccia. La bestia sotto quel bombardamento improvviso smise quel suo aggrovigliarsi senza fine e si rizzò minacciosa e per quasi tutta la sua lunghezza. Poi, seguitando vicini i tonfi di quei colorati proiettili, s'allontanò strisciando verso un sicuro rifugio tra i cespugli.
   Matteo Bragolo gioiva per la riuscita della sua azione: la serpe aveva abbandonato e sentiero e palla. A vederla ora senza la vipera arrotolata attorno, quella straordinaria sfera luccicante d'oro appariva ancora più grande della prima affrettata stima, ad occhio e croce era alta quanto una spanna. Matteo scese da cavallo e tenendolo per le redini s'avvicinò con molta circospezione alla palla. Della vipera nessuna traccia: sicuramente spaventata dal lancio dei gomitoli s'era nascosta in qualche anfratto lì intorno, dove aspettava che cessasse ogni pericolo.
   Afferrata la palla, che risultò massiccia e pesante più delle aspettative, ma sicuramente d'oro, Matteo Bragolo saltò in sella spronando il cavallo al galoppo verso casa. Ora che stringeva contro il petto quella straordinaria ricchezza, cominciava a ritrovarsi addosso l'inquietudine degli altri giorni generata da quel bosco e dalle tante storie sentite nei villaggi. E più la paura di qualche spiacevole incontro montava in lui, più incitava il cavallo ad arrampicarsi su per quel viottolo che saliva verso il sole e i prati a mezza costa del monte Ciastellone. Temeva soprattutto che un'improvvisa apparizione vanificasse i suoi sforzi e la perdita volontaria dei gomitoli di filo, rubandogli quella palla d'oro che serrava contro il petto e che significava per sé e la famiglia un futuro di agi e di benessere, una nuova vita da ricchi possidenti. Ma ecco la fine del bosco, ecco i prati a mezza costa, ecco laggiù, dietro il piccolo dosso, il fumo della casa. Ancora pochi metri e sarebbe stato al sicuro e con quell'inestimabile gioiello.
   Giunto che fu nel piccolo spiazzo di fronte alla casa, fermò con gran strepito il cavallo balzando dalla sella con agile mossa. Ma prima di entrare esultante con la sua preziosa preda in casa, volle con carezze tributare la propria gratitudine al baio che con quella corsa sfrenata l'aveva tratto fuori dai possibili pericoli del bosco di Larvaldo. E così facendo volle anche lisciare la lunga coda che gli sembrava alquanto ingarbugliata. Terrificante fu il grido ch'egli lanciò non appena ebbe allungato la mano verso la coda. Le donne in casa, intente al quotidiano lavoro, non avevano fatto caso al cavallo, ma udito l'urlo si precipitarono fuori. Dieci occhi videro allora Matteo Bragolo a terra con gli occhi sbarrati, morto, ed una vipera che si allontanava trascinando con sé dietro un sasso giallo.



Sergio Fumich
ESSE EST...
Inedito



     Per scrivere - te lo confesso, Gilberto, - sempre più spesso uso il computer. Il computer non è come la carta bianca che s'innamora d'inchiostro, mantide bigotta sempre in attesa di succhiare pensieri lasciandoti dopo scheletro vuoto di simboli alfabetici.
     Perché la carta bianca, Gilberto, è uno specchio che segni con le impronte di grasso delle dita, col respiro della tua anima, dove ti leggi, dove non puoi fare a meno di leggerti il verme che sei, l'insetto che picchia e ripicchia cocciuto contro il vetro d'una terra bolla infrangibile di sapone, per uscirne. E le strisce di bava nero-seppia che ti lasci dietro, alle spalle d'ogni tuo attimo, che tu pensi parole, essa assorbe avida come polvere assetata, deserto di sabbia che ti diverti ad arare e seminare pensando a campi di grano. La carta bianca è una petraia che puoi rigare e graffiare con la pazienza dell'acqua: come pietra calcarea lascia fare ma, intanto, conserva le tracce del tuo smarrimento per processarti col rimorso di sogni traditi voltato l'angolo d'un altro giorno. Perché la carta bianca ha modi da severa coscienza, ti rinfaccia per sempre le indecisioni, gli errori, i ripensamenti. Conosce tutta la storia delle tue parole, delle tue frasi, e te la spiattella impudente, talvolta è sgradevole come una vecchia comare, persino crudele. - Il briccone! Rimasticava, rimescolava, rimestava, rimangiava, rimetteva, il mascalzone! frasi, ma che dico frasi, parole, aggettivi, sconcezze, avverbi, perfino i verbi, il bandito! E le macchie? Che macchie, che cancellature, ghirigori disegni sudici! Quanta spazzatura, signori miei! Oscenità semplicemente oscenità! E la calligrafia? Guardate qua e qua, a questa pagina e poi a quest'altra l'ultima riga. Un pazzo! un sognatore! un eversivo! un poeta? Più pericoloso che mai! In catene! rinchiudetelo, rinchiudetelo, per carità!
     Il computer, Gilberto, è un affezionato servitore, un confidente discreto. Col suo sorriso luminoso ti sussurra parole negli occhi; con un punto, uno solo, - gran ciarlatano in questo, ne convengo, ma un goccio di ciarlataneria, m'insegni, non guasta - ti dà l'illusione di segni alfabetici che tu credi di scrivere col verde-monitor di inconfessate speranze. E poi ti è complice nel far sparire ogni traccia di debolezza, e ti ricorda soltanto quanto tu vuoi ricordare... quando lo spegni è una tomba.
     Da qualche tempo gli affido ogni mia cosa, verso, aforisma, racconto, poesia. Tutto il mio universo è graffito con l'esoteriche rune del magnetismo nel sottile strato d'ossido ferroso che copre la superficie di fragili dischi. Lo confido a te che mi sei amico, che con pazienza infinita mi leggi anche nelle più piccole cose, t'interessi al mio mondo, questo cubo di sogno che m'imprigiona senza pareti. Lo confido a te perché io domani non svanisca nel nulla, come sogno al risveglio, d'un colpo con un indifferente "FORMAT A:" dato da mia figlia per metterci Pacman, sui dischi.


Sergio Fumich
TAMBUR & RIGULISSIA A LOD
Dialoghi in dialetto casalino

Apparsi sul quotidiano Il Cittadino di Lodi nel 1991


Nella primavera del 1991 il quotidiano Il Cittadino di Lodi pubblica nella pagina dell'arte otto dialoghi in dialetto casalino su questioni di attualità locale con il titolo "Tambur & Rigulissia a Lod". Li firma tale Mosè Cifrughi, un evidente pseudonimo sotto cui si cela Sergio Fumich. Mosè Cifrughi ` l'anagramma del nome e cognome dell'autore.
L'invenzione dei due personaggi è antecedente all'uscita dei dialoghi sul quotidiano lodigiano. Un primo dialogo dal titolo "Piciu paciu en Cumün" era apparso nel primo numero del foglio locale di Brembio "el nost Pais" nel maggio 1978. L'idea era quella di farne una rubrica fissa, ma non si andò oltre il primo numero del mensile. Nel numero 9/10, anno II, settembre/ottobre 1979, Tambur e Rigulissia fecero una nuova brevissima apparizione per annunciare una nuova rubrica di satira dal titolo "el MAL Pais", ma la rubrica fu fatta senza i due personaggi.

I dialoghi:

Da el Nost Pais: Numero 1, anno I, maggio 1978

Da el Nost Pais: Numero 9/10, anno II, settembre/ottobre 1979

Da Il Cittadino: Dialogo del 28 marzo 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 4 aprile 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 12 aprile 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 19 aprile 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 25 aprile 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 3 maggio 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 10 maggio 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 17 maggio 1991




 
 
Sergio Fumich
LA CITTÀ OLTRE LA MONTAGNA

Prometheus Editrice, Milano, 1991


L'orologio del vecchio mercante
L'ombra
Blop
L'anima e il vento
La pallottola
La porta
Il drago della montagna
Domani

PREFAZIONE
di Dario Nicoli

Certamente si possono gustare questi racconti anche solo dal punto di vista estetico.
La levità ed al tempo stesso l'eleganza dello scritto rivelano una profonda familiarità dell'autore con il mondo delle parole, tanto da proporci la piacevolezza di una lettura che fluisce con tocchi concisi e lineari.
Le situazioni prendono vita dai contenuti, ma ancor più dalla sonorità delle parole, come nel racconto "L'orologio del vecchio mercante", che rivela una cura sorprendente delle scene nella descrizione del negozio di anticaglie. La pagina che Fumich ci propone è da gustare quasi fosse della stessa natura dei tesori nascosti nel profondo della bottega: di questa il lettore è portato prima a notare l'aspetto esteriore, poi ad avvicinarne il fascino e la magia attraverso l'evocazione di "storie incredibili", infine ad entrarvi assaporandone la frescura del luogo ed abituando poco a poco la vista alla penombra.
Possiamo così cogliere una quantità di oggetti strani, ad un tempo bizzarri e banali, frammisti ad osservazioni sulle "misteriose infiltrazioni", sul "ticchettio insistente d'acqua", sull'odore stagnante che pare aroma ma anche strana "miscela di zolfo e d'incenso".
Ed eccoci totalmente carpiti, quasi a nostra volta personaggi della scena, fino al termine sempre più incalzante ed improbabile, in uno stato di rassegnata impotenza di fronte all'imporsi dell'oscuro.
Fumich ama perciò fare uso della sua capacità di osservatore e di cercatore dell'attimo per captare la disponibilità del lettore, inducendolo però in una successione di eventi che via via perdono i caratteri della piacevolezza, e che lasciano soltanto l'inquietudine ed una certa sottile angoscia.
In altri termini, vi è in questi racconti un interrogativo, una provocazione che dobbiamo forzatamente raccogliere, per non rimanere in pericoloso disequilibrio sull'oscurità così abilmente evocata.

L'estro letterario è infatti strumento di un disegno ulteriore, dove si allude ad un messaggio di non facile decifrazione.
La capacità dello scrittore sta nella sua perizia volta ad offrire del materiale interpretabile differentemente a seconda delle situazioni e degli stati d'animo dei lettori.
Ma non si può nascondere l'impressione che Fumich, in fin dei conti, non faccia che riproporci, sebbene in forme e contesti diversi, lo stesso racconto, la stessa situazione, imponendoci di conseguenza uno sforzo di comprensione.

Anche se ogni racconto pare scritto per se stesso, si può ritrovare un'assonanza tra alcuni di essi, che si distinguono in tal modo - ma forse solo sul piano della costruzione della trama - dall'insieme del testo.
Si tratta di quei racconti nei quali la distanza crescente tra la situazione paradossale in cui si trovano a vivere i personaggi e la calma e piatta condizione quotidiana lascia aperto - e continuamente amplia - uno spazio nel quale è facile perdersi.
Infatti il quotidiano appare sempre più desiderabile ma sempre meno raggiungibile; lo stato di deformità dell'esperienza non concede alternative.
Ma è davvero un perdersi?
In effetti - a ben vedere - ciò che si perde non induce al rimpianto: si perde la comodità di una vita che fluisce senza forti emozioni, dove la rinuncia a vivere è il prezzo di un'esistenza che scorre uguale a se stessa, e perciò vuota.
Non solo: la piatta e disincantata esperienza quotidiana non è perfettamente uniforme: rivela delle increspature, degli spazi, dei particolari, delle "passioni" che lasciano intravedere un orizzonte più profondo, che guarda sull'infinito.
La persona umana, nella condizione acquietante e dimissionaria che la civiltà moderna gli offre, non è totalmente annichilita, mantiene qualche punto di sensibilità.
Infatti, gli rimane un bisogno di conoscenza (l'origine delle "sparizioni" in "Blop"), un richiamo della nostalgia (l'escursione di Domenico Nicolai, nel racconto "La pallottola", sui monti che furono teatro della guerra, appresa lungamente da piccolo nei racconti del nonno), l'attrazione della bellezza (la musica classica in "L'ombra" e gli oggetti d'antiquariato ne "L'orologio del vecchio mercante"). Tutte situazioni nelle quali una piccola particella di umanità, non totalmente omologata o dissipata nella piattezza quotidiana, costituisce l'origine di un'avventura che diventa poco a poco coinvolgente fino all'estremo.

Rimangono un poco a sé gli altri tre racconti come pure lo scritto breve.
In "La porta", Luigi - il personaggio principale - non sembra rendersi conto, troppo attratto dall'esiguo costo dell'appartamento che desidera affittare, dell'oscura stranezza di una porta che non si chiude.
Il breve racconto "L'anima e il vento" può essere inteso come un quadretto di incomunicabilità, dominato dalla domanda che si ritrova nel titolo ed alla quale viene data una doppia risposta, prima negativa ma poi mantenuta di nuovo aperta.
"Il drago della montagna" ci propone un percorso diverso, nel quale il paradosso si tramuta in fiaba, e ciò sembra aiutare una più chiara decifrazione del messaggio più profondo iscritto nel testo.
Il regno di re Ulrico gode di una condizione nell'insieme positiva: è un regno felice, che può vivere senza preoccupazioni tranne che in occasione di un evento inquietante: il volo del drago, da sempre segno apportatore di calamità.
La gente ha imparato a convivere con questa suprema forza incombente, anche se i vecchi tramandano quasi in forma di leggenda questa particolarità della loro esistenza.
Il drago appare come una continuazione della maestà e della bellezza della natura, è la personificazione di quel sentimento assieme di timore, di rispetto e di ammirazione che si deve nei confronti di una realtà che ci sovrasta e che delimita lo stesso campo della nostra esistenza.
Non pare azzardato attribuire a tutto ciò un significato religioso: il tormento del re si può infine interpretare come non accettazione dell'impossibilità di una felicità veramente piena, conchiusa in se stessa. La condizione umana sembra invece data da una dipendenza, da un ordine per certi versi incomprensibile, nel quale domina un elemento misterioso.
La dannazione di cui re Ulrico vuole liberare se stesso ed il suo regno si confonde in tal modo con il suo desiderio di dare felicità totale al suo popolo; ma la presunzione di eliminare l'intangibile si rivolta nella morte dei propri amici, nella propria e nella distruzione di tutta la città.
L'uccisione del drago rompe l'incanto del luogo, la bellezza di quelle montagne per buona parte inconosciute. Ed al contrario delle due calamità precedenti, il rovinare della montagna sulla città è il male che l'uomo fa a se stesso nel momento in cui intende risolvere il mistero a modo suo: distruggendo.
E diversi segnali richiamano questa realtà misteriosa: il consiglio del saggio e l'inquietudine della figlia, la figura del vecchio solitario tra i monti che comprende il vero significato di sfida radicale insito nella straordinaria battuta di caccia ("il drago non aveva mai molestato nessuno"), ed infine il sentimento di turbamento che invade il re prima dello scontro finale, ma anche l'estrema nostalgia di quell'ambiente tanto ammirato e per propria colpa condotto alla definitiva rovina.

Ci pare invece da considerare come vero e proprio contributo finale, chiave dell'intero ciclo, la vicenda di "Domani", che a nostro avviso propone con una nuova chiarezza il messaggio che - da varie direzioni - Sergio Fumich mostra di volerci rivolgere.
Qui il contadino del villaggio posto ai limiti dell'impero avverte come insopprimibile il desiderio di conoscenza, e non esita ad affrontare un viaggio che lo occuperà tutta la vita, pur di avvicinare il senso autentico dell'esistenza, in un primo tempo individuato nel mito dell'imperatore come unica e sicura fonte del fluire delle vicende storiche, ma poco a poco svelato nello stesso "camminare verso" un senso mai pienamente afferrato.
E così il vecchio, nel tramonto del suo penultimo giorno, può dire: "Ora so molte più cose, la vita stessa mi ha mostrato il suo risvolto di sogno, di cui ognuno, forse senza saperlo, s'appropria, per rendere accettabile l'idea della propria esistenza".
Eppure si trova ancora a sperare. E la speranza traspare qui come il vero, ad un tempo irriducibile ed inspiegabile, senso della vita.

La minacciosa presenza della morte, la ricerca di stati d'angoscia non debbono trarci in inganno: non si tratta di un messaggio oscuro, tendente al nulla, mancante di prospettiva.
Non è vera morte quella evidenziata, ma è la morte della propria esistenza ordinaria, squarciata e resa inutile dall'improvviso interesse, dalla rinnovata passione, dalla curiosità incalzante che sembrano aprire un'esistenza nuova, anche se per molti tratti spiacevole.
Ma è il dolore che accompagna una rinascita, lo sforzo di riabituare gli occhi alla luce libera; ed è infatti necessario morire a se stessi per vedere davvero.
Fumich ci appare quindi estremamente fecondo come disvelatore degli spazi oscuri dell'esistenza affannata ma piatta dell'uomo contemporaneo, e come sottile interprete del dolore che penetra - fino alla morte - in coloro che, in modi differenti, finiscono per prendere sul serio (o sono loro ad "esserne presi") le domande che questi spazi fanno emergere.
Vi è perciò come una lotta che vorrebbe portare a ragionevolezza queste curiose vicende, ma ben presto la ragione si mostra inadeguata, vana.
Non rimane perciò che intraprendere un cammino, dove il dolore non è affatto una fine.

In tutti questi racconti emerge un deciso piacere del grottesco, ovvero la ricerca di un mondo fantastico dove oggetti e situazioni - sia quotidiane che straordinarie - diventano figure in un'esasperazione della realtà che l'Autore utilizza per comunicare significati profondi, difficili da esprimere in forma realistica.
In qualche modo quest'uso del grottesco ricorda un grande russo, Gogol, nei suoi racconti più paradossali, dove i protagonisti sono condotti in situazioni incredibili. Qui l'Autore tende a dissolvere l'amarezza e la malinconia, che queste esperienze inducono nel lettore, in finali ironici, che riportano alla realtà senza però dissolvere totalmente l'inquietudine delle vicende.
Fumich invece non pare offrire altre soluzioni ai suoi personaggi e quindi ai lettori, e mantiene permanentemente, accrescendola, la distanza tra la vicenda paradossale sottilmente creata e la vita quotidiana. Ma si percepisce un'eco della stessa avversione che è di Gogol nei confronti della burocrazia, fonte di intorpidimento umano e di uniformità - quasi cancellazione - dello spirito.
Non a caso i personaggi di questi racconti brevi sono nella gran parte dei casi "piccoli uomini" della pubblica amministrazione; sono riconducibili tutti all'identica figura dell'impiegato, anche se della passione per la bellezza e per la ricerca mantengono alcuni tratti di peculiarità umana: l'amore per la musica classica, l'attrazione per gli oggetti antichi, il piacere per la scoperta.
Ed è in questi spiragli che l'Autore ci introduce con le sue paradossali costruzioni.
Ma anche i racconti fiabeschi rimandano alla vanità dell'affannarsi dell'uomo moderno, tutto proteso a carpire un significato di cui pure avverte l'incombenza, ma che non può certamente disvelarsi se ricercato con brama di dominio.

Sempre sul piano delle assonanze letterarie - Fumich mostra di aver attraversato la letteratura europea moderna con un percorso attento e ricettivo - non si può non ricordare il continuo richiamo a Dino Buzzati, che ci appare sul fondo della scena quasi fosse presente costantemente in veste di punto di riferimento.
Il richiamo è dato dalla capacità di addentrarsi con perizia nelle vicende singolari, nei piccoli dolori che svelano inquietudini più grandi.
Si ritrovano anche l'uso della metafora e degli oggetti in chiave umana, rievocando situazioni che ci appaiono improvvisamente molto vicine alla nostra esperienza.
L'assonanza si fa più decisa nella capacità di introspezione del vivere contemporaneo, dove si alterna un'identica condizione umana combattuta tra solitudine e speranza, tra la quieta accettazione di un'esistenza dimessa, e l'avventura - non senza dolore ed anche morte del proprio "essere ordinario" - giocata alla ricerca di qualcosa che abbia vero valore.

 
L'OROLOGIO DEL VECCHIO MERCANTE

L'avevo subito notato svoltando nella piazzetta quel piccolo negozio di anticaglie. Non aveva vetrine, ma dalla porta si distinguevano icone, vecchie lanterne, dei mobiletti coperti di libri consunti e polverosi, ed altri oggetti patinati d'antico e ombreggiati da una luce fioca e tremolante che veniva dall'interno.
Fu la curiosità a farmi avvicinare all'ingresso. La mercanzia dei robivecchi esercitava un suo fascino su di me da sempre; era un richiamo discreto, però, senza prepotenze, a cui tuttavia non mi sottraevo. Mi ricordo che ancora studente, gironzolando per le viuzze della città vecchia, amavo soffermarmi presso gli usci o le vetrine delle botteghe dei rigattieri ebrei, e che, vagheggiando quegli oggetti smessi e stantii, mi ritrovavo spesso a figurarmi su di essi storie incredibili.
Quale impulso, quel giorno, mi spinse ad entrare nel negozio di quella piazzetta non so dire. Forse l'idea che lì dentro avrei trovato un po' di sollievo contro l'afa opprimente. Era quasi mezzogiorno ed il sole, ormai a picco, scottava e rendeva la pietra del selciato rovente. Sudavo abbondantemente e quella bottega mi si apriva come una grotta umida e fresca, un insperato ristoro, un riparo temporaneo dalla calura.
Faticai un poco ad abituare gli occhi alla penombra che vi regnava dentro, dopo l'abbacinante fulgore del calcare nella piazzetta. Man mano che mi assuefacevo a quella semioscurità cominciavo a distinguere gli oggetti che mi circondavano: un cassettone rococò segnato dal tarlo, uno specchio di fattura veneziana con l'argento smangiato dall'umidità, una pendola ferma alle sei, un crocifisso dipinto su legno, velato dalla muffa e qua e là scrostato, e poi altri mobili, vasi e ciotole di rame e di bronzo, candelieri, calici ormai senza splendore, cristalli opachi per la polvere di anni, ceramiche sbocconcellate, stampe ingiallite, riproduzioni ad olio di quadri celebri annerite dal tempo, vecchie divise consunte, una spada, paramenti sbertucciati e sgualciti, libri dovunque. Sul soffitto a volta, chiazzato dal salnitro e rigato da misteriose infiltrazioni, ondeggiava la scarsa luce fornita dalla fiamma di poche candele, sostenute da candelabri. Dall'angolo più profondo dello stanzone si faceva sentire un ticchettio rado, regolato, insistente d'acqua che gocciolava. Nell'aria stagnava un odore di chiuso, ora aroma di muffe e di cera, ora sottile improbabile miscela di zolfo e d'incenso.
Il mercante si materializzò, staccandosi dalla parete come un demone a guardia della cripta.
- In cosa posso servirla? In cosa posso servirla, signore? Le interessano forse le vecchie edizioni? Guardi questo! - disse, ormai a pochi passi da me, mostrandomi il libro che coccolava con le mani ossute. - E' una vecchia edizione della Commedia di Dante. Introvabile! Tutta finemente istoriata, guardi! E osservi qua la rilegatura... vero cuoio con impressioni in oro. Come non se ne fanno più oggi.-
- Veramente - dissi, ritraendomi un poco. - Veramente volevo solo curiosare... così, senza un'idea precisa... -
- Davvero? Ma faccia, faccia pure! Si guardi attorno, guardi tutto, guardare non costa nulla! - E mi lasciò con un sorriso ambiguo, rientrando nell'ombra d'un canto.
L'apparizione di quella figura segaligna, addobbata con un panciotto che aveva conosciuto occasioni migliori, sotto una giacca nera, troppo grande, lisa e bisunta, m'aveva a dir poco sconcertato. Mi girai verso l'ingresso da dove irrompeva la luce del sole tagliando di netto quel buio sepolcrale. Forse feci anche cenno d'uscire. Fu un attimo. Quel vecchietto diabolico dal viso cereo, segnato da rughe profonde, con un ridicolo pizzo da capra, aveva già di nuovo girato la mia attenzione alle cose là dentro.
- Guardi qui - disse, smuovendo una pila di libri per liberare una massiccia scatola di legno. Afferrò il candelabro che spandeva luce da una nicchia alle sue spalle e lo posò sul tavolo, avvicinandolo alla scatola. Le fiamme delle candele guizzavano sul suo volto da capra, facendo brillare sotto un basco calcato fin sulla fronte due piccoli occhi di topo.
Con una mano allontanò dell'altro ciarpame, sollevando non poca polvere.
- Guardi, guardi qui. Le farò vedere degli oggetti rarissimi. Lei mi pare un esperto, un raffinato. Vedrà, questi oggetti la interesseranno sicuramente! - Scandì le ultime parole come una vecchia pendola da salotto.
Inconsapevolmente mi ero avvicinato. In quell'angolo dello stanzone l'odore di muffa era più forte e si avvertiva anche un sentore di legno di pino fradicio d'acqua.
- Venga! Venga di qua che c'è più luce. Sposti pure, si faccia strada senza timore. -
Quando fui ad un passo dal tavolo, con abile mossa sollevò il coperchio della scatola. Mi sentii preso da una vaga inquietudine, come se fossi entrato senza biglietto in un teatro durante uno spettacolo. Avevo come l'impressione che prima o poi una maschera si sarebbe fatta avanti per reclamare il prezzo dell'ingresso.
- Osservi questo graziosissimo oggetto - disse il vecchio mercante togliendo un ninnolo luccicante dalla scatola. - E' una piccola tabacchiera che ha più di un secolo. E' d'oro purissimo e d'una bellezza incomparabile. Ehi! Non sarà rimasto senza parole? Ma sì, ma sì, certamente! Un oggetto così non ha bisogno di commenti, si capisce. Pretende d'essere contemplato in silenzio... -
Poggiò sul tavolo la tabacchiera, e subito rituffò la sua mano nella scatola per trarne altri oggetti. Tirò fuori di seguito un portasigarette d'argento di lavorazione inglese, un minuscolo portagioie d'avorio di provenienza orientale, un antichissimo mazzo di tarocchi dipinti a mano, un piccolo preziosissimo codice miniato. Ad ogni pezzo il vecchietto seguitava il suo monologo sornione che chiedeva soltanto d'essere ascoltato.
Fu una cosa che notai subito, com'ebbe collocato sul tavolo l'antico manoscritto. I suoi movimenti s'erano fatti tutto d'un tratto più studiati. Estrasse la mano dalla scatola questa volta senza fretta e non mi mostrò immediatamente l'oggetto che teneva nascosto nel palmo della mano.
- Forse questo la interesserà. Sicuramente! - E di nuovo scandiva le parole. - E' per questo che è venuto nella mia bottega. -
Fissandomi con quegli occhi da topo, aveva avvicinato con voluta lentezza il pugno chiuso alle candele. Poi, con mossa calcolata, stese di colpo la mano. Il piccolo orologio si mostrò in tutta la sua bellezza. La cassa era d'oro lavorata finemente, il quadrante di madreperla con due eleganti lancette di forma elaborata, d'oro anch'esse, ed era protetto da un vetro che aveva la trasparenza del cristallo.
- Era questo che voleva comperare, non è vero? - cantilenò il vecchio mercante, non mascherando quella punta d'orgoglio di chi è abile nel proprio mestiere. Poi con tono sommesso continuò: - E' un gioiello unico. Possiede un meccanismo di estrema precisione di cui oggi si è dimenticata l'arte -. E così dicendo tese il braccio oltre il tavolo perché lo potessi prendere, toccare.
- Il prezzo? ah, già il prezzo mi dirà, si starà chiedendo cosa possa volere in cambio di questo oggetto così prezioso e raro. Quanto mai potrà costare? Eh, mio caro giovanotto, per meraviglie del genere il prezzo non è che un accidente! -
Stentai a crederci, quando, alla fine del suo soliloquio, mi disse che lo avrebbe ceduto per una cifra modesta, sufficiente a comperare un orologio nuovo di buona qualità nei negozi del centro. Non stetti a riflettere molto sull'acquisto. Dopo averlo rimirato da vicino ed averne osservato la finissima lavorazione, dopo averlo sentito pulsare nella mano quasi creatura vivente, avevo il solo desiderio di possederlo.
- Lo carichi sempre. Alla sera. Non lo faccia mai fermare. Il suo meccanismo è delicatissimo. Un arresto inatteso può essere fatale! - Con queste parole mi congedò il mercante, ed io mi ritrovai al sole, nella piazzetta, con una sensazione di leggerezza. L'atmosfera s'era adesso come rinfrescata e si sentiva una leggera brezza.
Mi avviai verso casa convinto d'aver fatto un ottimo affare.

Il mio primo pensiero, una volta a casa, fu quello di trovargli una sistemazione sicura e confacente. Possedevo un astuccio di legno pregiato dal coperchio intarsiato e dall'interno rivestito di velluto rosso, un vecchio regalo. Per l'orologio sarebbe stato una degna custodia. Con ogni attenzione lo riposi nella scatola che a sua volta affidai ad un cassetto della scrivania, che chiusi prudentemente a chiave.
Quella sera stesi con cura sul piano della scrivania una pezzuola di panno. Tolsi dal cassetto l'astuccio e dall'astuccio l'orologio. Era d'una bellezza unica, alla luce della lampada il quadrante mandava riflessi d'un rosa tenue come alba in un cielo sereno. Delicatamente con i polpastrelli cominciai a girare la corona per dargli la carica necessaria ad un altro giorno di funzionamento. Dopo aver ultimato l'operazione, lo coccolai per qualche minuto nella mano, infine lo adagiai con grande prudenza nella scatola, che, come già avevo fatto in precedenza, rinchiusi a chiave nel cassetto della scrivania.
Nelle sere successive ripetei gli stessi gesti, le stesse operazioni, con la precisione d'una liturgia. E così fu per un mese intero.
Ebbi le prime avvisaglie che un fenomeno inconsueto si stava verificando una sera ch'ero rincasato più stanco del solito. Fu come tolsi dall'astuccio l'orologio: pesava più del dovuto. La sensazione durò un attimo. La stanchezza, talvolta, fa strani scherzi, mi dissi e l'argomento liquidò l'impressione.
Avevo quasi ultimato l'operazione di carica quando il dubbio riaffiorò nella mia mente. Percepivo qualcosa di diverso che non riuscivo ad individuare, a fissare. Osservai l'orologio con un'attenzione maggiore, lo rigirai, lo palleggiai da una mano all'altra. Inutile, se c'era un particolare insolito, questo mi sfuggiva.
Avevo chiuso l'astuccio e stavo già per riporlo, quando realizzai la possibile causa di quella mia inconsapevole ansietà. Riaprii la scatola freneticamente e afferrai l'orologio. Lo collocai nel palmo dell'altra mano dimenticando ogni delicatezza. Il sospetto si fece subito realtà. Ricordavo benissimo: quando lo avevo comperato, nel palmo della mano stava tutto intero. Ora arrivava a coprire la prima falange delle dita. Era diventato, dunque, più grande, era cresciuto. E forse stava crescendo, ancora!
Cercai di non perdere la calma, di far fronte a quella rivelazione con la ragione. Non poteva essere, andava contro le leggi fisiche. Forse ricordavo male. Sicuro, era quella la spiegazione. Doveva essere così per forza! Tuttavia non mi bastava, volevo esserne certo, dovevo essere sicuro che quella era solo un'angosciosa impressione generata da una giornata faticosa. Cercai in un cassetto della scrivania della carta e una matita. Poggiai sul foglio l'orologio e con la matita tracciai il suo contorno. Tra una settimana avrei fatto lo stesso. Niente di meglio di un esperimento, mi dissi, per chiarire la questione.
Trascorsi quella settimana in una grande inquietudine. Dormivo male la notte, tormentato da sogni terribili. Di giorno, in ufficio lavoravo svogliatamente, ero teso, irritabile, bastava un nonnulla per contrariarmi. Alla sera, poi, provvedevo a caricare l'orologio. Avevo ormai smesso ogni rituale. Eseguivo l'operazione in fretta, con una grande agitazione addosso. Mi sentivo sollevato, sicuro solo dopo che avevo dato l'ultimo giro di chiave al cassetto della scrivania dove lo tenevo nascosto.
Finalmente venne la sera del confronto. Per tutto il giorno avevo atteso con trepidazione quel momento della verità. Bramavo di dimostrare che quella era stata una temporanea pazzia, che forse ciò di cui avevo bisogno era solo un po' di riposo, qualche giorno di vacanza in un posto tranquillo, lontano dalla frenesia della città, dallo stress del lavoro. Quale altra causa poteva aver generato l'angoscia che vivevo, quelle allucinazioni? Tuttavia non riuscivo a scacciare il pensiero che tutto era vero, che l'orologio cresceva, che era come una creatura vivente.
Indugiai nell'aprire il cassetto, come per un presentimento, quasi percepissi che dopo non avrei potuto più metter freno agli eventi. Tolsi dal cassetto prima il foglio che recava, tracciata con la matita, la sagoma dell'orologio e lo spiegai; poi vi poggiai sopra l'orologio cercando di adattare l'orlo della cassa al contorno. Lo copriva interamente. Ebbi un tuffo al cuore: dunque cresceva. Mi feci forza e lo contornai di nuovo con la matita. Sollevai piano l'orologio: così ad occhio il suo diametro era aumentato di due, tre millimetri. Dovevo rintracciare il mercante, mi doveva una spiegazione, e doveva riprenderselo.
Il mattino dopo telefonai in ufficio per avvisare che avrei ritardato. Avvolsi l'orologio in un pezzo di carta e lo cacciai in una tasca della giacca. Uscii di casa ben deciso a far sentire le mie rimostranze a quel vecchio furfante, poteva tenerselo il suo orologio!

Come svoltai nella piazzetta mi fermai di botto, sbalordito. Il negozio non c'era più, o meglio doveva esser stato sgomberato: stavano ristrutturando il palazzo. Tutta la rabbia che avevo in corpo svanì e mi riprese l'angoscia. Mi avvicinai alle impalcature, fermai un muratore che trasportava un secchio di malta e gli chiesi se per caso sapesse dove aveva traslocato la bottega il vecchio mercante. Non parve capire. Quale negozio? Quale bottega? Erano anni che quel magazzino era vuoto!
Non potevo essermi sbagliato, aver confuso i luoghi. La piazzetta era proprio quella! Toccai l'involto che avevo nella tasca, era lì concreto, reale. Non mi sbagliavo, non era stata un'allucinazione, non era un sogno. Ritornai a casa nel più nero sconforto. Nei giorni seguenti non mi diedi per vinto, tornai più volte nella piazzetta, ma i muratori erano sempre al lavoro. Feci ricerche interrogando la gente che abitava nei pressi, ma tutti negavano che lì vi fosse mai stata una bottega.
I giorni passavano. Ogni sera caricavo l'orologio, ormai cresceva a vista d'occhio. Non lo tenevo più nel cassetto, ma sopra un tavolino in un angolo del soggiorno. Dopo un anno aveva raggiunto le dimensioni di una sedia. Ero smagrito, mangiavo poco, dormivo poco. Quella presenza arcana nel soggiorno di casa aveva finito per condizionare pesantemente la mia vita. Ero diventato insicuro, distratto, inadatto a compiti di responsabilità. Anche la carriera ne aveva risentito, in ufficio ormai mi affidavano incarichi senza importanza, svolgevo mansioni inadeguate. Cresceva in me giorno dopo giorno la convinzione che mi tollerassero solo per l'anzianità di servizio, che volentieri si sarebbero liberati di me solo che si fosse presentata l'occasione.
Dopo qualche tempo anche la mia salute cominciò pian piano a peggiorare, e questo aggiunse dell'altro tormento. Vivevo nel terrore di finire ricoverato in un ospedale. Non potevo permetterlo. Mi avrebbero impedito di portare con me l'orologio, e l'orologio doveva continuare a funzionare, dovevo caricarlo alla sera, ogni sera. Non doveva fermarsi.

Sono passati ormai sette anni. Tre anni fa mi licenziarono per scarso rendimento. Da allora per vivere ho dovuto accontentarmi di lavori saltuari, anche umilianti, approfittare della carità dei pochi amici rimasti. L'orologio occupa metà della stanza.
Fra poco mi accingerò a caricarlo per quella che so essere l'ultima volta. Domani la corona sarà troppo grande e pesante per le poche forze che mi sono rimaste. L'orologio si fermerà, e ciò che in tutti questi anni inconsciamente ho cercato di evitare si verificherà puntualmente, non posso impedirlo. Ma ora so, da mesi sono consapevole. Una grande calma da qualche giorno mi pervade, una serenità che non ho mai conosciuto. Ho dormito tranquillo le ultime notti, ed ho ritrovato il gusto nel mangiare, anche se ormai mi basta un pezzo di pane e dell'acqua. So ed aspetto senza ansietà, mi spiace soltanto che, quando l'orologio si fermerà, non vedrò segnate dalle lancette l'ora della mia morte.

 
L'OMBRA

Ogni sera Orazio Braschi, dopo la cena parca e solitaria, si accomodava nell'unica poltrona del piccolo soggiorno per leggere un libro ed ascoltare la musica di Mozart. Amava Mozart. Possedeva una discreta collezione di dischi con le esecuzioni più prestigiose, che cercava di mantenere aggiornata, integrandola con le novità editoriali quando i ristretti margini di spesa, concessi dal magro stipendio di impiegato comunale, lo permettevano. Aveva anche alcune rare vecchie incisioni, di cui andava fiero e che mostrava con l'orgoglio dell'intenditore le poche volte che capitava in casa sua un ospite importante. La biblioteca si riduceva a due mensole sulla parete di fronte alla finestra, non molto ampie, colme di libri disposti senza un ordine preciso. Raramente si concedeva l'acquisto di un libro, soprattutto da quando aveva scoperto che i prestiti della biblioteca pubblica soddisfacevano grandemente alle sue necessità di lettura. Quel campionario sospeso dava tuttavia un'idea sufficiente delle escursioni letterarie compiute ed il disordine con cui si presentava era il segno d'una vivacità d'interessi di difficile assopimento.
Di solito Orazio passava in biblioteca, per cambiare il prestito, di venerdì, prima di rientrare a casa dall'ufficio. Lo faceva per un preciso calcolo: se l'indomani o la domenica il tempo fosse stato inclemente da impedirgli le sue passeggiate sulle colline, avrebbe avuto di che trascorrere le ore nella tranquillità di casa. Così aveva fatto anche quel tardo pomeriggio di settembre, anche se, uscito dall'ufficio, aveva divagato per un po' nelle vie del centro. Si avvertivano nell'aria netti i primi segnali dell'incipiente autunno, un tramonto meno caldo ed una saliente umidità che annunciava le prime piogge. Il turbinare della gente lungo il corso, che a quell'ora s'accalcava davanti alle vetrine ben ornate, un altro giorno lo avrebbe frastornato, tanto che, come soleva, d'istinto avrebbe cercato di sfuggire il fastidio allungando il passo. Non così quel venerdì. Anzi sembrava che la cercasse, la gente. Era riuscito addirittura ad interessarsi dei ninnoli splendenti in bella mostra in un negozio di minuteria, tutto attorniato com'era da gridolini ed altre manifestazioni di curiosità e stupore.
Ci pensò la campana dell'orologio del municipio a riportarlo al consueto, annunziando con rintocchi indiscutibili che mancava poco alla chiusura della biblioteca e ch'egli doveva affrettarsi se voleva avere il cambio dei libri. A grandi passi attraversò la larga piazza e s'infilò rapido nella viuzza che portava alla biblioteca. L'usciere lo accolse con freddezza sulla porta, sollecitandolo a sbrigarsi perché di lì a poco si chiudeva. Orazio senza troppa esitazione, come per farlo contento, si recò allo scaffale più vicino e si mise a scorrere frettolosamente i titoli sul dorso dei volumi. Gli occhi indugiarono su una vecchia edizione dei racconti di Hoffmann. Decise per quello.
Come fu di nuovo nella via, fece un'altra cosa insolita. Poco più in là, all'angolo con un'altra strada che portava al mare, c'era un'osteria. Orazio aveva sempre evitato di passare sul marciapiede accanto per evitare d'imbattersi in qualche ubriaco bofonchiante discorsi senza senso. Questa volta vi si diresse deciso, e deciso entrò chiedendo all'oste una bottiglia di vino bianco da asportare. Poi, finalmente, si avviò verso casa senza altri indugi.
Consumando la poca cena che si era preparato, centellinava con voluttà il vino che per quel pasto aveva sostituito l'acqua. Dalla finestra della cucina vedeva le lontane colline, che quasi impercettibilmente scolorivano passando verso toni cupi, man mano che la luce solare scemava. Sentiva in sé una strana pace che da tanto non ricordava più. L'autunno che viene e il vino, di sicuro - diceva tra sé versando ancora dalla bottiglia. Quando si alzò da tavola, le colline non erano che una macchia scura indistinta. Lavò rapidamente le poche stoviglie della cena e, portando con sé il bicchiere e la bottiglia col poco vino rimasto, andò nel piccolo soggiorno.
Cercando tra i dischi una musica da suonare, pensava che mai come quella sera aveva ritardato tanto lo svago preferito. L'evento, per l'estraneità con le sue abitudini, avrebbe dovuto almeno suggerirgli un senso di stupore, su cui riflettere poi, e invece niente; anzi Orazio dimenticò quasi subito l'osservazione fatta. Giratosi verso la poltrona, ch'era posta presso la finestra, vide che ormai fuori s'era fatto completamente buio. Gli occhi andarono sul libro che aveva portato con sé e decise che "Il flauto magico" forse era il sottofondo più adatto per la sua lettura.

Il grammofono doveva essersi fermato da un bel po'. Il libro giaceva aperto, con una pagina piegata, ai piedi della poltrona. Aveva dormito. Senza accorgersi s'era addormentato. Sicuramente il vino gli aveva giocato lo scherzo. Non era abituato a berne. Si tirò su. Si sentiva alquanto indolenzito ed aveva un gran formicolio al braccio destro. Raccattò il libro e sistemò la pagina, raddrizzandola come meglio poté. Cercò l'orologio per sapere l'ora. Lo aveva tolto dal polso, ma non ricordava dov'era posato. Forse in cucina. Lo trovò vicino all'acquaio. Mancava poco alla mezzanotte. Si serrò l'orologio al polso e ritornò in soggiorno.
Tolse il disco dal piatto del grammofono per riporlo nella sua busta, ma poi cambiò proposito. Lo rimise sul piatto ed azionò il meccanismo d'avvio, e, mentre si riaccomodava nella poltrona, già le prime note dell'ouverture si diffondevano per la stanza, ad un volume più basso del giusto per non sentire l'indomani le lamentele dei vicini.
Ascoltava la musica ad occhi chiusi, ma distrattamente. Chissà perché gli tornava il ricordo di avvenimenti dei tempi dell'infanzia? Rivedeva l'austera figura del padre che lo teneva per mano passeggiando per i giardini pubblici. Rivedeva la disperazione della madre quando, giocando, era caduto malamente rompendosi un braccio. Rivedeva i compagni di giochi con cui aveva trascorso interminabili pomeriggi nei prati dietro la vecchia casa. Rivedeva Nero, il piccolo cane che gli era stato regalato al suo sesto compleanno, corrergli incontro come varcava l'ingresso del cortile tornando da scuola.
Come la musica cessò ed il grammofono fece sentire lo scatto del meccanismo di blocco del piatto, Orazio riaprì gli occhi, pronto ad alzarsi per girare il disco. La lampada dietro alla poltrona creava nella stanza un'atmosfera di tiepida penombra. Stava già facendo forza sulle braccia per tirarsi su, quando avvertì qualcosa d'insolito sulla parete di fronte. Gli pareva d'intravedere una macchia scura dai contorni sfumati, un'ombra avrebbe potuto essere di qualcosa che si interponesse tra la poltrona e la lampada. Ma non c'era niente, e, quasi a tranquillizzarsi d'un caso improbabile, giro il capo per assicurarsene. Si alzò per controllare da vicino il fenomeno, ma, come s'allontanava dalla poltrona per avvicinarsi alla parete, la macchia riduceva l'intensità, fino a sparire del tutto quando fu lì lì per toccare il muro. Orazio rimase per qualche attimo a fissare con perplessità l'intonaco che gli giocava quel tiro. Poi si voltò per controllare, anche se sapeva ch'era cosa inutile. Stringendosi nelle spalle, s'avviò verso il grammofono e quindi ritornò alla poltrona dove si lasciò cadere pesantemente.
Aveva appena cominciato a riflettere sul fenomeno, che definiva da subito una allucinazione, ed ecco che la macchia s'era riformata e stava lì di fronte, sulla parete, come prima. Orazio si ritrovò a bocca aperta, non sapeva che pensare. Desistette dall'alzarsi un'altra volta per andare a tastare l'intonacatura. Intuiva, anzi dava per certo che, se si fosse alzato, non ne avrebbe rilevato una benché minima traccia. Restò seduto osservando la chiazza sul muro finché il grammofono non dette il segnale che la punta aveva percorso per intero il solco. Orazio si alzò, ripose il disco nella custodia ed andò a letto. Per quella sera, si disse, le stranezze erano sufficienti.

La mattinata dell'indomani trascorse rapidamente per Orazio. L'ufficio di sabato chiudeva a mezzogiorno, per cui aveva tutto il pomeriggio da spendere lontano dalle preoccupazioni del lavoro. Gli avvenimenti della sera prima non avevano turbato il suo umore, anzi un osservatore estraneo avrebbe potuto con sicurezza affermare che era migliorato. Quella mattina aveva dimostrato un'inconsueta cortesia e pazienza nel trattare con il pubblico al punto da destare meraviglia nei colleghi d'ufficio. Qualcuno lo aveva anche canzonato dicendolo innamorato.
Per quel pomeriggio Orazio aveva progettato una camminata sulle colline, ma all'ultimo momento aveva cambiato idea decidendo per una passeggiata sul lungomare che portava fuori città. Lì aveva incontrato dei conoscenti, persone che gli erano state presentate ad un concerto e che aveva ritrovato poi al circolo artistico frequentato abbastanza assiduamente per un periodo l'anno precedente. Fu per tutti l'occasione di rinnovare una disputa su certi temi musicali, che, ai giorni delle visite al circolo, aveva appassionato grandemente ognuno, e nella quale s'erano trovati a sostenere tesi opposte. Il tempo trascorso non aveva peraltro avvicinato le posizioni e così il dibattito, senza mai raggiungere i toni aspri, fece volare piacevolmente le ore di quel pomeriggio. Tornato a casa, Orazio al solito consumò la cena rapidamente per poi dedicarsi alla lettura ed all'ascolto della musica preferita. Le distrazioni della giornata gli avevano fatto dimenticare le vicissitudini, per dirle così, della sera prima. Tant'è che si adagiò nella poltrona con la mente sgombra da pensieri, intenzionato a godersi la sinfonia di Praga.
Dopo le battute iniziali del primo movimento, si accorse di non avere con sé il libro di cui voleva continuare la lettura. Girò gli occhi per la stanza alla sua ricerca, e fu così che si trovò a fissare la parete di fronte. La macchia era lì, come la sera prima.
Orazio era ancora pronto a dar credito alla tesi della suggestione. Le letture fantastiche e l'atmosfera bizzarra creata dalla musica di Mozart, il tutto condito con gli effetti insoliti del vino bevuto con generosità, dovevano aver creato nella sua mente quella fantasmagoria. E se perdurava ancora, era segno che non aveva smaltito completamente. Per quella sera finse con se stesso di non avvedersene, ma la scoperta aveva ormai lasciato nel suo animo un sottile turbamento ed un senso di malessere nel corpo che perdurò tutta la notte.

Era domenica. La campana della chiesa vicina invitava i fedeli a venire per la seconda messa. Orazio aveva trovato a fatica il sonno quella notte ed ora pisolava a letto rigirandosi frequentemente, incapace di acquietare l'agitazione che aveva dentro. Ad un tratto, fattosi più cosciente, s'era messo a fissare le pareti della stanza, debolmente illuminate dalla luce fioca che filtrava per le fessure delle vecchie imposte, ricercando anche lì la macchia. Ma, nonostante sforzasse gli occhi quanto più poteva, non ne rilevò traccia. E si sentì in qualche modo sollevato che si risolse ad alzarsi e a prepararsi per raggiungere la chiesa in tempo per la funzione successiva.
Aveva trovato posto in una panca sotto al pulpito, nel mezzo della chiesa. Lì, tra l'altra gente, provava come un senso di protezione, ma l'inquietudine lo rendeva distratto. Il suo pensiero non riusciva a fissarsi sul rito che si svolgeva attorno a lui e spesso spiava intorno con lo sguardo. Né giovarono a migliorare l'attenzione le parole veementi del frate predicatore che suonavano come anatemi contro chi indulgeva ai peccati della carne e promettevano il fuoco eterno. Sebbene si sentisse estraneo a quella filippica, soppesò lo stesso la gravità, lui così morigerato, d'essersi concesso quel litro di tocai. La cosa era troppo veniale, invero, né altro aveva commesso di peccaminoso da sentirsi in colpa. Quanto gli succedeva, certo, non proveniva da un oscuro rimorso. L'inaspettato esame di coscienza dovette comunque rinfrancarlo perché uscì dalla chiesa con l'animo un po' più leggero.

Quel pomeriggio rinunciò alla passeggiata. Si sentiva stanco, per via della notte difficile. Dopo aver sparecchiato e rigovernato, si abbandonò sulla poltrona. Era una bella giornata di sole. Dalla finestra vedeva un rettangolo di cielo sopra i tetti delle case vicine, d'un azzurro terso senza una nube, ultimo orgoglio d'un'estate ormai agli sgoccioli. Ogni tanto una rondine entrava nel campo visivo, col suo volo elegante, per sparire subito dopo. Si avvertiva un leggero profumo di salso, portato dalla brezza lieve del tardo meriggio. Orazio non pensava a quell'ora all'ombra sul muro, del resto non ne aveva motivo essendosi accorto del fenomeno sempre in ora serale. Eppure la macchia era lì, appena appena percettibile nella solare luminosità della stanza.
La piccola piazzetta, dove aveva l'ingresso quel palazzo, e le vie vicine erano deserte. Lo scalpiccio di qualche raro passante rompeva di tanto in tanto il silenzio risuonando in cento echi. Orazio ascoltava i rumori di quel giorno di festa con la stessa attenzione appassionata che dedicava alle composizioni preferite.
Il canto soavemente malinconico d'un passero si fece sentire non lontano e quando tacque lasciò in Orazio il desiderio di continuare ad udire una melodia, se non uguale, almeno capace di reggerne il confronto. Si alzò dunque per suonare un disco, e fu allora, forse per il diverso angolo di visuale, che si accorse della tenue macchia sul muro. Poi accadde una cosa nuova che lo sconcertò maggiormente. Le volte precedenti, come si era avvicinato alla parete, l'ombra s'era sempre dissolta, ora no, rimaneva lì ferma tanto che, se avesse voluto, avrebbe potuto segnarne il contorno con una matita. Dimentico del motivo che lo aveva portato ad alzarsi, ritornò verso la poltrona per sedersi nuovamente. Guardava il muro come inebetito, si sentiva la testa vuota ed un grande scoramento dentro. Il passero aveva ripreso a cantare più vicino, ma il suono ora pareva aspro e struggente come se si fosse adeguato al nuovo stato d'animo di Orazio.
Non pareva proprio una macchia d'umidità dovuta ad una perdita, non su quella parete. Di là c'era la stanza da letto. E se anche così fosse stato, stante la sottigliezza del muro, doveva ritrovarla pure dall'altra parte, cosa che invece non aveva riscontrato. Se fosse stata umidità filtrata dal tetto, avrebbe dovuto partire dall'alto ed anche il soffitto in qualche modo ne sarebbe stato interessato. Né s'era mai sentito di perdite che salivano i muri. Sembrava piuttosto un'ombra. In Orazio pian piano cresceva questo convincimento. Ma un'ombra di cosa? Non riusciva a fare un'ipotesi che avesse senso.
Fu come una folgorazione l'idea di tentare qualche esperimento. Orazio si alzò di scatto e la sua prima azione fu la chiusura delle imposte. La stanza per tre quarti cadde in una semioscurità. Sulla parete di fronte si proiettava il rettangolo di luce che proveniva dalla porta della cucina. Ma l'ombra non c'era più! Dunque, concluse frettolosamente Orazio, era un comignolo su qualche tetto vicino, o un fenomeno ottico legato a qualche altro oggetto esterno. E qui lo soccorrevano le sue letture nel campo della fisica. Rivedeva le illustrazioni che spiegavano la lanterna magica ed il fenomeno della camera oscura. Ma la sua euforia durò poco, il tempo di ricordare che anche le sere prima le imposte erano chiuse. Provò allora ad accendere la lampada, ed eccola là, la macchia, ben visibile. Orazio rimase per un attimo sbigottito, poi una feroce stizza s'impadronì di lui. Non era possibile! Se era un'ombra e se le leggi dell'ottica che aveva trovato in un libro non mentivano, l'oggetto doveva trovarsi tra la lampada e la parete, ma lì c'era solo la poltrona! E si vedeva bene, a qualche spanna dal pavimento, il contorno dello schienale proiettarsi sul muro. Di botto e senza esitazioni si portò dietro alla poltrona seguendo la propria ombra fino a vederla sovrapporsi all'altra e confondersi con essa. Orazio avvertì un brivido corrergli la schiena, ma fu un attimo. Si volse alla finestra, riaprì le imposte, spense la luce e tornò a sedersi. Per quel pomeriggio non fece altri esperimenti.

Nei giorni successivi cadde una pioggia fine ed insistente. Il tempo uggioso ed il pensiero di quello strano fenomeno, che si ripeteva in casa sua, non aiutavano certo nel migliorare l'umore di Orazio. In ufficio lavorava di malavoglia, s'irritava facilmente per ogni minima contrarietà e si mostrava scontroso con i colleghi ed impaziente come non mai verso il pubblico. La macchia, o l'ombra che fosse, non mancava la sua apparizione alla sera, quando perseverando nelle sue abitudini, Orazio si accomodava in poltrona a leggere e ad ascoltare della musica. Puntuale come un cronometro svizzero, la ritrovava là, immobile sulla parete, tanto che pian piano, inconsapevolmente, cominciò ad abituarsi a quella presenza, quasi fosse un quadro od un mobile di recente acquisto. E col ritornare del sole e col passare del tempo l'animo di Orazio andò ritrovando la serenità. Ottobre donò nei fine settimana delle splendide giornate. Egli ne approfittò per delle lunghe passeggiate sulle colline dove il sommacco ormai splendidamente rosseggiava su una tavolozza di verdi e gialli dalle mille sfumature.
L'incubo di quell'ombra inspiegabile sulla parete sembrava del tutto superato nell'indifferenza quotidiana, quando l'osservazione d'un particolare non prima rilevato rinnovò improvvisamente l'interesse sopito di Orazio per il fenomeno. Fu una delle ultime sere d'ottobre durante la cena. Solitamente egli sedeva a tavola rivolto verso la finestra della cucina. Amava guardare le sfumature di tonalità, attimo dopo attimo sempre diverse, che le colline assumevano al tramonto, o, se l'ora era già tarda, l'accendersi delle prime luci sulle coste, e poi di altre ed altre ancora all'aumentare del buio, fino a dare al paesaggio l'aspetto d'un presepe natalizio, così come lo ricordava realisticamente costruito in una chiesa della periferia.
Ebbene, quella sera, contrariamente al solito, sedette a tavola dando la schiena alla finestra. Poteva vedere così, di là dalla porta che dava in soggiorno, la famosa parete e l'ombra. Ma l'ombra non c'era. Non ci fece subito caso, anche perché la situazione era per lui nuova. Quando, inconsciamente, finalmente riuscì a concretare la mancanza, rimase incredulo a guardare il ritaglio di muro di là dalla porta.
L'ombra non c'era, proprio non c'era. Eppure, e quasi cercando una conferma girava lo sguardo attorno, ancora abbastanza luce veniva dall'esterno. Avrebbe dovuto essere sufficiente per generare il fenomeno. Andò in soggiorno ad accendere la lampada e quindi rapidamente ritornò al suo posto di osservazione in cucina. L'ombra non c'era, proprio non c'era. Improvvisamente si sentì preso in un turbinio convulso di sentimenti contrastanti. Meccanicamente, come un automa, finì di consumare la cena: tutta la sua attenzione era rivolta alla parete bianca del soggiorno. Anche mentre rigovernava i piatti nell'acquaio, ripetutamente volgeva la testa verso la porta con l'ansia dell'attesa, come desiderando cogliere l'attimo della comparsa, che dava per certa. Invece, per tutto il tempo che si aggirò per la cucina, il fenomeno non si verificò. Solo quando si accomodò in poltrona a leggere, l'ombra fece la sua apparizione facendo scappare ad Orazio un'esclamazione stizzosa.

Le osservazioni ripetute nei giorni successivi lo portarono a scartare la possibilità che l'angolo di visuale, con cui la parete era osservabile dalla cucina, potesse influire negativamente sulla percezione del fenomeno. Non gli restava che concludere che il fenomeno si formava solo quando si permaneva in quella stanza o ci si andava intenzionati a rimanerne per qualche tempo. Più conveniva sull'assurdità dell'ipotesi e più si convinceva che era quella giusta.
Durante quelle osservazioni aveva anche notato che il fenomeno, dal suo apparire ad ora, si era in qualche misura accentuato. L'ombra era più intensa e più netta nel contorno, sebbene risultasse tuttora come una macchia informe sul muro. Era impossibile e sciocco cercare di attribuirla ad una cosa qualsiasi, a meno di non lavorare di fantasia, come si fa con le nubi, attribuendo consistenza a particolari che sono solo frutto di illusione, tanto che un altro, che guardi la stessa forma, intravede ben diversi lineamenti. Così ripeteva tra sé e sé anche Orazio ogniqualvolta provava ad attribuire un nome a quella forma misteriosa senza un esito soddisfacente. Però, a furia di ripetersi quella consolazione, si rese conto ch'essa nascondeva, per così dire, tra le righe un suggerimento che valeva la pena di seguire, seppure con le dovute cautele. Nessuno, cioè, all'infuori di lui, Orazio Braschi, aveva assistito al verificarsi di quel fenomeno. Doveva, dunque, farne partecipe qualcuno. Ma con chi confidarsi, e come palesare la cosa senza correre il rischio d'essere deriso e, passando per visionario, di divenire lo zimbello dell'ufficio o magari di tutta la burocrazia municipale e, ahimè, della città?
L'occasione venne un sabato pomeriggio all'inizio di dicembre. Orazio ritornava da un giro per le vie del centro dove aveva effettuato delle compere. Erano da poco suonate le quattro e mezza. Soffiava un vento gelido che invitava a rientrare in fretta al caldo del proprio appartamento, e la sensazione di freddo era accentuata dalla luce livida d'un sole spento e già quasi del tutto tramontato. L'incontro fu del tutto fortuito. Entrando nella piazzetta sotto casa, Orazio s'imbatté in un collega dell'ufficio annonario, un certo Rova, appassionato lui pure di musica. Sul momento Orazio non pensò di sfruttare a suo favore quanto la sorte così benevolmente gli concedeva. Solo dopo i convenevoli, quando il Rova s'interessò al disco che Orazio teneva in mano, uno degli acquisti di quel giorno, gli balenò l'idea di invitarlo a salire da lui. Poteva offrirgli un caffè ben caldo, cosa sicuramente graditissima, e chiedergli magari un giudizio su alcune vecchie incisioni che aveva trovato da un rigattiere qualche settimana prima, e che, pur dubbioso sull'effettiva qualità, aveva comperato. Naturalmente il vero scopo era quello di metterlo a confronto con l'ombra misteriosa e saggiare le sue reazioni.
Una volta nell'appartamento, Orazio condusse il collega nel soggiorno e lo lasciò lì solo con la scusa di preparare il caffè. S'immaginava l'improvvisa apparizione dell'ombra e lo sconcerto che in lui avrebbe generato e che pur si sarebbe in qualche modo manifestato. Con la coda dell'occhio lo vedeva intento a guardare i titoli dei libri sulle due mensole che fungevano da libreria. Gli indirizzò un premeditato "Accomodati pure sulla poltrona!". Così infatti avrebbe avuto davanti agli occhi la parete e non avrebbe potuto fare a meno di notare l'ombra. Ma i minuti passavano e Orazio capiva che di là non succedeva nulla. Si voltò e vide la parete bianca e immacolata come le altre sere quando l'aveva tenuta sotto osservazione durante la cena. Non credeva ai suoi occhi. La presenza dell'amico in soggiorno non bastava ad innescare lo strano fenomeno. Portò dalla cucina dapprima una sedia, poi tornò rapidamente con il vassoio con le tazze fumanti e la zuccheriera. Ed ecco che l'ombra era lì sul muro. La sorpresa fu tale che per poco non lasciò cadere il vassoio con tutto il vasellame. Orazio si ricompose subito e, guardando il collega, capì che non aveva notato l'improvviso sgomento esternato all'inaspettata apparizione. Cercando di mostrarsi il più disinvolto possibile, Orazio, porgendogli la tazza, gli chiese se, dunque, poteva contare su di lui per un parere sulla qualità di alcune vecchie incisioni di cui era entrato in possesso. Il Rova, lusingato dal fatto che lo si eleggesse ad intenditore autorevole, acconsentì volentieri. Così Orazio si mise a trafficare con i dischi quasi fosse indeciso sulla scelta del primo da sottoporre a giudizio. In realtà cercava con il suo affaccendarsi di indirizzare l'attenzione del Rova verso l'ombra sulla parete. Ma l'altro sembrava non darsene per inteso, e, poiché non poteva tirare più in lungo la cosa, mise semplicemente sul piatto del grammofono il disco che per ultimo s'era ritrovato in mano.
Era una squallida esecuzione del quintetto in mi bemolle maggiore, per di più aggravata da un fastidiosissimo fruscio di fondo. Vedendo l'immediata espressione corrucciata del collega, Orazio si affrettò a fermare il grammofono ed a sostituire il disco con una scelta più oculata. Doveva stare attento a non tradirsi, a non far capire che il suo scopo era un altro. Colta sul volto del Rova questa volta un'espressione di approvazione, Orazio proseguì nel suo tentativo di richiamare l'attenzione del collega sull'ombra. Pian piano si allontanò dal grammofono fino a raggiungere una posizione che metteva la sua ombra accanto all'altra. Il Rova, guardandolo, doveva vedere per forza le due ombre appaiate sulla parete alle sue spalle.
Per tutto il tempo che durò la musica, cercò di cogliere sul volto dell'altro l'indizio fatidico del turbamento dovuto all'insolita visione. E invece niente. Al termine dell'esecuzione fece del suo meglio per dimostrarsi interessato al commento spassionato del collega sull'incisione ascoltata. E per poter raccogliere le idee e per darsi del tempo in modo da escogitare un nuovo tentativo, propose al Rova un secondo ascolto. Fu mentre trafficava nuovamente con gli album dei dischi che il collega fece un'osservazione lusinghiera su quel piccolo appartamento ch'egli vedeva per la prima volta. Orazio, con la modestia che la convenienza richiedeva, accettò il complimento, cogliendo al volo l'occasione per dire che, forse, il soggiorno mostrava già segnali della necessità di una imbiancatura. Quella parete, ad esempio, alle sue spalle lasciava intravedere a ben guardare i segni dell'umidità. Ed il Rova subito a smentire, che no, che una parete così bianca poteva ben aspettare per molto tempo ancora la mano del pittore. Dunque, pensò Orazio, egli non vedeva l'ombra. E se invece desse ad intendere di non vederla? Ma quale scopo poteva avere egli nel mentire? No, non la vedeva proprio. Il disco che aveva in mano era di buona qualità, lo poggiò sul piatto ed avviò il grammofono.
Fu, dunque, così che Orazio comprese d'essere l'unico a vedere quell'ombra misteriosa nel suo soggiorno. L'apparizione era e doveva restare un suo segreto. A parlarne avrebbe guadagnato solo derisione poiché nessun altro avrebbe mai potuto confermare ch'egli non inventava ma diceva d'un fenomeno che realmente si ripeteva giorno dopo giorno in casa sua.
La settimana successiva cominciò ad avvertire come una gran stanchezza in corpo. In ufficio, dopo aver riempito due, tre fogli, doveva fare una pausa per riposare la mano indolenzita. E nel salire le scale doveva soffermarsi ad ogni pianerottolo per riprendere fiato e forze. Gli sembrava anche che il suo aspetto fosse peggiorato. Al mattino, mentre si radeva la barba, guardandosi nello specchio, gli sembrava che le rughe del viso si fossero accentuate e che l'insieme dei lineamenti mostrasse un invecchiamento di cui fino ad allora non aveva fatto caso. Provò a darsi ammalato per qualche giorno per vedere se un po' di riposo poteva giovare alla sua salute, ma inutilmente. Anche il dottore, che aveva fatto venire, dopo un'accurata visita, non era riuscito a trovare un sintomo preciso attribuibile ad una qualche specifica malattia e se ne andò consigliandogli del riposo ed una dieta appropriata per riprendere le forze. Così trascorse quei giorni quasi sempre seduto nella poltrona del soggiorno, riascoltando la collezione di dischi e contemplando l'ombra sulla parete che giorno dopo giorno ritrovava sempre più accentuata, come se i suoi contorni cercassero finalmente di delineare una forma precisa. Era, ed il paragone calzava, come se una figura lentamente si avvicinasse emergendo da una fitta nebbia.
Al sabato provò ad uscire. Faticava a camminare ma non voleva darsi per vinto. Un bel sole intiepidiva l'aria e voleva goderselo. Attorno a lui c'era un'atmosfera di festa, Natale ormai era alle porte. La gente passava frettolosa con le braccia ricolme di pacchi e pacchettini, e lungo tutto il viale alberato in pieno centro erano state montate le bancarelle degli ambulanti. Nel mercatino si trovava di tutto, dai giocattoli alle scarpe, dai dolci ai piatti, ai libri, ai dischi. Il fragrante odore delle frittelle, che gli ricordava l'infanzia, si spandeva dappertutto, untuoso ed impregnante. Si fermò davanti alla bancarella d'un mercante di dischi. In bella mostra vi erano le ultime novità, ma nessuna interessava Orazio. In un canto invece stavano neglette vecchie incisioni e furono quelle a conquistare la sua attenzione. Dopo i primi tentativi infruttuosi, continuò a rovistare tra gli album più per curiosità che per la convinzione di trovarvi qualche pezzo di valore. Quasi non credeva ai suoi occhi, quando tirò fuori da una pila di dischi una edizione del Requiem di Mozart di qualche anno prima, incisione validissima, e sicuramente per questo subito esaurita. Era un disco che non aveva potuto aggiungere alla sua collezione. Non lo aveva acquistato nei primissimi giorni di vendita per motivi economici, e, dopo, non era più riuscito a trovarlo in nessun negozio della città né delle città vicine, dove si era recato appositamente. Quello doveva essere sicuramente il suo giorno fortunato. L'euforia per la felice combinazione lo fece star meglio al punto che gli pareva di non provare poi più tanto quel senso di stanchezza nel camminare che lo aveva oppresso nei giorni precedenti. Cosicché decise di girovagare ancora un po' per le vie, ora che la sua allegria ben si accostava all'aria di festa generale che pervadeva la città.
Solo quando si avviò verso casa ricominciò a sentire un senso di spossatezza ed un malessere generale che tendeva ad aumentare come più s'allontanava da quelle vie dove sembrava regnare la spensieratezza e la gioia per il Natale imminente. Respirava veramente a fatica mentre arrancava su per le scale del suo palazzo e provò un enorme sollievo quando finalmente, aperta la porta di casa, trovò il conforto della sua vecchia poltrona, dove si abbandonò così com'era, con il cappotto ancora indosso. Passò forse un quarto d'ora. Orazio trovò finalmente le forze per recarsi in cucina a preparare un tè. Sentiva che il corpo ritrovava il vigore perduto man mano che sorbiva la bevanda bollente. Rinfrancato ritornò in soggiorno. Voleva ascoltare il Requiem straordinario che la fortuna gli aveva fatto trovare quel pomeriggio inaspettatamente su una bancarella.
L'esecuzione era veramente magistrale e la qualità dell'incisione pressoché perfetta. Neppure i pezzi più pregiati della sua collezione presentavano le caratteristiche di quel disco. La musica di Mozart fluiva dal grammofono come un rivo di divina bellezza. Orazio ascoltava estasiato, ad occhi chiusi, comodamente adagiato nella poltrona. Per lui non esisteva nient'altro che quel susseguirsi di note incantate, mirabilmente legate tra loro con la sapienza del genio. Aveva dimenticato il malessere che lo attanagliava fino a qualche momento prima. Aveva dimenticato l'ombra che era là, in attesa, in quella stanza. Sentiva solo la musica di Mozart, del grande Mozart di Salisburgo, che aveva riempito il vuoto delle sue sere. Ed ecco, come accompagnate dal canto religioso, scorrere nella sua mente le immagini di quando era bambino e suo padre lo teneva sulle ginocchia raccontandogli storie e fiabe della sua infanzia, e poi ricordi dimenticati dei primi tempi di scuola. Si rivedeva ai tempi del liceo ormai giovanotto, riassaporava la felicità provata quando aveva vinto il concorso comunale ed era entrato in municipio come semplice scrivano. Rivedeva Maria, la ragazza che era stato lì lì per sposare. Rivedeva la sua vita negli ultimi anni così solitaria e rischiarata dalle poche gioie che gli avevano regalato la lettura e la musica, ch'era quanto di più caro gli restava. La musica... Confutatis maledictis... Ah, Mozart! Orazio aprì gli occhi: l'ombra era là davanti a lui. Si stagliava nitida sulla parete come una forma umana avvolta in un ampio mantello, con una forma oblunga, triangolare poggiata, almeno così pareva, sulla spalla destra. Orazio sorrise e chiuse gli occhi.

 
BLOP

Blop! Il rumore si diffuse spaventoso per i corridoi, smorzandosi in mille echi originati da angoli riposti, dimenticate rientranze negli uffici capaci d'infinite riflessioni, e da risonanti mobili di metallo sovraccarichi di pile pericolanti di scoloriti raccoglitori. Nelle varie stanze del piano, a quell'ora di rientro dalla pausa del pranzo, c'erano ancora poche persone, ma tutte si affacciarono agli usci interrogandosi a vicenda con lo sguardo, cercando di leggere negli occhi del vicino d'ufficio la causa di quel suono terrificante ed improvviso che si era propagato solo un attimo prima per il palazzo. Tutti guardavano, nessuno parlava. Nessuno si muoveva dall'uscio quasi in un'attesa desiderosa dell'improbabile ripetersi del curioso fenomeno. Solo l'usciere Di Giacomo si dava da fare su e giù per i corridoi, tastando muri e suppellettili sospette e brontolando ad ogni soglia un "Cos'è stato? Non so niente. Tutto sembra a posto".
Di certo passò qualche minuto prima che qualcuno rispondesse ai telefoni che quasi all'unisono avevano iniziato a suonare. Allarmati e preoccupati, gl'impiegati degli altri piani chiedevano ragione di quel fragore che, evidentemente amplificatosi verso l'alto, aveva fin fatto tremare vetri e, dicevano, pavimenti da minacciare l'equilibrio precario di qualche catasta di pratiche. All'inizio nessuno sapeva dare una risposta alle insistenti domande, immaginare un indizio che permettesse magari agli altri di formulare una teoria dell'accaduto. Poi pian piano, scemando la prima sorpresa, cominciarono a prender forma le ipotesi più assurde a beneficio di quanti rientravano allora dal pranzo. Tanto lontane dalla possibile realtà che non vale la pena qui di accennarne.
Il trambusto era grande. Capannelli d'impiegati si formavano e si scioglievano continuamente e c'era un gran parlare a vanvera. Né contribuì a normalizzare la situazione la visita dapprima del capo settore, che raramente, e solo in occasioni d'una certa rilevanza, scendeva a quel piano; e poi quelle del capo divisione e, su su per la scala gerarchica, degli altri dirigenti fino al direttore generale, che a memoria d'impiegato non s'era mai degnato di visitare quegli uffici. L'avvenimento sconcertò tutti maggiormente, ed il vociare, l'interrogarsi, l'agitarsi, il muoversi continuo da un ufficio all'altro, la confusione insomma raggiunse un'intensità incredibile. Di rimettersi a lavorare non se ne parlava proprio. All'improvviso, quel caos inusitato allo scoccare dell'ora d'uscita finì. Gli uffici si svuotarono rapidamente e come d'incanto ritornò il silenzio nei corridoi. Nella concitazione nessuno si accorse che quel pomeriggio l'ufficio del ragionier Bianchi era rimasto vuoto.
L'indomani vi fu un andirivieni di squadre di operai. I tecnici della manutenzione saggiarono pilastri, muri portanti, intonaci, auscultarono le pareti, picchiarono sull'impiantito, martellarono sui tubi del riscaldamento, sperando in un segno, una traccia, un sintomo di malessere nella struttura dell'edificio che spiegasse l'inquietante evento del giorno prima. Interrogarono quanti dicevano d'aver udito il boato, ne ascoltarono i fatti, le ipotesi azzardate, i sogni, con pazienza infinita cercando di far combaciare le impressioni, le interpretazioni, date da ognuno, di quegli attimi, per ricostruire un qualcosa di coerente, che avesse un senso. Tenevano consulti, brevi, talvolta concitati, poi ricominciavano a tastare, picchiare, saggiare dovunque. Scesero giù nelle cantine. Guidati dall'usciere Di Giacomo, si addentrarono in quegli oscuri meandri facendosi luce con una pila: l'impianto elettrico non funzionava, segno che da tempo nessuno era più sceso lì sotto. Scandagliarono le fondamenta, l'intrico delle tubazioni, ogni cosa, ma non trovarono niente. Verso mezzogiorno quell'affaccendarsi frenetico quanto inutile cessò. L'usciere Di Giacomo ripetutamente interrogato dagli impiegati si mostrava reticente. Ma fu presto chiaro a tutti che l'indagine non aveva dato esito alcuno. Anche quella mattina l'ufficio del ragionier Bianchi rimase deserto, ma come già il giorno prima nessuno vi fece caso.
La cosa non deve sorprendere più di tanto. Il ragionier Bianchi era di carattere schivo e riservato, incapace di legare con i colleghi. Nessuno ricordava di lui, non dico una conversazione, ma una frase, una parola che non fosse inerente al lavoro. Del resto dipendendo da un diverso settore, che aveva tutti gli altri uffici sistemati altrove nell'edificio, il lavoro stesso gli offriva poche occasioni di contatto con gli altri impiegati del piano. E proprio a causa di questa sua anomala collocazione, probabilmente sarebbe trascorso molto tempo prima che la sua assenza venisse non solo notata ma giudicata anormale da parte degli altri dipendenti che lavoravano nelle stanze vicine.
Fu un caso che Romeo Giannetti quel pomeriggio, tornando da pranzo, varcata di qualche passo la porta d'ingresso, ficcasse un piede in un avvallamento del pavimento, quasi una buca, invisibile all'occhio perché coperto dalla grigia moquette che rivestiva l'impiantito di tutto il piano. Il Giannetti ritrasse subito il piede, avvertendo la sensazione inquietante di stare lì lì per sprofondare, quasi che una voragine si fosse aperta all'improvviso sotto di lui. Interdetto, si guardò intorno come cercando qualcuno cui rivolgere una rimostranza, ma non c'era nessuno lì presso, neanche l'usciere Di Giacomo che era solito stazionare presso l'ingresso durante la pausa del pranzo. Dubbioso se dirigersi subito verso l'ufficio o cercare qualcuno con cui condividere quella scoperta, riallungò il piede provando la consistenza del pavimento. Ma per quanto cercasse, non gli riusciva più di trovare la buca che prima era stata la causa del suo smarrimento. Provò a spostarsi di qualche metro, pensando d'essere avanzato d'istinto per quel timore provato di sprofondare, ma niente. Provò a rifare a piccoli passi il percorso seguito dall'ingresso, ma ancora niente. Poi metodicamente da parete a parete, anche dove era sicuro di non aver pestato, saggiò ogni centimetro del piccolo atrio che dava sull'ingresso, ma dovunque ritrovava la stessa canonica consistenza. Smise quel suo testardo ricercare, per evitare la figura da sciocco se scoperto in quello che appariva un gioco bambino, udendo lo schiamazzare su per le scale di alcuni colleghi che rientravano dalla mensa. E senza voltarsi verso l'ingresso, raggiunse il suo ufficio in fondo al corridoio.
Sedutosi alla scrivania, aprì davanti a sé la cartella d'una pratica, più per darsi un giusto contegno che non con l'intenzione di portare avanti il lavoro. Subito, infatti, dimenticò quei fogli per cedere ad una voglia incontenibile di ragionare su quanto poc'anzi gli era capitato. L'avvallamento rilevato nel pavimento nei pressi dell'ingresso, per lui, era reale, su questo non aveva dubbi. Attribuiva il fatto di non esser stato poi in grado di individuarlo nuovamente alla troppa fretta con cui aveva svolto la ricerca. L'esserci finito sopra rientrando era stato sicuramente un caso, il ritrovarlo volutamente non doveva essere, ne era convinto, cosa semplice se era sfuggito pure alle squadre di tecnici e operai che quella mattina avevano setacciato il palazzo. Non lo sfiorava neppure l'idea che, notatolo, non lo avessero preso in considerazione, tanto era stato lo spavento provato alla fortuita scoperta e non ammettendo ch'esso fosse nient'altro che un effetto di quella palpabile eccitazione collettiva generata dagli eventi dei due giorni.
Rimuginando i fatti di cui era stato testimone, le ipotesi dei colleghi che gli erano arrivate all'orecchio, quel poco che aveva udito dai tecnici che avevano effettuato il sopralluogo, frasi spezzettate, parole staccate da un contesto che si prestavano a mille interpretazioni, il Giannetti arrivò alla conclusione che la faccenda fosse grossa - non per niente s'era mosso addirittura il direttore generale, - e dunque valeva la pena di cercare di saperne di più. L'usciere Di Giacomo doveva essere a conoscenza di qualcosa che per il momento agli impiegati era taciuta. Non s'era per niente sbottonato quando lo avevano interrogato dopo le ispezioni della mattina, lui solitamente così loquace e pronto alla confidenza! Per attaccare discorso con l'usciere, decise di lamentarsi di quella fantomatica buca, tacendo però le sensazioni avute, ma biasimando invece la possibilità, fortunatamente non concretatasi, di storcersi una caviglia. Il Di Giacomo convenne che non dovevano aver certo fatto un lavoro a regola d'arte gli operai che avevano rivestito l'impiantito con la moquette. E come riprova ricordava che il geometra Frantini qualche mese prima aveva sollevato un gran polverone a tal proposito dopo essersi stortato un piede, come invece, per fortuna, non era accaduto al Giannetti. Ma altro non disse, sebbene con molta arte il suo interlocutore disseminasse i suoi discorsi con esche appetitose, inviti a confidarsi cui in altri momenti sarebbe stato difficile per l'usciere non cedere. Comunque del colloquio il Giannetti si ritenne soddisfatto. Adesso aveva la certezza, seppure non ne avesse mai dubitato, che la buca nel pavimento esisteva, ma possedeva anche l'informazione preziosa che almeno un'altra persona era incappata nella sua stessa disavventura. Non perse tempo ed in quattro e quattr'otto s'inventò una scusa di lavoro per recarsi nell'ufficio del geometra Frantini.
Il ritrovare le carte che gli venivano richieste per una consultazione non era cosa di pochi minuti, il geometra se ne scusava, ma la richiesta era insolita. Non sapeva che il Giannetti l'aveva pensata apposta, un trucco machiavellico per guadagnare tempo bastante ad indirizzare le chiacchiere, che sempre tra colleghi si scambiano in simili frangenti, sull'argomento che più gli premeva, la buca nel pavimento. Il Frantini, evidentemente guarito dalla storta nel fisico ma non nel morale, quando la conversazione toccò quel tasto, sbottò in una sequela di lamentazioni sull'accaduto e sull'incomprensione incontrata nelle alte sfere della dirigenza, dove s'era rivolto per una soddisfazione. Ma di quel torrente di parole ciò che si fissò nella mente del Giannetti, suscitandogli non poca meraviglia, fu il diverso luogo dell'incidente: non presso l'ingresso come egli s'aspettava, ma in quello slargo del corridoio interno che s'apriva di lato ai servizi, proprio dove, di fronte, c'era l'ufficio del ragionier Bianchi.
La questione si faceva grossa, le buche adesso erano due. Ma esse erano solo il frutto di una negligenza di chi aveva posato la moquette, oppure erano l'indizio di qualche mancanza più grave che si voleva tener nascosta? Giannetti decise un immediato sopralluogo nella parte incriminata di corridoio indicata dal Frantini. Stante la vicinanza dei servizi, una sua presenza in quel luogo, se notata, si giustificava da sé.
Il corridoio deserto si prestava per una ricerca approfondita, così pure l'ufficio vuoto del ragionier Bianchi. Quale insperata fortuna, pensò subito il Giannetti e si mise a tastare lentamente centimetro per centimetro il pavimento. La ricognizione durò, più o meno, una mezz'ora, ma non diede i risultati sperati, della buca lamentata dal Frantini non c'era traccia. Giustificò l'insuccesso con qualche attimo fatale di disattenzione. Guardò l'orologio. Ora era troppo tardi per ricominciare l'esplorazione. Fino a quel momento non s'era fatto vivo nessuno lungo il corridoio, neppure il ragionier Bianchi che pure aveva lì l'ufficio. Sarebbe stato troppo pretendere che una tale fortuna durasse ancora. E poi era stato troppo a lungo fuori dall'ufficio. Meglio era dunque abbandonare per quel giorno la ricerca, ripromettendosi di riprenderla senz'altro il giorno dopo, approfittando di qualche pausa nel lavoro.
L'esperienza ormai aveva insegnato al Giannetti che, per ritrovare una buca in quella infida moquette, l'unica cosa da fare era applicare un metodo di ricerca, per così dire, scientifico. Quella mattina si recò prestissimo al lavoro. Salutò lo stupefatto usciere Di Giacomo che gli aveva aperto la porta e subito raggiunse la sua scrivania. Una piantina approssimativa di quella parte del corridoio, dove il Frantini s'era infortunato, fu la prima cosa che fece. Divise il comparto da esaminare in zone cercando di ottenere una ripartizione ottimale, tenendo conto di quanto suggeriva la geometria del luogo. Avrebbe preso ogni volta in considerazione una sola zona, esplorandola a fondo. Per ciascuna zona sarebbero bastati pochi minuti, e poiché ripetute brevissime assenze dall'ufficio erano all'ordine del giorno, giustificate da una pessima organizzazione del lavoro, che, se sollevava le critiche di tutti, non trovava però campioni disposti a battersi per migliorarla, nessuno dunque avrebbe fatto caso alle stranezze del Giannetti.
Decise di eseguire subito una prima ispezione approfittando del fatto che al momento era il solo impiegato presente e poteva quindi muoversi con grande libertà. La zona scelta per l'indagine ovviamente era quella più critica, quella, cioè, antistante l'ufficio del ragionier Bianchi. Mentre saggiava con i piedi, minuziosamente, il pavimento davanti alla porta della piccola stanza dove lavorava il ragioniere, la sua attenzione finì per concentrarsi sulla scrivania che presentava un disordine fuori da quella regola consolidata che imponeva di lasciar sgombero il piano di lavoro per facilitare l'opera del personale di pulizia.
Giannetti prima di allora aveva scambiato solo poche parole in qualche rara occasione di lavoro con il ragioniere, tuttavia gli sembrò subito per lo meno strana, stonata quella inettitudine. Scrollò le spalle come per scuotere di dosso la perplessità che gli veniva dalla vista della stanza e concentrò nuovamente tutta la sua attenzione sul pavimento sotto esame. Quella prima ricerca non diede esito positivo. Ritornando verso il proprio ufficio, Giannetti lanciò un altro lungo sguardo a quella stanza vuota e nuovamente un vago senso di turbamento s'impadronì di lui.
L'occasione per proseguire la ricerca gli fu offerta poco dopo le dieci. Doveva portare per la firma una pratica in un ufficio situato al di là della parte di corridoio posta sotto osservazione. S'era riproposto di fermarsi per un secondo esame al ritorno, ma passando davanti all'ufficio del ragionier Bianchi non seppe trattenere la propria curiosità. La stanza era vuota, niente da quella mattina era stato spostato o toccato. Il ragionier Bianchi non era, dunque, ancora arrivato. Sarà trattenuto da qualche impegno esterno, pensò e s'avviò a grandi passi per il corridoio.
La firma della pratica non gli portò via molto tempo cosicché poco dopo era di nuovo lì, davanti l'ufficio del Bianchi per intraprendere in una seconda zona del pavimento la ricerca della buca. Tuttavia Giannetti si apprestò all'esplorazione con meno entusiasmo di prima, era distratto da quella stanza così stranamente deserta. Una inquietante angoscia col passare dei minuti gli cresceva impercettibilmente dentro. Alla fine si decise a lasciar perdere la buca. Entrò nell'ufficio del Bianchi come in una chiesa, quasi in punta di piedi. Gli oggetti personali del ragioniere erano sparsi sulla scrivania, la stilografica, l'agenda, il pacchetto di sigarette e i fiammiferi... Era incredibile che il Bianchi se ne fosse andato il giorno prima dimenticando quegli oggetti! Anche la cartella lasciata aperta conteneva documenti che il Giannetti subito riconobbe classificati come riservati. Era una negligenza imperdonabile da parte del ragioniere lasciare quei fogli alla mercé di chiunque entrasse per caso o con intenzione nell'ufficio.
Come allungò la mano per prendere l'agenda, si accorse della patina di polvere che velava il piano della scrivania. Erano almeno un paio di giorni che quella scrivania non veniva spolverata. Il personale che si occupava delle pulizie aveva l'ordine di non toccare i tavoli di lavoro qualora non fossero sgombri. Erano, dunque, un paio di giorni almeno che il ragioniere mancava dall'ufficio. L'agenda che Giannetti aveva raccolto, aperta sulla data di due giorni prima, confermava l'ipotesi. Giannetti sentì crescere il turbamento dentro di sé come un torrente in piena. Il cuore gli batteva forte mentre pian piano nella sua mente si formava l'assurda idea che il ragionier Bianchi fosse stato costretto a lasciare l'ufficio all'improvviso per non farvi poi più ritorno. Era inutile almanaccare sul motivo, la causa dell'improvvisa scomparsa. L'ipotesi andava prima verificata. Cominciò a chiedere in giro, ai colleghi, all'usciere Di Giacomo, se avessero visto il ragioniere. Nessuno ricordava di averlo notato quella mattina, e, a ben pensarci, anche il giorno prima non pareva loro che fosse al lavoro.
L'usciere Di Giacomo fu il più preciso. Non vedeva il ragioniere da più di due giorni, dal pomeriggio del terrificante boato. Ma il ragioniere spesso si assentava dall'ufficio e per dei giorni, e sempre per motivi di lavoro. Chiaramente era così anche questa volta. Se il Giannetti aveva bisogno di conferire col ragioniere, non gli restava altro da fare che aspettare pazientemente il suo rientro. Così suggeriva il Di Giacomo. Che l'assenza del Bianchi fosse normale, al Giannetti però non pareva cosa credibile, troppi erano gli indizi contrari. Decise di soprassedere per il momento alla ricerca delle buche e di indagare sulla misteriosa assenza del ragioniere per cercare di venirne a capo. L'ipotesi più sensata era che il Bianchi fosse ammalato. Poteva telefonargli o fargli visita a casa. Cercò subito il numero del ragioniere sull'elenco telefonico. C'era, non gli restava che chiamarlo. Provò e riprovò più volte fino all'ora di pranzo, ma inutilmente; all'altro capo del filo nessuno pareva intenzionato a rispondere.
In mensa il caso portò il Giannetti a prender posto vicino ad un conoscente, impiegato dello stesso settore per cui il Bianchi lavorava. Una fortuna insperata che gli permise di saperne di più sull'attività del ragioniere nell'azienda. Non solo, al conoscente strappò la promessa di un suo interessamento per conoscere i motivi dell'assenza di quei giorni, se motivi di lavoro c'erano.
Giannetti, ritornato in ufficio, riprovò a chiamare il Bianchi a casa, ma il telefono squillava all'altro capo invano. Quel pomeriggio provò e riprovò più volte ma sempre con lo stesso risultato. Provò a ricontrollare il numero, se per caso non lo avesse trascritto in modo errato. Niente. Provò a sentire la società dei telefoni se per caso il numero fosse stato cambiato ultimamente. No, disse una voce gentile, era ancora quello dell'elenco. Per far luce sull'ipotesi della malattia al Giannetti non restava che recarsi di persona all'abitazione del ragioniere. Cercò l'indirizzo sull'elenco telefonico. Non era una via fuori mano; rincasando una visita avrebbe comportato solo l'insignificante disagio d'una piccola deviazione dal percorso solito.
Bussò e ribussò più volte. Di là dalla porta non una parola, non un suono, non un segno di vita. Se cerca il ragioniere, non è in casa - disse una voce alle sue spalle. Giannetti si girò. E' da qualche giorno che il ragioniere manca da casa - disse la donna anziana uscendo dalla penombra che offuscava parte del pianerottolo. Doveva essere la portinaia di quello stabile, almeno così ritenne il Giannetti, che provò ad interrogarla sui motivi della prolungata assenza. La donna non sapeva. Riconosceva però la stranezza del fatto: solitamente il Bianchi lasciava detto a qualcuno se si allontanava da casa per più giorni. Se gli fosse accaduto qualcosa, un malore, un ricovero all'ospedale, perché no un arresto, per non dire d'uno sventurato decesso, qualcuno pur sempre si sarebbe fatto vivo in quel lasso di tempo per informare o ricercare i familiari d'avvertire.
Rientrato a casa, il Giannetti fece un ultimo tentativo telefonico informandosi presso gli ospedali cittadini se c'era un ricoverato che rispondesse al nome di Adelmo Bianchi, o, presso la questura, se lo stesso risultava fermato o se, per un malauguratissimo caso, qualcuno ne avesse denunciato il decesso. Non risultava niente di tutto ciò, da nessuna parte. L'ipotesi della malattia andava, dunque, scartata, come pure quella d'un gesto insano o d'un improvviso fatale incidente. Il ragionier Bianchi era semplicemente scomparso.
L'indomani un'impensabile novità lo aspettava in ufficio. Con un'indicibile svogliatezza provò ad applicarsi nel lavoro. Ma la sua testa era altrove. Le fantasticherie di quei giorni avevano accumulato una pila di pratiche da evadere sul tavolo, destinata, se quella situazione perdurava, a divenire ancora più consistente. Verso le dieci Giannetti pensò che poteva permettersi una pausa. Voleva tornare nell'ufficio del Bianchi perché era arrivato alla conclusione che solo rovistando tra le sue cose avrebbe trovato forse un indizio per far luce sul mistero della scomparsa. Come fu sulla soglia strabuzzò gli occhi, tanto fu lo stupore. L'ufficio era stato rimesso in ordine, la pratica lasciata aperta sulla scrivania era stata riposta, gli oggetti personali del ragioniere spariti. Tutto era come avrebbe dovuto essere durante una normale assenza del Bianchi. Quel pomeriggio Giannetti ricevette la telefonata di quell'impiegato suo conoscente che lo informava che il ragioniere era, in quei giorni e per qualche tempo ancora, in missione fuori città per conto dell'azienda. In alto loco, pensò subito il Giannetti, per un qualche motivo s'era deciso di coprire la scomparsa del ragioniere. Era ben consapevole che in tal caso difficilmente avrebbe potuto saperne di più. Non restava che vigilare e lasciar fare agli eventi. Prima o poi, anche il nodo di quella scomparsa sarebbe venuto al pettine della verità.
Passarono i mesi. L'estate s'avvicinava e con essa le ferie. Gli eventi di quei giorni erano lontani, uno sbiadito ricordo ormai anche per il Giannetti. Quand'ecco che una mattina, verso le dieci, improvviso come l'altra volta quello spaventoso rumore prima sordo si diffuse nel corridoio, poi in un crescendo di echi esplose per il palazzo. Blop! E di nuovo le stesse scene, tutti ammutoliti a guardare dagli usci dei propri uffici gli impiegati, ad interrogarsi con gli sguardi. Solo l'usciere Di Giacomo non c'era a tastare, provare, rassicurare.
Il Giannetti si riebbe immediatamente dallo sbalordimento e come un forsennato corse da prima verso l'ufficio del ragionier Bianchi e poi, qui non trovando nulla d'insolito, si precipitò verso l'ingresso. Anche lì non c'era nessuno, ma subito notò il giornale aperto per terra vicino alla porta che dava sulle scale. Era il quotidiano popolare che il Di Giacomo era solito leggere al mattino. Che fosse il suo non c'era dubbio, nessun altro su quel piano lo comperava. Ma dov'era adesso l'usciere? S'accorse che stava a tutta voce gridando quella domanda. Erano accorsi nel frattempo gli altri impiegati. Nessuno aveva visto l'usciere. Qualcuno più intraprendente infilò l'uscita per cercarlo al bar del pianterreno, qualche altro interrogò per telefono gli uscieri degli altri piani. Non lo si trovava da nessuna parte. Poteva essere uscito per qualche commissione od un motivo personale. Il Giannetti si precipitò nello sgabuzzino che il Di Giacomo usava come spogliatoio e per tenerci le sue robe. Gli abiti borghesi - l'usciere al lavoro indossava una divisa - erano là appesi...
Il trambusto che proveniva dal corridoio lo distolse dal continuare l'esplorazione di quel ripostiglio. Vide il capo settore attorniato dagli altri impiegati nel piccolo atrio che con fare concitato invitava tutti a ritornare alle proprie scrivanie. Non era successo niente di preoccupante, stessero pur tranquilli. Il rumore era dovuto - si sforzava d'essere convincente, - ad un inconveniente all'impianto di condizionamento. Nel frattempo, fattasi largo nella ressa, una pattuglia di tecnici e operai aveva cominciato una minuziosa verifica delle strutture murarie di quel piano.
Giannetti tornò alla sua scrivania. Un vago senso d'impotenza e di rassegnazione gli veniva dal ripetersi di quell'inquietante e misterioso fenomeno. Gli era parso di percepire in quel boato un che di bestiale, quasi fosse prodotto da un organismo vivente e non da un insieme di ferro, calce e cemento. Chi guidava l'azienda era sicuramente a conoscenza della causa che lo generava ma preferiva tacere per qualche disegno insondabile. E poi quelle strane sparizioni, prima il ragionier Bianchi, ora l'usciere Di Giacomo... Che senso aveva tutto questo, si chiedeva il Giannetti, ritrovandosi incapace d'una risposta sensata. Ah, le buche! C'erano anche le buche nella storia. Alla fin fine la sua poteva anche essersela sognata, ma non poteva essere immaginazione l'infortunio del geometra Frantini! Tra tutte queste cose doveva pur esserci un nesso che a lui sfuggiva.
Quel pomeriggio il Di Giacomo, ufficialmente licenziatosi quella mattina, fu sostituito da un altro usciere, tale Persichetti, che nessuno prima aveva visto nel palazzo. Ma si capiva dai modi e dall'espressione che il nuovo usciere veniva dai piani alti, dov'era insediata la dirigenza dell'azienda. Una soluzione d'emergenza e di sicurezza, fu subito il pensiero del Giannetti, ma perché?
Dopo qualche giorno il rumore, se non era stato dimenticato, non era però più oggetto di conversazione. Il periodo di ferie era vicinissimo e quando non si parlava di lavoro negli uffici, si parlava di località marine o montane, di alberghi, di escursioni nei posti caratteristici della villeggiatura d'un impiegato. Anche la stanza del ragionier Bianchi ora era occupata da un giovane timido impiegato di nome Lucerti. Il ragioniere ritornato dalla prolungata missione fuori città, si diceva che era stato chiamato a dirigere una filiale, che l'azienda insomma per i suoi meriti gli aveva attribuito una promozione. Una voce che nessuno si sognò mai di smentire. Giannetti stesso aveva smesso ogni velleità indagatrice, perché la sapeva inutile ed anche rischiosa. In quel palazzo erano accadute cose spiacevoli che l'azienda ed i suoi dirigenti a qualunque costo non volevano risapute. Se avesse continuato su quella strada, se il suo indagare fosse risultato un pericolo per quei segreti, non avrebbero esitato, ne era certo, a costringerlo a licenziarsi.
Le ferie giovarono al suo morale. Aveva avuto tutto il tempo che voleva, per riflettere sugli accadimenti di quei mesi, per mettere assieme i vari tasselli, per farsi un'idea. La tranquillità, che ostentava al suo ritorno in ufficio, gli veniva dalla certezza di aver finalmente capito, di conoscere le risposte giuste. E mentre si recava nella sua stanza, non urlò né si lasciò prendere dal terrore quando si accorse di sprofondare nel pavimento e in un attimo attorno a lui tutto fu buio. Prima di perdere conoscenza riuscì solo a chiedersi, sorridendo tra sé, chi sarebbe stato il prossimo.

 
L'ANIMA E IL VENTO

Ho dato uno schiaffo a Giorgio perché ha detto che Brahms è noioso. Giorgio mi ha guardato sorpreso, poi tragicamente: - Noioso noioso noioso noioso noioso -. Gli ho offerto da bere.
Il barista è sordo. Ho dovuto ripetergli due volte l'ordinazione. La gente che si fa ripetere due volte la stessa cosa mi irrita. Ruba il tempo. Cosa sarebbe accaduto in quel minuto? Giorgio mi avrebbe raccontato qualcosa, lo so. Forse perché trova noioso Brahms. Adesso si parla d'altro. Non saprò più perché trova noioso Brahms.
Nell'aperitivo manca un po' di gin. Anche Giorgio lo ha notato. Guardiamo con disappunto il barista e scoppiamo a ridere. Qualcuno ha sollevato il capo sonnolento, un attimo e ricade nel bicchiere.
Una bionda artificiale ci sfiora, svanisce. Di là suona un juke- box rauco. Giorgio mi racconta di Mà, una ragazzina che ha conosciuto al mare. Mi annoia. Cosa starà facendo Anna adesso?
Giorgio parla ancora. Dice che l'ha invitata alla festa che darà per San Silvestro. Quando è San Silvestro? Non so che giorno è oggi. Ventuno no ventisei no. Guardo in giro nella speranza di scorgere un calendario. Niente. Come sapere quando è San Silvestro? Può essere oggi... Giorgio lo sa.
- Quando è San Silvestro? -
Mi guarda, crede uno scherzo, riprende a parlare di Mà. Potrei chiedere al barista, rinuncio, dovrei ripetere la domanda due volte.
Giorgio ha finito rapidamente il suo aperitivo. Siamo usciti nel vento verso via Barzi. Gli chiedo a bruciapelo: - Il vento ha un'anima? - Mi guarda pensieroso.
- Non credo - risponde dubbioso.
- Anch'io! -
Sono soddisfatto. Proseguiamo a testa bassa. Il vento è forte.
- Giorgio, hai mai parlato al vento? -
- No - risponde pronto. - Qualche volta l'ho mandato al diavolo. - Perché non si può ammazzare il vento? So che odia il vento. Quando c'è vento dietro gli occhiali gli occhi gli si riempiono di lacrime.

 
LA PALLOTTOLA

Domenico Nicolai fermò l'automobile sul passo, in uno slargo della strada usato dai cantonieri come deposito di ghiaia. Uscì stiracchiandosi, respirando a fondo l'aria pura e fresca. I monti tutt'intorno l'occhio distingueva come grani d'un rosario lavorato a mano, richiamandone ad uno ad uno i nomi da quel nascondiglio della memoria dove li aveva riposti, come preziosissime gemme, il bambino di quarant'anni fa. Per quei luoghi, allora, lo aveva menato il nonno materno, volendo ritrovare la sua gioventù di stenti e sofferenze e per mostrare al nipote i posti dove aveva combattuto la sua guerra. Quegli inverni all'addiaccio, il gelo, la fame, le estati torride, la sete e la paura d'una vile pallottola, nelle parole del nonno diventavano motivi di favole meravigliose. Il piccolo Domenico si raffigurava ogni cosa con gli occhi ingenui dell'età. Faceva orchi i generali che divoravano in un boccone cento e più soldatini, draghi le artiglierie da montagna che sputavano fiamme a miglia e miglia lontano. Vedeva l'ombra della morte aggirarsi tra gli alti picchi lambendo con la sua ala al mutar del sole ora questa ora quella trincea dove uomini formiche fuggivano scompostamente per il terrore. Domenico non avrebbe potuto separare la sua infanzia da quelle storie terribili. Tutta la sua vita non avrebbe avuto più senso. Guardò verso la grigia macchina lasciata alle spalle. La moglie non s'era mossa ancora. Rigida sul sedile davanti, le si leggeva sul viso il disgusto per quella gita improvvisata. Una pazzia cui si era adattata dopo grande insistenza e mille piccoli ricatti. Si vedeva bene che le meraviglie lì intorno non ripagavano le chiacchiere con le amiche lasciate alla pensione, il tè coi pasticcini, la canasta. Non sarebbe stato un pomeriggio facile. Per niente. Aprì il baule per prendere gli zaini. Solo allora la moglie accennò a muoversi.
S'incamminarono, zaini in spalla, aiutandosi con l'alpenstock comperato per l'occasione, lungo il sentiero che portava ai luoghi della guerra. Il sentiero s'inerpicava tra rari mughi e rocce dove la poca erba testarda si conquistava la sopravvivenza. La salita, passata l'ultima petraia, terminava s'un costone battuto da un vento insistente. Avevano camminato per una ventina di minuti. Domenico guardò la moglie che silenziosa lo seguiva. Il viso, che si sforzava d'essere inespressivo, tradiva un senso di noia e di disgusto. Meglio era tacere, far finta di niente, godersi comunque quella gita. Lontano, forse una mezz'ora, intravedeva addossato alla parete rocciosa l'avamposto, una piccola costruzione ormai in rovina, lo si vedeva bene anche da quella distanza. Quando bambino lo aveva visitato col nonno, aveva ancora il tetto e gl'infissi alle finestre. Ora mostrava in piedi solo qualche porzione di muro. Lo indicò alla moglie col bastone, era quella la prossima meta del loro andare. La moglie scrollò le spalle senza sforzarsi di dissimulare l'indifferenza, incamminandosi rassegnata dietro al marito. Domenico come più si avvicinava a quei luoghi che avevano riempito i sogni della sua infanzia, sentiva crescere dentro l'euforia. L'entusiasmo della scoperta, lo sprone della curiosità ritornavano in lui ed egli esternava il nuovo sentire con un passo deciso, furioso, quasi incosciente. La moglie gli arrancava dietro e più di una volta fu lì lì per rompere il silenzio, per richiamarlo a moderare l'incedere tra quei sassi scabri e malfermi.
I ruderi dell'avamposto furono luogo di sosta e di colazione. Domenico mangiò in fretta il suo panino, senza gustarlo, impaziente di mettersi sulla via delle trincee. La moglie non voleva saperne di muoversi ancora. Che andasse lui avanti, senza farsene un cruccio se rimaneva lì sola ad aspettarlo. Domenico, visto che l'ulteriore discutere non avrebbe portato a un diverso risultato, individuò subito il lato positivo di quella contrarietà. Poteva lasciare alla moglie lo zaino per muoversi più liberamente nelle sue esplorazioni e, poiché da quei ruderi si dipartivano vari sentieri, poteva eleggere quell'avamposto a campo base, un punto di riferimento per le sue rivisitazioni.
Poco più in là il costone del monte digradava in uno stretto pianoro solcato per tutta la lunghezza dai resti d'una profonda trincea, che sorvegliava la salita al passo. Non era molto diversa da come la ricordava, la neve e il gelo di quei quaranta inverni non si erano accaniti più di tanto nel cancellare le tracce della follia umana. Qua e là tra i sassi, dove il vento aveva depositato briciole di terriccio, fiorivano campanule. Tutto intorno regnava un gran silenzio. Domenico raccolse una scheggia di granata, scavò un bossolo con la punta dell'alpenstock. E mentre procedeva con cautela tra le pietre dei muretti che avevano ceduto, costretto spesso a deviazioni e risalite sul margine dello scavo, ripensava alle storie del nonno. Come tutto appariva diverso ora che non aveva più l'età delle fiabe. Anche il nonno, tra quei sassi desolati, non era più l'intrepido gigante che aveva abitato i sogni infantili. Si figurava la vita misera di trincea, gli anni migliori della giovinezza! E molti non erano tornati. Provò ad accucciarsi per vedere quell'orizzonte, sempre uguale, che per quei giovani aveva segnato il limite del proprio mondo. Alzò l'alpenstock sul muretto della trincea, per gioco lo imbracciò, come un fucile. S'immaginò a premere l'ipotetico grilletto. Sentì lo sparo rimbalzare in mille echi nella valle.
Erano trascorse più di due ore da quando Domenico aveva lasciato l'avamposto. La moglie, che alla partenza si aspettava il suo ritorno di lì a poco, cominciava a preoccuparsi seriamente di quel prolungarsi della lontananza. Aveva visto crescere l'esaltazione in Domenico con l'avvicinarsi a quei luoghi, e parimenti l'imprudenza. Non aveva più il fisico d'un ragazzino per permettersi quei salti avventati da una roccia all'altra, che gli aveva visto fare. Poteva esser stato vittima d'un incidente, una caduta, una ferita ad una gamba magari che gl'impediva il movimento. Così con l'angoscia che le montava dentro, la moglie di Domenico decise di seguire il sentiero preso dal marito.
Per più di mezz'ora aveva camminato inutilmente in quel paesaggio lunare che la circondava da ogni lato. Ormai disperava di trovarlo. S'era seduta su un sasso. Guardava sconsolata quella desolazione di scavi, di crateri provocati dalle granate, di macerie e rocce buttate dalla natura a caso, sperando in una traccia, un rumore, qualcosa che tradisse la presenza di Domenico. Il sole, ormai, incominciava a scendere verso i picchi a occidente.
Lo sconforto nella donna era grande. Aveva deciso di rinunciare a quella ricerca insensata - Domenico poteva essere dovunque in quel mare di rocce - e di ritornare ai ruderi dell'avamposto. Lì avrebbe atteso ancora qualche tempo, poi sarebbe scesa al passo per cercare aiuto. Fu dunque per caso che notò, girandosi un'ultima volta indietro, un'ombra, più su verso la cima del dirupo. Pareva un fagotto di stracci. Fu quella la prima impressione, ma poi, concentrandosi su quella vista, distinse nettamente la figura umana che stava accovacciata presso una roccia scavata, che da quel lato del costone fermava la lunga trincea. Non poteva che essere Domenico, non aveva incontrato escursionisti. Era Domenico. La donna si diresse quasi di corsa verso il marito col cuore che le batteva forte forte.
Domenico se ne stava accucciato presso una feritoia ricavata nella roccia, col suo alpenstock tra le braccia come fosse un fucile. Immobile come rispettando una consegna. Le grida della donna ormai vicina lo riportarono alla realtà. Ricordò chi era, perché era là. Si girò, vide la moglie trafelata venirgli incontro. Domenico si alzò di scatto, le spalle alla feritoia, stava per chiedere alla moglie il perché di tutta quella preoccupazione. Fu allora, in quel preciso momento che la pallottola con un leggero sibilo lo colpì a morte, trapassandogli il capo.

 
LA PORTA

- Ecco, l'appartamento è tutto qua! - la frase concludeva la visita. Il locatore, che per tutto l'andare di stanza in stanza aveva spiato le reazioni del possibile affittuario, ora ne scrutava senza ritegno il viso, cercando un minimo segno affermativo. A Luigi l'appartamento non dispiaceva, forse era un po' troppo ampio per le sue esigenze, ma il prezzo richiesto era conveniente. Tuttavia, com'è buona norma commerciale, non voleva mostrarsi troppo entusiasta, forse poteva ottenere uno sconto o qualche altro vantaggio che l'altro riservava come arma finale di persuasione, se ce ne fosse stato il bisogno. Ma, evidentemente, il locatore era persona esperta nel suo mestiere. Da qualche traccia impercettibile, - forse il distendersi d'una ruga, un qualche mutamento nello sguardo, meno sospettoso e più calcolatore, - doveva aver capito che il suo interlocutore era ben disposto verso l'affare.
- È un bell'appartamento, non caro... in posizione centrale! Mio caro giovanotto, lei fa un vero affare. In questa zona della città non è facile trovare casa, a questo prezzo poi... impossibile, mi creda! - L'uomo era passato all'assalto che sapeva decisivo. Luigi avrebbe finito per firmare il contratto, ne era certo. E Luigi, preso in contropiede, riusciva soltanto a balbettare qualche "sì", qualche "è vero", nelle brevissime pause del discorso dell'altro. Ancora qualche altra frase efficace e la resa sarebbe stata incondizionata. Fu allora che il locatore uscì con un "Ah, quasi dimenticavo di dirle della porta...". - La porta, quale porta? Cos'ha la porta? - fece eco Luigi. - La porta d'ingresso, dicevo, ha un problema... - continuò l'uomo con tranquillità. - Un problema? Che problema? Cos'ha la porta d'ingresso? - Luigi era confuso. Perché quel contrattempo, adesso che si doveva sottoscrivere la locazione? - Vede, la porta d'ingresso, questa porta d'ingresso, non si può chiuderla - spiegava l'altro, con la dolcezza di chi racconta una fiaba ad un bambino. - Proprio così, è meglio non chiuderla perché dopo, per aprirla, non c'è altro mezzo, credo, che scardinarla. Vede? Non ha maniglia, né un foro per la chiave. Vede? Una bella seccatura, non le pare? -.
Tutto tornava. Luigi si spiegava ora alcuni particolari che gli erano parsi insoliti e strani, come il fatto che all'arrivo avessero trovato aperta la porta, o dopo, una volta entrati, il fatto che il suo accompagnatore non l'avesse chiusa. Ma l'assurdità di un appartamento con una porta del genere non gli appariva lampante. Il prezzo d'affitto era basso - doveva essere così! - perché il padrone contava di far cambiare l'uscio di casa al suo affittuario. Luigi trovò la lucidità per fare quattro conti, valutare il costo del cambio della porta. Era ancora un buon affare alla fin fine. - Le interessa ancora l'appartamento? - chiese l'uomo ammiccando. - Posso farle un piccolo sconto per venire incontro al disagio - aggiunse, ma non sarebbe stato necessario, perché Luigi aveva già deciso per il sì.

Dopo qualche tentativo infruttuoso da parte del fabbro chiamato per la sostituzione della porta, apparve subito a Luigi che quella era un'impresa per niente semplice. La porta risultava incernierata in un modo inconsueto ed era opinione dell'artigiano che per toglierla bisognasse scalzare i suoi sostegni dal muro. Anche per quanto riguardava il meccanismo di chiusura non era in grado di escogitare un rimedio. Il pover'uomo non aveva mai visto niente di simile prima. Dopo qualche altra prova vana per sgangherarla, il fabbro rinunciò a proseguire nell'operazione, ormai ritenuta pressoché impossibile. Prima d'andarsene si lasciò scappare l'inutile promessa che avrebbe sentito nel giro dei colleghi se vi fosse qualcuno capace di dare delle indicazioni, dei consigli per venire a capo di quel problema. Per il momento, dunque, a Luigi non restava che tenere aperto l'uscio di casa.

Luigi era ben consapevole di trovarsi a vivere una situazione estremamente insolita. La porta di casa era per lui da sempre il confine tra il suo mondo e il mondo degli altri. Tornando a casa dopo una giornata pesante, il chiudere alle spalle la porta era grande sollievo, come un lasciare fuori dall'uscio le preoccupazioni, le angosce della quotidianità, un illudersi di poter essere senza l'universo esterno. Ora questa possibilità gli era preclusa. Doveva anzi assicurarsi che la porta accidentalmente non venisse chiusa. Per prevenire la spiacevole evenienza fissò l'uscio, accatastandovi contro un baule ed una cassa di oggetti che non aveva più intenzione di usare. Ma non era quello il solo problema. Via via che rifletteva, ben altre questioni gli si ponevano. La facilità, ad esempio, che l'uscio aperto dava a chiunque di entrare in casa sua. Poteva trovarsi davanti qualcuno nei momenti più impensati, magari di notte mentre dormiva. Privato della difesa più elementare, era in balia dei ladri, dei malintenzionati. Anche le poche cose preziose che possedeva, qualche oggetto d'oro, piccoli ricordi di famiglia che conservava come reliquie, i soldi, avrebbe dovuto portare tutto sempre con sé, al lavoro o altrove. Era impensabile lasciare quel piccolo tesoro a casa, seppure nascosto in qualche insospettabile recesso di quell'appartamento. Il rischio era troppo grande. Luigi aveva sentito dire che l'intelligenza di chi vive d'espedienti supera ogni astuzia dell'onesto, e dunque non c'era la speranza d'un nascondiglio inviolabile. S'affrettò, pertanto, subito a sistemare quei pochi beni in una piccola borsa. Non pesava molto né ingombrava, in fin dei conti non sarebbe stato grande il fastidio d'averla sempre con sé di giorno. Durante il sonno l'avrebbe tenuta al sicuro sotto il materasso. Né allora né in seguito, nella mente di Luigi si fece strada l'idea di rinunciare a quell'appartamento anomalo, quasi che la condizione d'una porta siffatta fosse caratteristica comune d'ogni abitazione.

I vicini si dimostrarono con Luigi particolarmente discreti. Dopo la curiosità dei primi giorni, si facevano vedere raramente e comunque mantenevano verso quell'appartamento ed il suo inquilino un corretto atteggiamento di distacco, rinunciando forse per principio alla familiarità che quella porta sempre aperta poteva suggerire. Quell'indifferenza faceva sì che l'intimità di Luigi non risentisse limitazione alcuna.
La vita, dunque, superate le iniziali preoccupazioni, per Luigi aveva ripreso a scorrere tranquilla e normale, senza troppe scosse, come richiedeva l'esistenza d'un modesto impiegato. In quelle calde sere d'estate la porta aperta creava una leggera corrente d'aria che rinfrescava le stanze. Un vero sollievo dall'afa. L'inverno con i suoi problemi era lontano. E del resto, sebbene per Luigi i disagi di quella stagione rigida ed inclemente, per l'insolita condizione abitativa, sarebbero stati sicuramente amplificati, tuttavia nel suo animo non c'era traccia di spavento o tanto meno d'una qualche, pur minima, sensazione angosciosa, nei rari momenti in cui la mente dava spazio al domani. Aveva imparato senza troppo tormento a convivere con l'impossibilità di negarsi al mondo almeno per qualche ora al giorno, e dunque quella era ora la sua normalità. Creare una qualunque barriera sulla soglia, allora, sarebbe parso a lui un gesto insano, anche se il mondo, forse, avrebbe capito, giustificato. Quella porta era fatta per rimanere aperta. Doveva stare aperta. Ed a ben guardare, questo solo imperativo generava quel poco d'ombra capace talvolta di turbare la serenità delle sue giornate.
Ma se in ufficio il dubbio non lo sfiorava mai, in casa, col passare degli anni, quel cruccio cominciò a rafforzarsi, fino a manifestarsi ansia irrefrenabile quando la stanchezza lo vinceva, o quando la malattia lo costringeva a letto. In quei momenti giudicava eccessiva la stessa discrezione dei vicini, che pure nei primi tempi aveva salutato come insperata fortuna. Stava spesso in ascolto quando un rumore di passi risuonava nell'androne o saliva le scale, nella speranza che si facesse più forte, più vicino, che qualcuno alla fine, imboccato il corridoio dove dava la sua porta, varcasse la soglia per una visita. Sarebbe bastata quella presenza, qualunque, per rincuorarlo, per rassicurarlo, per impedire alla porta di chiudersi. Fu durante una malattia più perniciosa di altre che quell'ansia incontrollabile divenne paura, una paura folle, da spingerlo ad attrezzarsi una branda vicino alla porta per garantirsi la certezza ch'essa restasse costantemente spalancata. A nulla valsero le insistenze del medico perché recedesse dal proposito di coricarsi lì, praticamente sull'uscio di casa, in mezzo a pericolosi colpi d'aria, rischiando di peggiorare una situazione clinica di per sé precaria. Una volta guarito, Luigi non rinunciò a quella stramberia, anzi ne fece un'abitudine. Ogni sera preparava vicino all'uscio la branda in modo da recare ostacolo alla chiusura, ed al mattino sgombrava ogni cosa prima di avviarsi all'ufficio.

Vent'anni sono ormai trascorsi dalla prima sera in cui Luigi, entrato da inquilino in quell'appartamento, aveva provato a prender sonno sapendosi alla mercé del mondo. La porta è sempre aperta e Luigi passa adesso gran parte del suo tempo in casa a vigilare, anche se sa quel suo zelo inutile. Un giorno la porta si chiuderà. Forse Luigi, rincasando più stanco di altre sere, distrattamente se la tirerà dietro. Forse qualcuno, nuovo del palazzo, trovando innaturale quell'uscio spalancato, accosterà i battenti, certo di compiere un gesto meritorio. Forse basterà un improvviso colpo di vento, più violento del solito; o semplicemente essa si chiuderà così, senza un apparente motivo.

 
IL DRAGO DELLA MONTAGNA

Re Ulrico, inquieto e preoccupato, esternava il proprio turbamento percorrendo a grandi passi, avanti ed indietro, lo spazio che separava il trono di legno massiccio da una delle finestre della grande sala dove egli esercitava l'alto potere di vita e di morte sui sudditi del suo regno. Talvolta si fermava per qualche momento alla finestra a guardare la città che si stendeva ai piedi del castello e la montagna maestosa, irta di punte e di guglie, che sovrastava la valle come un gigantesco organo. Ma quasi subito riprendeva quel suo errare senza scopo. Dalla parte opposta della sala sostava un gruppetto di cortigiani confabulando tra loro sottovoce. Seguivano ogni mossa di quel passeggiare tormentato con altrettanta inquietudine, cercando di leggere nell'espressione corrucciata del re i suoi pensieri. Ai lati della sala, immobili e nel più perfetto silenzio, stavano le guardie armate, pronte sì a neutralizzare qualsiasi accenno d'offesa al loro re, ma del tutto indifferenti a quant'altro avveniva in quella stanza.
Quella situazione di stallo si protraeva ormai da più di un'ora. Ogni tanto qualche altro notabile si affacciava alla porta della grande sala indirizzando al gruppetto di persone uno sguardo interrogativo, ma subito, avutone in risposta un cenno negativo, si allontanava stringendosi nelle spalle. Re Ulrico capiva che tutti attendevano da lui una decisione. Ma quale decisione poteva prendere? Guardava quella montagna infida, irta di guglie, illuminata dal sole, e scuoteva la testa. Cosa poteva fare contro una sciagura annunciata, ma per il resto ignota? Se avesse almeno saputo cosa stava per abbattersi sul suo regno, una carestia, un'inondazione, l'invasione di qualche popolo barbaro del nord, una guerra, avrebbe cercato di porvi riparo, di prevenire. Ma così era come il brancolare d'un cieco cercando d'evitare un ostacolo che forse non c'era.
Il sole creava fantasmagorie tra gli alti picchi giocando con luci ed ombre. Re Ulrico sentiva che l'inquietudine si spandeva tra il suo popolo. I rumori che provenivano dalla città industriosa non erano gli stessi d'ogni altro giorno. Un orecchio esperto poteva benissimo notare un rallentamento nelle attività senza il bisogno dei solleciti rapporti degli informatori che annunziavano un ristagno nei commerci ed un affollamento nelle osterie da parte di chi doveva essere nei campi a lavorare. Sapeva che l'inquietudine genera malcontento e che quel malcontento alla fine si sarebbe rivolto contro di lui, e chissà qualcuno avrebbe attizzato ancor più la fiamma e forse si sarebbe trovato ad affrontare una sommossa.
Dei soffici cumuli, d'un bianco lucente, avvolgevano la cima della montagna creando forme incredibili. Re Ulrico tentava di decifrarne i contorni, di attribuire ad esse dei nomi, un modo come un altro per non pensare, per distrarsi qualche attimo. Ora pareva la testa di un leone, ora un nano deforme, ora un drago. Maledetto drago! S'era svegliato dal suo sonno di anni e s'era alzato in volo dal suo rifugio inaccessibile tra le alte guglie della montagna. Lo avevano visto in tanti volteggiare sulla città prima di dirigersi verso il lago ai piedi del ghiacciaio della grande montagna ad occidente. E come sempre, dopo quel raro evento, come tutti sapevano, si sarebbe abbattuta una sciagura sulle sue genti. Così era stato durante il regno di suo padre. I vecchi non avevano dimenticato la grande carestia che aveva mietuto un incredibile numero di vittime e fatto strage del bestiame. Così era successo durante il regno di suo nonno, quando un popolo barbaro del nord, spinto da un inverno più rigido del solito, era calato su quelle terre saccheggiando e devastando le campagne. Così era successo molte altre volte in un passato ancora più lontano, come ricordavano le vecchie storie tramandate di generazione in generazione.
Il cavaliere Anselmo s'era staccato dal gruppetto di cortigiani dirigendosi verso la finestra dove ora sostava re Ulrico. Ora che il re aveva cessato quel suo penare avanti ed indietro, forse - pensava Anselmo, - quello era il momento giusto per rivolgergli una supplica affinché fosse presa una qualche decisione. Bisognava soprattutto agire subito. Da quando la notizia, che il drago s'era svegliato e aveva lasciato in volo il suo rifugio, si era sparsa fino ai più lontani territori del regno, continuavano a pervenire segnalazioni allarmanti. Molta merce era sparita dai mercati ed in qualche luogo erano scoppiati dei tumulti per accaparrarsi le poche derrate rimaste. Ma ciò che più preoccupava Anselmo erano i rapporti che giungevano dalle guarnigioni che sorvegliavano i confini del regno. Tutti indistintamente davano avviso di movimenti di truppe nei paesi vicini. Poteva essere una coincidenza o l'indizio che oltre frontiera si tramasse d'approfittare della confusione, che sarebbe inevitabilmente seguita nei prossimi giorni, per invadere e tentare d'impadronirsi del prospero regno di Ulrico.
Il re, avvertendo i passi dietro di sé, girò il capo.
"Ah, mio buon Anselmo, guarda com'è splendida oggi la montagna. Non ti nasce il desiderio di prendere l'arco e di arrampicarti tra quelle rocce, là fino a quelle cenge dove il sole gioca con le ombre, dietro ai camosci, alla ricerca d'una magnifica preda?"
"Sire, i messaggeri..."
"Ah, Anselmo, come l'età tradisce i desideri! Avessi la baldanza e la gioventù del tuo figliolo Alberico, non esiterei un attimo a radunare i migliori cacciatori incitandoli a seguirmi sulle crode scintillanti. Sogni, Anselmo! Sogni..."
"Sire, i messaggeri inviati dai comandanti delle guarnigioni poste a guardia dei confini recano tristi notizie."
"I nostri vicini! Anche loro, dunque, hanno saputo del risveglio del drago, e si preparano. E' così, Anselmo?"
"Così dicono i messaggeri, sire. Raccontano che le vedette degli avamposti hanno segnalato dovunque sospetti movimenti di truppe e di carri nelle valli oltre la frontiera. Si preparano forse ad attaccare, non osando subito, un regno provato dalla sciagura, quand'essa si sarà abbattuta."
"Taci, Anselmo! Taci..."
"E se così non fosse? La sciagura annunciata dal drago potrebbe anche essere la guerra..."
"Potrebbe, forse. Ma sarebbe una pazzia. Il nemico non riuscirebbe a passare d'un metro il confine che il nostro esercito ben addestrato subito lo ricaccerebbe. Di questo son ben consapevoli i nostri vicini. Attaccheranno solo se dovremo combattere con ben altri e più terribili avversari."
Re Ulrico intuiva che Anselmo voleva una decisione, una decisione qualunque che cancellasse quel senso d'inerzia impotente che anch'egli sentiva dentro. Ma non aveva proposte.
Le alte torri della montagna erano sparite alla vista dietro una soffice e bianca coltre di nubi. Re Ulrico si girò, come per riprendere quel suo andare senza scopo, e scorse lì presso in un canto il vecchio Rodrigo, che pure s'era avvicinato e sostava a rispettosa distanza. Gli occhi del vecchio incontrarono quelli del re ed Ulrico comprese ch'egli voleva dire qualcosa. Così l'interpellò: "Saggio Rodrigo, tu fosti lo scudiero di mio padre e lo servisti con fedeltà e coraggio. So che mio padre ricercava i tuoi consigli ed il tuo parere era sempre ascoltato prima di una sua decisione. Tu hai conosciuto nella tua vita già una volta l'angosciosa vicissitudine che ci attanaglia. Dunque la tua parola può essere di conforto per tutti noi in questo delicato momento."
"Maestà, ho udito i vostri discorsi e mi sento d'affermare che condivido i timori del cavaliere Anselmo. Quell'ammassarsi di truppe ai confini è un pericolo concreto che non va sottovalutato. Se si dovesse distrarre dai suoi compiti di difesa parte dei nostri valorosi soldati per qualche deprecata sventura, seppure di non eccessiva entità, non dubito che il re Adolfo non esiterebbe con i suoi eserciti ad attraversare la frontiera."
"Che, dunque, mi consigli, saggio Rodrigo?"
"Maestà, il mio può essere solo il parere d'un vostro umile servitore."
"Suvvia..."
"Ecco, mi preoccuperei piuttosto del pericolo concreto che non d'uno possibile ma non certo, e soprattutto d'ignota natura. Il drago, così dicono le storie, non ha mai mentito, ma può anche essere che nulla accada questa volta. E se un tragico evento deve avvenire, meglio sarebbe dover affrontare solo quello, e non anche i saccheggi e la rovina d'una guerra."
"Ma concretamente cosa suggeriresti?"
"Manderei ambasciatori da re Adolfo con doni e profferte di pace."
"E tu credi che ciò sarebbe sufficiente per fargli smobilitare le truppe?"
"Perché non fargli capire che vostra maestà sarebbe disponibile al matrimonio della propria figlia, la dolce principessa Eliana, col fiero rampollo d'Adolfo, il principe Gottardo? A che scopo, dunque, una guerra se un matrimonio può far avere senza colpo ferire ciò che tanto si brama?"
"Promettere mia figlia a quello zotico di Gottardo? Tu sei pazzo!"
"Ma, sire, ho detto di fargli capire, di lasciare intravedere la vostra disponibilità, non di dichiararla. Io credo che ciò basterebbe per far ritirare ad Adolfo le sue truppe quale atto di amicizia e di considerazione per il futuro suocero del figlio, e, perché no, per rendervi più ben disposto ad un atto ufficiale."
Anselmo, che aveva ascoltato in silenzio, sentì il bisogno d'interloquire. La proposta di Rodrigo per lui significava finalmente azione, qualcosa di concreto a cui dedicarsi per distrarre la mente dall'ossessione dell'ignota sventura annunciata dal drago.
"Il consiglio di Rodrigo è di certo buono, sire. Se l'invio degli ambasciatori non desse un esito positivo, non saremmo allora messi peggio di adesso. Ma se gli avvenimenti, invece, seguissero il cammino indicato, il beneficio per noi sarebbe grande. E poi, passato il difficile momento, non sareste in fin dei conti obbligato a mantenere una parola non data. Allora re Adolfo di certo non oserebbe più attaccare seppure, ma ingiustamente si sentisse offeso."
Re Ulrico soppesava le parole udite, ma rimaneva freddo alla proposta. Guardava di nuovo dalla finestra. Le nuvole s'erano diradate e gli alti picchi scintillavano al sole. S'un alto crinale gli parve di vedere qualcosa muoversi, forse un camoscio. Non aveva più la vista acuta di una volta.
"Sire, permettete una parola ancora..."
Era Anselmo che tornava alla carica. Vedeva il re indeciso e voleva convincerlo a seguire il consiglio di Rodrigo. Ulrico fece un cenno d'assenso col capo.
"Nel popolo si va diffondendo la paura e lo sgomento. Nelle orecchie di tutti risuonano ancora i terrificanti racconti dei padri e dei nonni che narrano sciagure abbattutesi sul regno puntualmente dopo ogni volo del drago della montagna. Nell'attesa dell'ineluttabile sventura cresce l'inerzia. Le bettole si riempiono di operai e contadini, il commercio ristagna, le merci non vengono portate ai mercati. Giungono a corte anche notizie di tumulti in qualche lontana provincia. Sire, la corona non può mostrarsi impotente e rassegnata all'evento che forse sta per compiersi. L'invio di ambasciatori a re Adolfo per il popolo significherebbe che il suo re agisce contro l'ignoto pericolo, che sta preparando le difese dalla sventura imminente. Sarebbe un segnale, un motivo per ritrovare fiducia nel domani."
Re Ulrico fissava la montagna. Tra quei picchi che mostravano ancora tracce dell'ultima neve, lassù in qualche recesso inaccessibile dormiva il drago. Sì, forse la proposta di Rodrigo era saggia, poteva allentare la tensione che si andava cumulando tra i cortigiani e nel popolo. Ulrico aveva sempre sperato che al suo regno venisse risparmiata una simile emergenza, ed ecco che s'era trovato all'improvviso a doverla affrontare. Maledetto drago!

L'invio degli ambasciatori era servito al suo scopo. Dagli avamposti disseminati lungo i confini, cominciavano ad arrivare confortanti rapporti. Dappertutto si segnalava la smobilitazione delle truppe di re Adolfo. Carri ed armati lasciavano le valli vicine risalendo i passi, diretti verso le regioni interne del regno. Si ritiravano, dunque, tornavano a casa! Dopo qualche giorno il pericolo d'una possibile guerra sembrò scongiurato del tutto. Emissari mandati oltre confine per valutare la situazione, affermavano che delle armate, ammassate nei primi giorni dopo il diffondersi della notizia del nuovo volo del drago, rimanevano ormai soltanto pochi plotoni ritardatari negli acquartieramenti non ancora smontati. Erano perlopiù soldati delle salmerie, incaricati d'integrare con prodotti del luogo i rifornimenti per l'esercito che ritornava. Nelle guarnigioni di confine era cessato lo stato d'allarme - riferivano i rapporti, - i turni di guardia erano tornati normali, e dovunque si notava nuovamente una certa rilassatezza tra la truppa.
La popolazione accolse queste notizie con euforia. Nei mercati rispuntarono le merci, ripresero i commerci, la gente tornava al lavoro nelle botteghe e nei campi. Almeno esteriormente tutto sembrava riprendere la piatta consuetudine di sempre. Sembrava che l'allentarsi della tensione con i vicini avesse esorcizzato il pericolo paventato preannunciato dal drago, aiutando gli animi a liberarsi da un'atavica angoscia per il domani, esplosa dentro all'improvviso. Alla corte di re Ulrico si tirò un sospiro di sollievo. I cortigiani, per rafforzare quella sensazione di scampato pericolo, organizzarono banchetti e feste popolari. Soltanto il re sembrava estraneo a tutto quel fermento.
Ulrico passava molto del suo tempo in solitudine, il suo umore tradiva l'ansia e la paura dell'ineluttabile destino vaticinato dal volo del drago. Nella sala delle udienze, seduto sul trono di legno massiccio, poteva ammirare la montagna che si stagliava come un gigantesco organo di roccia calcarea contro il cielo azzurro. Soprattutto verso il tramonto, quando per pochi istanti le rocce assumevano toni rosati sempre più intensi per poi accendersi, all'improvviso, di rosso vivo, il re sostava in quella sala, fino a che, con l'addensarsi del buio, il silenzio era rotto dai servitori che provvedevano a rischiarare la stanza portando fiaccole. Aveva sempre apprezzato la genialità dell'architetto che aveva costruito il palazzo ai tempi del nonno del nonno. La montagna, di là dalle grandi finestre, era parte di quella sala. Chiunque vi entrava per una supplica, un'ambasciata o altra incombenza, non poteva sottrarsi ad un oscuro senso di pochezza, di umiltà, di riverenza di fronte alla maestà della natura, che finiva con l'esaltare la deferenza verso chi sedeva sul trono. Ma ora in quelle rocce imponenti, in quei picchi che si slanciavano eleganti e possenti verso il cielo, Ulrico vedeva una sfida alla sua autorità: lui, il signore e padrone di quel prospero regno, si sentiva frustrato, impotente di fronte al presagio mandato dalla montagna.
Anselmo, con una gran pena nel cuore, vedeva il suo re, giorno dopo giorno, intristire immerso in quei pensieri di sventura. Più volte aveva provato a distrarlo col proporgli battute di caccia nei boschi come ai bei tempi, la stagione era ideale per riempire d'abbondante selvaggina i carnieri. Ma ogni suo sforzo era stato vano, niente sembrava capace di ridare al re la serenità d'un tempo. Ed intanto i giorni passavano in fretta, e già la prima neve sui monti annunciava l'inverno ormai prossimo.
Con un decreto re Ulrico aveva concesso un taglio straordinario di alberi, per prevenire con scorte abbondanti di legna un eventuale inconsueto irrigidirsi in quei mesi invernali del già gelido clima di quelle montagne. Ma con grande meraviglia d'Ulrico quell'inverno fu particolarmente mite. A malapena la neve raggiunse il metro d'altezza e solo nei punti più ombrosi, i passi rimasero quasi sempre transitabili, seppure con qualche difficoltà, dai carri dei mercanti e nei mercati vi fu sempre abbondanza di merci anche insolite per la stagione. Ma pur davanti a quei segni della benevolenza del destino, nell'animo del re non vi fu mai sollievo, neppure l'arrivo della primavera, finalmente, riuscì a scacciare dalla mente di Ulrico l'ombra del drago che vedeva gravare su quelle terre come un impalpabile sudario.
Col ritorno del bel tempo e lo sciogliersi delle nevi, le attività nel regno ripresero frenetiche. La gente sembrava aver dimenticato il drago e le angosce cresciute dall'inaspettato evento solo pochi mesi prima. La vita continuava come sempre nella città con la sua disarmante quotidianità. Soltanto i vecchi, inascoltati, continuavano ad ammonire di non trascurare il pericolo che incombeva. Pochi badavano ai loro discorsi, i più e soprattutto i più giovani li trattavano con quella sufficiente bonarietà, che viene dall'incredulità verso le antiche credenze in chi pensa di sapere ormai tutto del mondo. E poi si sa che ai vecchi non va mai bene niente, hanno sempre da brontolare, quel lamentare ininterrotto come una coscienza pedante è il loro modo di mantenere un contatto con la realtà dimentica. Ulrico si sentiva vecchio, il drago in quel breve lasso di tempo gli aveva tolto vent'anni.
Maggio aveva riempito di rose multicolori il giardino del castello. Ulrico, lasciando nel tardo pomeriggio le sue carte e gli obblighi quotidiani della corona, aveva preso l'abitudine di attardarsi tra quei fiori odorosi, che avevano il potere di zittire per qualche momento il cruccio per la propria impotenza nel mutare il corso degli eventi. Restava fino al tramonto del sole dietro la grande montagna ad occidente, spesso era Anselmo a passeggiare con lui per i vialetti discorrendo dei problemi del regno, ma più spesso si ritrovava da solo. Allora cercava di scambiare qualche parola con i giardinieri che, con l'antica arte tramandata di padre in figlio, riuscivano a crescere in quel clima inospitale varietà meravigliose. Ma, al solito, il suo era un soliloquio perché nessuno osava ricambiare quella inusitata familiarità con qualcosa che fosse più di un'imbarazzata parola d'assenso o un riverente schermirsi. La montagna del drago, con le sue guglie simili a canne d'organo, sovrastava il giardino come una presenza silenziosa, un'ombra fedele e discreta, una compagna che sa attendere in disparte.
Il sole di lì a poco sarebbe scomparso dietro l'alta cima innevata ad occidente, una brezza leggera saliva dalla valle dove la città si stendeva seguendo il corso del fiume. Ulrico sostava presso una roccia scavata a mo' di terrazzo, cercando di godere l'ultimo tepore del sole; da lì poteva osservare il fondovalle fino all'estremità più lontana, dove si stringeva in uno stretto e dirupato passaggio tra picchi strapiombanti. Uno squillo di trombe lo distrasse dai suoi pensieri, un corteo festante di armigeri e popolani saliva verso il castello. Erano ancora troppo lontani perché egli potesse distinguere i cavalieri che cavalcavano alla testa dell'allegra e rumorosa schiera.
Da quella roccia poteva vedere anche l'ingresso del castello, notò subito una palpabile eccitazione tra la guardia ed un concorrere confuso di armati, cortigiani e servitori. Cosa stava succedendo? In quel disordinato andirivieni aveva notato anche la figura imponente di Anselmo, dai gesti il vecchio amico sembrava pervaso da una grande euforia. E Anselmo doveva aver intravisto il suo re, perché si era di botto a grandi passi allontanato da quella piccola folla vociante dirigendosi verso il belvedere.
"Alberico, Alberico ed i suoi amici! - gridò quando ancora era ad una ventina di passi dal re - Stanno tornando dalla caccia con prede eccezionali, animali magnifici di dimensioni incredibili. Il giovane Volfango che li ha preceduti al castello dice che i più anziani tra i cacciatori non ricordano d'aver visto o sentito parlare di esemplari così imponenti!"
"Amico mio, mio buon Anselmo! Come nelle tue parole esulta tutto l'orgoglio di un padre fiero delle gesta del figlio! Sono contento per te, per la tua gioia di padre. Guarda, la gente della città si è unita alla festa! Per tuo figlio e gli altri cacciatori si prepara un trionfo!"
Il corteo ormai era vicino, stava per affrontare l'ultima erta che portava all'ingresso del castello.
"Su, andiamo anche noi, Anselmo. Sono curioso di vedere le tanto decantate prede!"
Alselmo aveva di che essere fiero dell'impresa del figlio e dei suoi compagni. I capi abbattuti erano veramente eccezionali, Ulrico non ricordava di averne mai visti di simili. Attorno ad Alberico e agli altri giovani fortunati cacciatori si accalcava una piccola folla entusiasta, che all'appressarsi del re e di Anselmo si fece composta e riverente, scostandosi per lasciare loro il passaggio. Alberico si fece incontro al padre esultante per riceverne un abbraccio più cameratesco che paterno. Anche Ulrico volle congratularsi con il giovane ed i suoi compagni, e fu allora che Alberico quasi a schermirsi dalle eccessive lodi e dai festeggiamenti, forse per un pizzico di perversa modestia o per giovanile impertinenza, se ne uscì con un "Suvvia, chissà cosa sarebbe successo se vi avessimo portato il drago!". Ulrico si fece di colpo serio. Vedendo il re cambiare umore così repentinamente la folla intorno ammutolì. Il silenzio durò qualche attimo, poi lasciando ritornare sul suo volto il sorriso, Ulrico con una pacca amichevole sulla spalla del giovane si congedò, ed intorno di nuovo vi fu un gran chiasso festoso.
La festa per l'incredibile caccia durò tutta la notte al castello e nelle vie della città. Ma re Ulrico non vi partecipò. Nella solitudine della sua stanza, incapace di prender sonno, rimuginava le parole di Alberico. Perché non averci pensato prima? Troppo semplice! Ma le soluzioni semplici d'un problema sono le più difficili da trovare. Si sentiva come un cieco che, all'improvviso, per qualche evento impensabile, avesse riavuto la vista. In quei mesi - mancava poco al compiersi dell'anno, - la catastrofe preannunciata non si era verificata. Anzi il paese era stato beneficato da una serie di circostanze favorevoli. Tutto il contrario, dunque! Forse al suo regno era stata risparmiata la sorte dei suoi predecessori che avevano dovuto affrontare, puntualmente dopo ogni volo del drago, calamità di grandi dimensioni. Se cominciava a considerarsi fortunato, tuttavia non gli riusciva di scacciare dal suo animo il cruccio per un possibile ripetersi nel futuro del presagio e del suo concretarsi, questa volta, in un immane disastro per la sua gente.
Eliminare il drago... Alberico, certo, non pensava di suggerire la strada per uscire definitivamente da quella angosciosa attesa che aveva in quei mesi attanagliato il suo animo con una sgradevole quanto inestirpabile sensazione d'impotenza. Ora, che un po' di serenità per l'immediato domani sembrava rigerminare in lui, cominciava a vedere gli avvenimenti vissuti secondo prospettive diverse. Ormai, ad esempio, aveva realizzato che bastava il volo del drago per gettare nel caos il paese, prima ancora dell'abbattersi ferale d'una calamità. Il diffondersi della sola notizia aveva procurato danni economici rilevanti alle famiglie ed al commercio, aveva in pochi giorni portato il suo regno prospero e pacifico sull'orlo d'una guerra con i bellicosi popoli vicini. In fin dei conti il messaggero di sventure, il drago, s'era dimostrato più esiziale che non l'infondata calamità annunciata.
Eliminare il drago... A ben valutare, cosa avrebbe egli e la sua gente potuto opporre, quali difese escogitare contro catastrofi perniciose come quelle che avevano colpito la popolazione durante il regno di suo padre o di suo nonno? Ben poco, ben poco purtroppo. Poteva evitare, quello sì, che la sciagura si abbattesse su una popolazione abbandonatasi ad una incosciente quanto pericolosa apatia di fronte all'ineluttabilità della sventura imminente, ad un vivere alla giornata senza prospettive, senza domani, magari crapulando come se quello fosse l'ultimo giorno. Mancando il messaggero non ci sarebbe stata possibilità alcuna di ricevere il messaggio! La gente avrebbe continuato a vivere senza preoccupazioni fino al giorno della calamità, se calamità doveva colpire quel regno felice. Ulrico non vedeva cinismo in un tale pensiero: perché creare turbative, magari invano come quell'ultimo volo aveva fatto, quando poi, nel verificarsi dell'ipotesi peggiore, comunque non si avevano difese? La decisione da prendere, e subito, era quella: guidare una spedizione sulla montagna che stanasse ed uccidesse il drago. E così avrebbe fatto.

Erano in marcia oramai da alcune ore su quel sentiero dirupato che portava sulla cima della montagna. La piccola compagnia d'armati aveva lasciato il castello quando ancora era buio ed una pallida luna all'ultimo quarto delineava debolmente le cose svegliando nell'animo ancestrali timori. La frescura della notte aveva favorito il procedere, avevano raggiunto il pianoro, luogo di ricchi pascoli da dove il sentiero assottigliandosi e inerpicandosi tra rocce frastagliate cominciava a salire sempre più ripido verso la vetta, e s'apprestavano all'ultima lunga e faticosa ascesa. Ora albeggiava. Il sole tra poco, caldo e giocondo, si sarebbe levato tra i picchi più alti. Senza imprevisti intoppi avrebbero raggiunto ben prima di mezzogiorno il piccolo lago sotto la cima dove, si diceva, era il covile del drago. Alberico, il figlio di Anselmo, con due armigeri marciava alla testa del gruppetto, seguito dal padre e dal re, poi la fila era chiusa da una decina di altri soldati, guidati dal giovane Volfango.
Approntare la spedizione non era stata cosa da poco né così semplice come Ulrico, una volta presa la decisione, s'era prospettato. Innanzitutto aveva dovuto affrontare la figlia. La principessa Eliana, venuta a conoscenza dei propositi paterni, era caduta in uno stato preoccupante di prostrazione dopo aver supplicato più e più volte il padre di non intraprendere quell'impresa. Soprattutto quella sorta di terrore bestiale che aveva letto nei suoi occhi, lo aveva turbato grandemente. Perché la figlia aveva reagito così drammaticamente a quel progetto che poteva liberare definitivamente il regno da quella spada di Damocle vivente ch'era il drago? Forse temeva per lui, per la sua sorte... Forse, ma anche il vecchio Rodrigo non aveva dimostrato approvazione per quella battuta di caccia sulla montagna. L'ingaggiare una lotta col drago avrebbe sicuramente comportato dei rischi per l'incolumità dei membri della spedizione, ma in fin dei conti quella non era la prima volta che si imbarcavano in imprese pericolose. Liberare quella terra da una dannazione di secoli era motivo sufficiente per Ulrico di azzardare anche la propria vita. Aveva trovato entusiasmo soprattutto nei giovani, in molti, con spavalderia, si erano offerti per quell'impresa che poteva renderli famosi come i grandi eroi dei cantastorie. Aveva lasciato che fosse Anselmo a scegliere tra i volontari ed Anselmo primo fra tutti aveva scelto il figlio, non volendo risparmiare a sé quanto imponeva ad altri padri. Ah, il buon Anselmo! Per Ulrico era sempre stato ben più di un dignitario ed un fidato consigliere, era stato un amico, nei momenti più difficili quasi un fratello. E ancora, di fronte all'azzardo di quella spedizione, non aveva esitato a dare al re il suo braccio, ma aveva offerto anche quello del figlio che era la sua gioia più grande e la sua speranza.
Questi e simili pensieri turbinavano nella mente di Ulrico mentre saliva con gli altri il sentiero che s'inerpicava tra larici ed abeti. Forse era quell'umidore, quel silenzio del bosco ancora addormentato ad immalinconirlo. Perché Ulrico non sentiva fierezza dentro di sé, ma un sottile velo di tristezza turbava il suo animo. Tra non molto la vegetazione si sarebbe fatta più rada, i larici avrebbero lasciato il posto ai mughi, poi solo pietre e cespi di sassifraga. Allora forse il tepore del sole ormai alto avrebbe asciugato come gocce di rugiada quel sentore mesto che lo distraeva dal meditare il modo d'affrontare il drago. Il gruppo d'armati marciava in silenzio, e del resto non c'era molto da consultarsi sulla strada da prendere. Il sentiero su quella costa ripida non aveva alternative, era una strada obbligata fino al piccolo lago sotto la vetta della montagna.
Dove cessava il bosco si slargava uno spiazzo sufficiente per costruirvi una baita, e qualcuno l'aveva realmente eretta e la usava, anche se non si capiva a che potesse servire in quella parte della montagna dove non vi erano luoghi per il pascolo. Forse una capanna di boscaioli, ed in verità ad Ulrico era parso non molto prima di percepire ovattato e lontano il tonfo della scure sul tronco. Alla vista della piccola costruzione Anselmo propose una pausa per ritemprare le forze prima della scalata conclusiva verso la cima.
"Peccato che nella baita non vi sia nessuno, avrebbe potuto esserci di grande utilità conoscendo bene i luoghi."
Le parole di Ulrico erano più una riflessione a voce alta, che l'esordio d'un discorso.
"Non devono essere lontani, però. Ho udito colpi di scure nel folto del bosco quando affrontavamo quella piccola erta rocciosa", aggiunse subito Volfango. "Forse qualcuno si farà vivo. Il bosco è così silenzioso questa mattina e se qualcuno c'è in questo posto, non può non aver fatto caso al nostro procedere rumoroso lungo il sentiero."
Ulrico si era tolto l'elmo e con un panno di lino asciugava la fronte dal sudore. A rimirarla da lì, la cima della montagna sembrava ormai vicinissima, e non aveva più la conturbante imponenza che tanto affascinava guardando dal fondovalle. Era come ritrovarsi all'improvviso davanti una splendida donna senza trucco ed in ciabatte. Lo disse ad Anselmo. Ma subito si pentì d'averlo fatto, perché di colpo ebbe la sensazione che anche quell'impresa fosse sciocca, che quanto stavano per fare non avesse alcun senso realmente. L'osservazione d'Ulrico, nei giovani, aveva suscitato ilarità ed un seguito di motti arguti, che si sarebbe prolungato per del tempo ancora se, come un oscuro presagio, l'inaspettato materializzarsi d'una figura vestita di nero tra le ombre del bosco non avesse ammutolito tutti. Era un vecchio boscaiolo, che lentamente, portando una pesante scure sulla spalla destra, avanzava facendosi largo tra i mughi. Nei suoi occhi, quando fu a pochi passi, si leggeva la curiosità. E grande fu il suo stupore quando riconobbe le insegne reali, ed ancor più grande quando, da parole dette da Anselmo ad Ulrico, capì che quest'ultimo era il re, suo signore e padrone. Che cercava il re tra quei dirupi, dove nessun altro da anni era mai salito, un posto desolato abitato soltanto da marmotte e qualche uccello rapace? "E il drago", s'affrettò ad aggiungere Alberico, che aveva buone orecchie, concludendo quel pensiero mormorato tra sé dal vecchio. E il vecchio guardò il giovane teneramente, ma con tristezza. Erano, dunque, venuti per il drago... per vederlo, per catturarlo, per ucciderlo? Perché? Il drago non aveva mai molestato nessuno. Il vecchio ricordava ancora, quando, poco più di un ragazzo, suo padre lo aveva portato fino al lago perché potesse vedere da vicino quel colossale animale dalla lunga coda che riusciva con piccole ali ad alzarsi in volo. Lo avevano osservato da lontano, nascosti tra le rocce, sottovento, mentre sdraiato sulla ghiaia della riva al sole caldo del meriggio pisolava. Nonostante la mole fosse imponente, ricordava di non aver provato paura, ma anzi della simpatia, per quel bestione solitario che da sempre abitava la montagna. Il vecchio cercò di rispondere con precisione alle domande di Ulrico e di Anselmo, spiegando loro le abitudini del drago, ma nel contempo provando a farli desistere dall'idea di proseguire l'impresa. Invano!
Ulrico però fu commosso da quel vecchio, che vedeva combattuto tra il rispetto e la devozione al suo padrone e l'amore per la montagna e quanto ad essa apparteneva, compreso il drago. Al momento di riprendere la marcia, accomiatandosi il re gli fece dono di parte delle provviste. La felicità esternata dal boscaiolo per i doni fu grande, anche se la luce dei suoi occhi tradiva dentro una gran pena per quegli uomini. Con una stretta al cuore li osservò allontanarsi lungo il sentiero che saliva alla vetta, e fintanto che essi furono visibili il vecchio rimase immobile vicino alla baita a guardare il loro incedere tra le rocce frastagliate, poi, scuotendo il capo come a scacciare la malinconia, riprese la scure e la strada del bosco per ritornare al suo lavoro.

Il vecchio boscaiolo era stato molto preciso nelle sue indicazioni, aveva descritto perfettamente i luoghi e la via più agevole per raggiungere il laghetto, dove a quell'ora ancora stava rintanato il drago. Solo quando il sole fosse stato a picco sul lago - così aveva detto il vecchio, - il drago sarebbe uscito dalle acque profonde per pascolare sulla riva.
Non restava, secondo le indicazioni, che superare un piccolo dente roccioso, dopodiché in basso avrebbero visto allargarsi la piccola valletta ed il lago dai riflessi di smeraldo. Il vecchio, una volta ancora, non doveva aver mentito, perché Alberico e Volfango, raggiunta la cima dello spuntone di roccia, per primi, sulla spinta della loro baldanza giovanile, esultavano eccitati, indicando agli altri cose che gli altri ancora non potevano vedere. E una visione d'indicibile bellezza si presentò ad Ulrico, dopo che ebbe messo piede sulla sommità rocciosa del dente. La vetta della montagna, come un gigantesco ventaglio aperto, striato da ghiacci perenni ed impreziosito dai riflessi del calcare, chiudeva quasi a semicerchio la valletta rigogliosa d'erbe e fiori, rarissimi altrove a quell'altezza. Il lago nel verde smeraldo delle sue acque specchiava la cima della montagna. Con un senso di ripugnanza Ulrico concretò che quel paradiso della natura tra non molto sarebbe diventato un cruento campo di battaglia. Cercò con gli occhi Anselmo, leggendo sul viso dell'amico un'improvvisa tristezza. Anche lui era rimasto affascinato dallo splendore del luogo, non così i giovani guerrieri che s'erano lanciati con grida spavalde giù per il ghiaione che da lì portava al fondo della valletta. Ad Ulrico e ad Anselmo non restava che seguirli.
Il sole tra non molto sarebbe stato a picco sul lago, e se era vero quello che aveva detto il vecchio boscaiolo, il drago sarebbe uscito dal lago per cercare nutrimento dalle erbe della riva e dei piccoli spazi prativi, che si allargavano qua e là tra i detriti calcarei della montagna. Dovevano prepararsi ad affrontarlo nel migliore dei modi. Scelsero di appostarsi nei pressi di una gobba rocciosa che contornava un'estremità del lago. Il drago emergendo sicuramente si sarebbe diretto verso la riva opposta più agevole. Avrebbero avuto pertanto la possibilità di studiare le sue mosse e preparare l'attacco senza metterlo immediatamente in allarme.
L'attesa sembrò infinita. Il loro sguardo era fisso verso il sole, a leggere in cielo il preciso momento della comparsa. Forse abbagliati dall'intensa luminosità di quella splendida giornata di sole e dal riverbero dell'acqua e della roccia intorno, nessuno di loro parve notare il lento ribollire del lago non molto distante dal luogo dove s'erano acquattati. Così grande fu la sorpresa ed il panico quando nei pressi si alzò un'alta colonna d'acqua che si abbatté proprio su quella gobba rocciosa con fragore. Il drago, gigantesco e smisurato oltre ogni immaginazione, stava emergendo, dirigendosi, come avevano previsto, verso la riva opposta. Sembrava ignaro della loro presenza.
La paura provata era stata grande. Ulrico avvertiva il cuore ancora battere all'impazzata e si sentiva come paralizzato, incapace di qualsiasi movimento. "No!", l'urlo straziante di Anselmo lo riporto alla realtà, quanto bastava per vedere Alberico e gli altri suoi giovani compagni avventarsi con foga contro il mostro appena uscito dall'acqua, scagliando le pesanti lance. L'arma di Alberico colpì il drago nel lungo collo provocando la rabbiosa reazione dell'animale. La coda della bestia si abbatte sul gruppetto urlante di giovani temerari seminando la morte. Un secondo colpo di coda finì Volfango ch'era finito a terra con una gamba spezzata dal primo urto. Alberico, unico superstite e miracolosamente illeso, s'era fermato impietrito dal terrore davanti al drago stringendo spasmodicamente nel pugno un'inutile spada. Il mostro lo afferrò con la bocca sollevandolo in alto per poi scagliarlo a sfracellarsi contro le rocce. Anselmo che impotente aveva assistito all'orrenda fine del figlio, rotto dal dolore si slanciò contro il drago con un urlo disperato. Ammaestrato dalla tragica esperienza dei giovani, riuscì ad evitare d'essere colpito dalla coda della bestia, e ad arrivare tanto vicino da poter indirizzare la propria lancia con precisione contro uno degli occhi del drago. Il drago lanciò per il dolore un grido terrificante, cercando di afferrare Anselmo come già aveva fatto con il figlio. Ma Anselmo riuscì a scansare la ferale morsa, e aggrappatosi al collo della bestia vi affondò la sua spada. Dalla profonda ferita sgorgò violento il sangue contro il suo viso. Preso alla sprovvista, lasciò la presa precipitando a terra, finendo calpestato dall'animale che in preda al dolore si dimenava rabbiosamente.
La misera fine di Anselmo riuscì a scuotere finalmente Ulrico. Aveva vissuto quel rapido tragico evolversi degli eventi come un sogno, un incubo spiacevole da cui non poteva svegliarsi. Ora il dolore, che rapidamente stava montando in lui per la morte dell'amico, lo riportava alla realtà. Il drago perdeva molto sangue, ma non le forze. Il disperato assalto di Anselmo era servito soltanto a ferirlo, doveva finirlo lui il mostro, soprattutto per vendicare quei giovani eroi e Anselmo. Lentamente e con circospezione Ulrico si avvicinò alla bestia. La lancia di Anselmo aveva parzialmente accecato il drago, se fosse riuscito a dominare la rabbia che sentiva crescere in corpo e se avesse usato attenzione ed intelligenza, forse sarebbe riuscito nell'impresa di abbattere il mostro. Il drago avvertiva la sua presenza anche se non riusciva ad individuarlo con precisione, e con la coda cercava di colpirlo menando colpi a caso. Con freddezza Ulrico riuscì a portarsi vicinissimo al drago, per scagliare con buona mira, come già aveva fatto il povero Anselmo, la lancia contro qualche parte vitale. La fortuna fu dalla sua, l'arma penetrò nel collo, poco sotto la testa, trapassandolo da parte a parte. Altro sangue copioso sgorgò dalla nuova ferita ed improvvisamente il drago si accasciò al suolo incapace di reggersi sulle zampe. Ulrico esultò, ma quell'attimo di distrazione gli fu fatale. La coda del mostro lo colpì alla schiena con forza scagliandolo in aria.

Doveva aver perso conoscenza per molto tempo. Il sole ormai stava calando verso la grande montagna ad occidente. Non riusciva a muovere le gambe, con grande sforzo cercò di sollevarsi sui gomiti, quel tanto che bastava per capire dove si trovava. Ricordava d'esser stato colpito con violenza e scagliato per aria. Un gran volo doveva esser stato il suo, per ritrovarsi su quella roccia ai margini della valletta, una roccia a strapiombo sulla valle sottostante dove si stendeva la sua città. Soltanto ieri alla stessa ora era tra le rose del suo giardino a guardare lassù, tra quei picchi, immaginando un'impresa a lieto fine per il suo regno. Tutto invece si era risolto in un disastro. Anselmo, Alberico, Volfango morti, morti assieme agli altri giovani della spedizione. Adesso soltanto si accorgeva di non conoscere di alcuni neppure il nome. E lui, lì, impossibilitato a muoversi, destinato su quella roccia ad una lenta agonia o al suicidio. Ma il drago? Che fine aveva fatto il drago?
Da quella posizione non riusciva a vedere la riva del lago. Con uno sforzo disperato delle braccia riuscì a spostarsi di qualche metro bastante a scorgere parte della bestia. Si muoveva, anche il drago era ancora vivo! Tutto era stato, dunque, inutile.
Il sole di lì a poco sarebbe tramontato dietro la vetta innevata della grande montagna ad occidente. Poi sarebbe calato il buio e con il buio e l'acuirsi del dolore che sentiva alla schiena, sarebbe venuto l'angoscioso interrogarsi se lasciarsi andare ad una lenta agonia o porre fine in qualche modo alle sofferenze. Sapeva ormai di non avere più scampo. Lassù nessuno avrebbe potuto mai portargli soccorso.
Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricostruire nella sua mente quegli attimi fatali che avevano portato alla catastrofe la piccola spedizione. Aveva sempre negli occhi la misera fine di Anselmo calpestato dal drago. La follia di quell'impresa ora era tragicamente manifesta. Ad Ulrico tornarono in mente le suppliche della figlia, le inutili parole di Rodrigo, perché egli desistesse dall'insano proposito. Adesso, non li avrebbe rivisti mai più! Ed avrebbe voluto vederli, almeno una volta ancora per chiedere loro perdono per la sua colpevole testarda incoscienza. Giù al castello, mai si sarebbe conosciuta la fine tragica di quella spedizione, perché nessuno avrebbe osato venire in quei luoghi per ricercare i loro corpi, per dar loro sepoltura. La montagna cominciava ad assumere toni d'un rosa sempre più intenso. Tra poco anche su quella valletta sarebbe calata la sera. Cercò di sistemarsi al meglio per gustare un'ultima volta quei brevi magici attimi in cui la montagna al tramonto si accende di rosso vivo. Com'era bella la montagna in quell'ora della sera...
Un improvviso rumore di pietre smosse, frammisto a gridi rauchi, a stridi, strepiti, tonfi nell'acqua, distolse l'attenzione di Ulrico verso il lago. Il drago si stava agitando convulsamente: non riusciva a vederlo per intero, però aveva l'impressione che stesse cercando di rimettersi ritto sulle zampe, aiutandosi con le piccole ali e con la coda. Ulrico rimase attonito, affascinato dagli sforzi incredibili di quella bestia gigantesca. E alla fine ci riuscì. Enorme e spaventoso, il drago torreggiava nella valletta, sovrastando il lago che in un arcano gioco di luci rifletteva l'immagine minacciosa. Dietro la montagna era ormai rosso fuoco. La bestia provo ad avanzare, ma dopo il primo passo s'irrigidì e dalla sua gola uscì un terrificante prolungato grido, amplificato e moltiplicato in cento, mille echi dalle rocce circostanti. Poi un violento tremito lo scosse in tutto il corpo, e con fracasso stramazzò al suolo facendo tremare la terra. L'ultimo grido del drago ormai agonizzante fu ancora più terribile e possente. La terra ebbe un fremito rabbioso, qualche masso si staccò dalla parete rocciosa della vetta rovinando fragorosamente nel lago, poi come l'improvvisa calma che precede il temporale, tornò il silenzio.
Il drago era morto, la spedizione, quelle giovani vite buttate, Alberico, Anselmo, lui stesso tra non molto, non erano state, dunque, inutili. Non vi sarebbero stati più voli di draghi ad annunciare disgrazie alla gente di quelle terre. La morte per Ulrico, ora aveva un altro sapore, poteva anche sorriderle...
Prima impercettibilmente, poi pian piano aumentando d'intensità la montagna s'era messa a tremare, come scossa nelle profondità dal terremoto. Il fenomeno nel giro di pochi minuti raggiunse il parossismo. Tutt'intorno cominciarono a crollare spuntoni di roccia, a staccarsi massi dalle guglie possenti, a franare porzioni consistenti di pareti rocciose. Finché con un gran boato e sollevando un'imponente nuvola di polvere, dal fianco della montagna si staccò una frana di dimensioni immani precipitando a valle sulla città inerme. Tutto durò pochi minuti. Ma la visione della catastrofe che aveva cancellato la città, sepolto il suo castello sotto i detriti della frana, fu risparmiata a re Ulrico. Un masso staccatosi quasi subito dalla parete rocciosa alle sue spalle, gli aveva dato la morte prima che l'ombra dell'ultimo sorriso svanisse dalle sue labbra riarse.

 
DOMANI

Domani salirò l'ultimo passo. Finalmente! A questi miei occhi stanchi, nella sua inimmaginabile immensità, si mostrerà la fertile valle dei sogni infantili, cullati ascoltando le storie dei vecchi, nelle notti estive, accanto ai falò di sterpi che profumavano l'aria di assenzio e di ginepro. Finalmente! Lo sguardo vagherà su quella terra dove mille corsi d'acqua disegnano ragnatele infinite, dove le messi sono un biondo mare che si perde all'orizzonte, lontano, lontano, fin dove comincia il cielo. Finalmente! Le torri d'oro e di giada della città imperiale vedrò ergersi sulla pianura, scintillanti al sole del tramonto.
La strada che porta al passo è lunga e faticosa, e le poche forze che mi restano non sono bastanti per affrettare il difficile incedere d'un vecchio. Sarò lassù, in cima, soltanto al tramonto, ma quell'ultima luce sarà sufficiente. Da troppo tempo sono in viaggio verso la città imperiale, ormai mi basta solo uno sguardo prima di chiudere gli occhi per sempre, uno sguardo per sapere di non aver vissuto invano.
Quando, giovane e nel pieno vigore delle mie forze, intrapresi questo viaggio, che mi avrebbe fatto consumare le stagioni ramingo di contrada in contrada, valicando montagne impervie, attraversando fiumi impetuosi e desolati deserti, passando per mille città, abitate da genti di razze diverse, e per mille e mille villaggi disseminati nelle assolate pianure, seguendo sempre il sorgere del sole, credevo l'impresa grande e meritevole del sacrificio della giovinezza e degli affetti che mi lasciavo alle spalle, nel piccolo insignificante villaggio natale, sperduto tra le alte montagne ad occidente, al termine ultimo dell'impero. Nessuno prima, in quella contrada, aveva arrischiato il lungo viaggio per la città dalle cento porte e dalle mura ciclopiche dove vive il nostro imperatore e signore.
Non m'illudevo delle difficoltà, dei pericoli che in un simile viaggio avrei dovuto superare, io giovane e senza esperienza, in terre nuove, tra genti sconosciute, lontano dai luoghi familiari, da quei picchi impervi che avevo imparato a riconoscere sin da bambino, portando al pascolo le vacche sugli altipiani. Ma la gioventù è l'età d'una baldanzosa incoscienza che spinge ad azioni impensabili in altre stagioni della vita. Così, ogni tentativo di dissuadermi dall'intraprendere l'impresa fu vano, ed una mattina di primavera, al sorgere del sole, lasciai il villaggio a cui non avrei più fatto ritorno. Avevo vent'anni allora.
Al principio avevo pensato di tenere il conto dei giorni, convinto che la durata del viaggio non avrebbe superato l'anno. Conoscendo il tempo necessario, avrei potuto meglio decidere il periodo del mio ritorno. Coscienziosamente, ad ogni levar del sole, prima di riprendere il cammino, facevo un piccolo nodo su d'una cordicella, che custodivo religiosamente nella tasca posteriore dei miei calzoni. Ma dopo alcuni mesi, allora già metà della cordicella era stata usata per conservare memoria del tempo trascorso, compresi di aver sottovalutato la durata di quel viaggio. Da dove mi trovavo, distinguevo ancora nitide e maestose, nonostante la grande distanza, le montagne che mi ero lasciato alle spalle, mentre solo in particolari felici condizioni di luce riuscivo a scorgere, nella nebbiolina che velava l'orizzonte di quella vasta pianura, ad oriente, le confuse sagome dei monti che avrei dovuto superare.
Quand'ebbi consumato tutta la cordicella, le cime innevate che ben conoscevo, erano ancora visibili ad occidente. Davanti a me, la catena dei monti, che chiudeva a levante la pianura, si mostrava nella sua imponenza già a quella distanza, quando ancora parecchia strada mi separava dai primi contrafforti. Decisi allora di sciogliere giorno dopo giorno i nodi fatti e, per non perdere il conto, incisi col coltello, nel cuoio della cintura che portavo, il numero dei nodi della cordicella. Ma prima d'arrivare a quelle montagne, che ad ogni sorgere del sole si facevano impercettibilmente più alte e massicce, non solo riuscii a svolgerli tutti, ma anche a riannodare più di metà cordicella. Sul sentiero impervio che si arrampicava tra quelle vette sconosciute, mi aspettava un inverno freddo e terribile. Era il secondo inverno del mio viaggio.
Per più di un anno vagai tra quelle montagne, finché un giorno, all'improvviso, mi si aprì allo sguardo incredulo la nuova pianura, che avrei dovuto attraversare. Era come se il mio viaggio iniziasse allora soltanto, e quelle montagne, che di lì a poco mi sarei lasciato alle spalle, fossero le montagne di casa. Capii che era inutile contare i giorni di viaggio. Di certo per attraversare quella immensa pianura che si stendeva ai miei piedi, forse non sarebbe bastato il tempo trascorso dalla partenza fino a quel giorno. Fu allora, sicuramente, che buttai l'inutile cordicella e decisi di segnare soltanto gli inverni con una tacca sulla cintura. Da quel giorno passarono altri anni, a quelle montagne si sostituirono altre montagne, a quella pianura altre pianure da attraversare.
E proprio ragionando sull'immensità del mio viaggio verso la città imperiale, ciò che allora non cessava di stupirmi era come riuscissero a coprire quelle immani distanze in tempi brevissimi i messaggeri che dalla città imperiale diffondevano dovunque gli editti dell'imperatore. Talvolta m'era capitato d'incrociare qualcuno di essi lungo la strada, il cavallo lanciato in un frenetico galoppo. Eppure, per quanto veloce fosse il loro andare, sarebbero occorsi degli anni, mi dicevo, per portare le carte della loro borsa ai lontani confini dell'impero, ai luoghi dov'era iniziato il mio viaggio. E quelli che avevo incontrato qualche tempo prima, dovevano essere per strada già da anni, non potevano aver percorso un così lungo cammino in qualche giorno soltanto. Ero ancora troppo giovane allora per ammettere che nel mio paese lontano, o in quei luoghi, dove allora mi trovavo, si seguissero leggi che forse quel giorno stesso altrove erano abrogate o sostituite da altre, oppure che vigessero in alcune contrade leggi sconosciute alle altre genti dell'impero.
L'idea, in cui ero cresciuto, dell'assoluto esistere d'un'autorità sovrana, che estendeva il suo dominio ugualmente su tutti i popoli, dal lontano oriente fino al remoto occidente delle mie montagne natali, sorreggeva in me la fede nel viaggio intrapreso. Che senso esso avrebbe mai avuto, se la mia mente allora avesse ammesso, anche per un attimo soltanto, la possibilità che l'imperatore, che onoravamo ed ai cui editti obbedivamo, già da tempo potesse essere morto e morto potesse magari anche essere il suo successore, che avremmo onorato ed ai cui voleri ci saremmo piegati, solo di lì a qualche anno? Per sopravvivere in quel viaggio avevo bisogno delle certezze che avevano nutrito la mia infanzia e le mie speranze giovanili. Ma col passare del tempo ed il mio avanzare verso oriente, lungo la via che portava alla città imperiale, trovavo nelle informazioni, che raccoglievo nei villaggi e nelle città, contraddizioni sempre maggiori. Al principio attribuivo la difficoltà nel comprenderle appieno alle differenze nelle parlate, che si accentuavano man mano che mi allontanavo dalle terre abitate dalla mia gente. Soltanto più tardi, quando ormai avevo smesso di contare anche gli inverni di questo incredibile viaggio, cominciai a rendermi conto che la realtà era diversa dalla raffigurazione che mi portavo dietro dal villaggio, era diversa dalla concezione che di essa avevano gli altri, le persone con cui conversavo accanto al fuoco in una locanda, o presso un pozzo, cercando nell'acqua fresca conforto e refrigerio. I discorsi che sentivo fare erano i discorsi dei miei vecchi, cambiavano i luoghi, le usanze, ma la sostanza era sempre la stessa. Talvolta avevo provato a raccontare le conclusioni che fin lì avevo tratto dall'esperienza del viaggio, quelle ipotesi fantastiche sulle leggi e sull'imperatore. Mi lasciavano dire, come si fa con chi si mostra un po' tocco, poi tornavano ai loro discorsi sulle cose d'ogni giorno, ignorandomi. Eppure la loro verità, la verità codificata dal senso comune, dall'esperienza quotidiana d'una vita normale, trascorsa tra le pareti domestiche ed i confini del proprio villaggio, della propria città, quella, non era la verità. Il potere sovrano nell'immensità dell'impero non era mai stato indissolubilmente uno, assolutamente uno. Poteva, dunque, accadere che un nuovo imperatore regnasse nella città imperiale, ma già non molto lontano dalle sue mura regnasse ancora il vecchio imperatore, che in nome suo ancora si riscuotessero i tributi, che a lui ancora obbedissero i soldati delle guarnigioni più remote; e perché no, forse più lontano ancora, che regnasse tuttora il padre del vecchio imperatore, nonno del signore attuale della città imperiale. Gli eventi, che costituiscono la storia dell'impero in ogni luogo, si trasmettono per mezzo dei messaggeri come le onde che si formano attorno ad un sasso lanciato nello stagno: lasciando il punto dove il sasso è affondato, esse lentamente si diffondono tutt'intorno, fino alla riva.
Contrariamente a ciò che si può supporre, la scoperta di quel paradosso, su cui si fonda l'incrollabile unità e la stabilità, la forza dell'impero, aveva avuto in me l'effetto di una illuminazione positiva. Lo scoramento non trovò spazio nel mio animo, anzi nuovo vigore muoveva i miei passi, un impulso ancor maggiore mi spingeva verso oriente, verso la città eterna dell'imperatore, il centro del mondo dove l'attimo è reale, non una lontana eco, dove si può pensare il domani come un'entità ignota, perché lì soltanto si fa la storia, lì si è storia. Né mai, nemmeno più tardi, quando gli anni cominciarono a farsi sentire, mi sfiorò l'idea, la possibile logica conseguenza della mia scoperta, poiché mai e poi mai, dovunque mi trovassi, avrei potuto capire dalle informazioni raccolte quanto distasse ancora la città imperiale, che forse la mia vita non sarebbe bastata per raggiungere la meta ultima del mio viaggio.
Così, eccomi, dunque, alla fine ormai del mio cammino. Queste cime che mi circondano, spruzzate dalla prima neve, sono le ultime montagne che rendono difficoltoso e faticoso il mio procedere. Mi resta ancora una giornata di viaggio, una salita aspra e difficile, poi vedrò la pianura sterminata dove sorge la città imperiale, finalmente! L'informazione, sulla strada che resta da percorrere, è certa, ricevuta da uno dei messaggeri incontrato al guado d'un fiume questa mattina. La poca polvere sugli abiti, il cavallo fresco, la giovanissima età e quella fierezza dell'impresa ancora nello sguardo, che si leggeva anche nei miei occhi alla partenza, erano chiari segni ch'egli non mentiva. Ah, se avessi un'altra volta il vigore dei miei primi passi, quando volgendomi potevo ancora scorgere le case del villaggio natio, non mi abbandonerei a quest'attesa e continuerei il cammino alla luce della luna, per tutta la notte! Ma tra poco l'ombra della notte cancellerà ogni cosa, devo darmi da fare per raccogliere dell'altra legna per tenere alto il fuoco, per scaldarmi e ben riposare fino al sorgere del sole. E' curioso come le vette che mi stanno attorno, dovunque volga lo sguardo, abbiano nell'ombra della sera un che di familiare, qualcosa di conosciuto da sempre che ritorna da qualche dimenticato recesso della memoria. Più le guardo e più mi pare di riconoscerne i contorni, come se da sempre avessi frequentato questi luoghi.
Il buio ormai cela i segreti di queste montagne. Improvvisamente, mentre raccoglievo gli ultimi sterpi, mi sono sentito addosso tutta la stanchezza di una vita. Forse l'ansia di vivere il mio ultimo giorno di viaggio, forse l'angoscia inconfessata di non avere le forze bastanti per raggiungere la cima di quell'ultimo passo impervio e difficile, che mi resta da superare per dare un senso alla mia esistenza. Qui, accoccolato accanto al debole fuoco di umidi sterpi, che basta appena per scaldare le povere ossa d'un vecchio, nell'attesa del sonno ristoratore mi ritornano alla mente le sere d'estate della mia giovinezza passate accanto ai falò. Mi par di risentire i canti, le storie fantastiche che ci facevano sognare gloriose imprese al seguito dell'imperatore. Giorni felici ed incoscienti quelli, tanto lontani nel tempo e nello spazio! Ora so molte più cose, la vita stessa mi ha mostrato il suo risvolto di sogno, di cui ognuno, forse senza saperlo, s'appropria, per rendere accettabile l'idea della propria esistenza. Eppure mi trovo ancora a sperare, a rincorrere un sogno, l'ultimo, l'unico sogno della mia vita. Così domani salirò l'ultimo passo, i miei occhi stanchi vedranno, lontano nella pianura, la città imperiale dai mille tetti d'oro risplendere nell'ultima luce del mio ultimo giorno.

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