Sergio Fumich è nato a Trieste nel 1947. Ha svolto attività pubblicistica dal 1978 al 1995 come collaboratore del quotidiano di Lodi Il Cittadino. È stato direttore responsabile di alcuni fogli locali e della rivista di poesia Keraunia. Ha pubblicato libri di poesia e di racconti, libri di fotografia e grafica, libri ed opuscoli divulgativi.

Identificativo SBN: IT\ICCU\CFIV\106311
ISNI: 0000 0000 3584 7165



LIBRI DI RACCONTI


Nella pagina sono raccolte le informazioni riguardanti i libri di racconti di Sergio Fumich: dal primo libro L'orologio del vecchio mercante, raccolta ripresa e ampliata in La città oltre la montagna nella edizione della milanese Prometheus, al libro Ai margini della città che raccoglie gli ultimi sei racconti, infine alla raccolta completa I Racconti che contiene anche numerose recensioni. Nella pagina anche numerosi testi, alcuni inediti.


I RACCONTI

Sergio Fumich

I RACCONTI

ISBN 978-1409219347 - Brossura, 136 pag.

Nei racconti del libro emerge un deciso piacere del grottesco, ovvero la ricerca di un mondo fantastico dove oggetti e situazioni diventano figure in un'esasperazione della realtà che l'Au­to­re utilizza per comunicare significati profondi, difficili da esprimere in forma realistica.

Il libro è presente in Google Libri. Per vederlo in anteprima, cliccare sull'immagine a lato.

AI MARGINI DELLA CITTÀ

Sergio Fumich

AI MARGINI DELLA CITTÀ

ISBN 978-1434829122 - Brossura, 48 pag.

Gli ultimi sei racconti di Sergio Fumich che chiu­dono il ciclo iniziato con L'orologio del vecchio mercante e proseguito con La città oltre la mon­tagna.

Il libro può essere reperito anche sul sito italiano di Amazon. Sul sito americano che consigliamo, raggiungibile cliccando sull'im­ma­gi­ne sopra, si può vedere anche una breve anteprima del libro.

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Sergio Fumich
I sortilegi di nonna Caterina
in Keraunia - Rivista di poesia, n. 16,giugno 1994.

I SORTILEGI DI NONNA CATERINA
Briciole di credenze popolari nel villaggio di Lukezi

Nonna Caterina aveva fama d'essere una maga, non solo nel piccolo selo di Lukezi, poche case di sasso e di calce cresciute attorno ad un primo insediamento le cui origini si perdono nella notte dei secoli, ma anche tra la gente dei dintorni. Venivano dai villaggi vicini a farsi curare persistenti mali di testa, a chiedere rimedi per il mal di denti, ascessi, per fastidiosi mali di gola ed i mille altri malanni che deliziano la quotidianità del vivere.
In quella terra povera e riarsa, dove la vigna e qualche njiva, lembi di terra coltivata strappata alla petraia, una mucca nella stalla, il maiale e qualche gallina erano il sostentamento d'una famiglia spesso numerosa; dove ancora ai tempi della mia infanzia le donne con la brenta sulle spalle s'avventuravano a piedi scalzi giù per un sentiero ripido e dirupato per raccogliere l'acqua che spillava da una sottile sorgente sulla costa del monte, e l'elettricità era stata portata da poco, davanti al fuoco nel buio delle cucine, con una bukaleta di vino che girava di mano in mano, fiorivano spontanee credenze e superstizioni, storie inverosimili di mirabilia e sortilegi. La religiosità popolare di quella gente, la mia gente, era tutta intrisa di pratiche magiche, tabù e prescrizioni ereditate dai genitori con la vigna e la casa.
Così, per dirne alcuna, guai a chi mangiava il prosciutto prima di Pasqua: poteva star certo costui che si sarebbe imbattuto spiacevolmente in una vipera. E gat, la vipera dal morso mortale, era vista come una creatura per quanto possibile da evitare: al ritorno dalla messa pasquale, quando ci si riuniva a tavola per la colazione con il cibo benedetto in chiesa, prosciutto, pancetta, uova sode, e pinza, il dolce di Pasqua, per prima cosa si mangiava dello scalogno per scongiurare il temuto incontro. Per lo stesso motivo si prescriveva di mangiare la "testa" della prima sparuga che si trovava, l'asparago selvatico con cui si facevano squisite frittate. Guai a chi saliva s'un albero il giorno di Corpus Domini o di San Pietro: sicuramente anche il più robusto ramo si sarebbe spezzato sotto il peso e la caduta resa inevitabile; guai a chi lavorava la terra il venerdì santo!
Si raccontavano storie terribili su chi aveva trasgredito al riposo festivo. Si diceva, ad esempio, d'una donna che faceva il pane di domenica, che la disgraziata, dopo aver provato e riprovato invano ad accendere il fuoco che non voleva prendere, alla fine alterandosi, si fosse lasciata andare a tirar moccoli restando paralizzata in volto; e d'un'altra giù in Valle, recatasi a lavare, l'incauta, il giorno di Corpus Domini, che, all'improvviso, i panni avessero preso fuoco e che da essi fosse sgorgato sangue.
Pericolosa cura della propria persona era per le donne il tagliarsi le unghie di venerdì: chi indulgeva a quella pratica, pensata forse troppo civettuola per la pietà del giorno, infallibilmente diventava striga, strega. E, a proposito di streghe, una superstiziosa diceria sconsigliava di andare a lavare i panni al torrente durante le tempora, perché in quei giorni, lì a lavare c'erano, per l'appunto, le streghe. Ed ancora, durante le tempora dopo l'Ave Maria, non si doveva uscire da casa, né, in casa, stare sotto la cappa del camino e guai a fischiettare: sarebbe stato come invitare vrah, il diavolo, a mostrarsi.
Il grande nemico era grad, la grandine, capace di arrecare danni irreparabili alle brajde, le vigne. Quando il cielo non lasciava presagire niente di buono, si andava presso la vigna e si facevano dei falò. Con gli sterpi e la ramaglia, dopo avervi collocato una candela benedetta il giorno della candelora, si bruciavano i fiori benedetti durante la processione del Corpus Domini, i rami di frassino usati quel giorno per ornare i muri al passaggio della processione, frasche di pelin, assenzio, e si spruzzava acqua benedetta. Il fumo denso che si levava dai falò contro le nuvole, avrebbe allontanato il pericolo della grandine.
Ma tornando a nonna Caterina, le malignità dei vicini insinuavano che le sue pratiche magiche non si limitassero agli scopi benefici della guaritrice, ma fosse solita ad usare sortilegi e stregonerie. Nei ricordi di mia madre, la diceria risaliva ai primi tempi dopo le nozze, quando era venuta a Lukezi sposa di mio nonno Zvane Lukes. In casa di mio nonno, allora, non si sfruttava il latte delle mucche come alimento, perché a nessuno piaceva. Così le mucche avevano latte soltanto finché allattavano i vitelli, poi non mungendole se non per quel pochissimo che di tanto in tanto serviva, lo perdevano. A nonna Caterina piaceva il formaggio ed il latte, e nel vedere tutta quella grazia di Dio andar sprecata, non poteva restar indifferente; così cominciò ad occuparsi della stalla e della vacca.
Cominciò a mungere la mucca mentre questa allattava il vitello, portandole via una buona parte del latte. Diceva che di latte le mucche ne hanno tanto e che ai vitelli non ne occorreva tutto perché poi cominciano anche ad andare al pascolo e a nutrirsi diversamente. E, dunque, ritornava sempre dalla stalla con grandi pignatte di latte.
Per rincasare dalla stalla si doveva girare attorno alla casa del vicino, non essendoci un passaggio diretto. Quell'inconsueto viavai di latte non poteva non essere notato dalla vecchia madre del vicino, come anche il fatto che il traffico di latte continuasse anche dopo la vendita del vitello. Non sapendosi spiegare la cosa, la vecchia cominciò a lamentarsi con gli altri che da quando quella donna era arrivata al villaggio loro erano rimasti senza latte, che aveva portato via il latte dalle loro mucche facendolo passare nella propria, che doveva saper fare sortilegi perché fino ad allora le mucche di Zvane Lukes non avevano mai avuto latte, ch'era già tanto se riuscivano a tirar su i vitelli, ed adesso dopo ch'era arrivata quella donna in quella casa, non facevano che portar pignatte di latte dalla stalla.
Ma con la grande guerra ormai e la fine dell'impero austroungarico, era tramontata un'epoca. Così i figli di nonna Caterina credevano poco alle sue pratiche magiche, anzi spesso la deridevano quando cedendo alle insistenze di qualcuno si lasciava convincere a tirare gli uroki o a fare qualche altro scongiuro. Finché, dunque, smise non tramandando ad altri il suo patrimonio di conoscenza empirica popolare. Nei ricordi di mia madre è rimasto frammentario questo rituale di scongiuro per il mal di testa: si prendeva una tazza d'acqua, in essa si dovevano gettare delle braci ardenti afferrate con le mani e sputare per terra dicendo una formula magica, come le altre perduta; poi bisognava far bere il paziente da tre punti diversi della tazza, quindi la maga prendeva le braci e sempre recitando formule magiche le scagliava oltre il paziente; infine con le dita bagnate in quell'acqua massaggiava la fronte e le tempie dolenti, poi vuotava l'acqua in un canto della casa. Se, nel gettare le braci nell'acqua della tazza, esse fossero rimaste a galla, allora si trattava di un normale mal di testa; altrimenti, se andavano cioè a fondo, era malocchio.


LA MORÀ E GL'INCUBI NOTTURNI

Nel mondo magico di Lukezi, ancora negli anni della mia infanzia, la notte arrivava densa di misteri. Una cappa buia avvolgeva il villaggio, il vicino bosco e la campagna, mostrando alla luce delle stelle d'ogni cosa aspetti inconsueti, forme notturne non ravvisabili di giorno.
Lo scuro fitto delle notti nuvolose, mai più ritrovato dopo altrove, o lo splendore incantato dei pleniluni, dove le ombre assumevano spessore densità presenza vita, erano il fondale perfetto per le mille storie straordinarie ed inverosimili che si raccontavano vicino al fuoco, in quelle lunghe sere senza radio e televisione, o libri, se non qualche Vita dei Santi illustrata da immagini di dannazione, più spaventose di quella bambagia nero-seppia in agguato fuori dalla porta.
Nessuna meraviglia, dunque, che a guardarsi in uno specchio in quelle notti lontane, si vedesse il diavolo, o dormendo con il viso rivolto alla luna si diventasse sonnambuli, o, ancora, costretti per qualche ragione a star fuori casa, camminando per quelle strade o sentieri ci s'imbattesse talvolta in streghe od altre creature maliarde, com'era successo ad un mio prozio, recatosi con altri due amici per la leva a Pisino. A piedi naturalmente, perché il cavallo di San Francesco allora era il mezzo più usato, quando non l'unico, per spostarsi in quelle terre. Il racconto di mia madre sull'accaduto è scarno ed irriverente: "I gaverà bevù un bicèr de più per festegiar la leva", e ancora sempre in triestino, ma senza mezzi termini, "I iera de sicuro inbriaghi". Comunque, il fatto capitò di notte al ritorno, poco fuori Pisino dove, dopo un moderato salire, la strada s'adagia s'un pianoro. Lì, i tre malcapitati incontrarono tre streghe che si misero a ballare con loro. E balla, balla, balla, non smettevano mai e non li lasciavano proseguir la strada. Ed oltre alla beffa, in quella notte da discoteca, il danno: i tre portavano con sé gli ombrelli, che più dopo, finita la buriana, non furono capaci di ritrovare. Le tre malefiche streghe ne avevano fatto, evidentemente, il bottino di quella notte. Mia madre assicura che al loro racconto, una volta a casa, credevano tutti, senza un solo dubbio. E del resto tutto era possibile per chi sapeva di poter parlare con gli animali recandosi nella stalla la notte di San Giovanni.
La notte era il regno della morà. La morà era una strega, una strega particolare che tormentava di notte le sue vittime prescelte. Che non fosse una fola, che questa creatura notturna, che terrorizzava la contrada, esistesse veramente, lo testimoniava il racconto di uno - non si sa dove, non si sa quando, - ch'era riuscito a farla prigioniera chiudendola in una cassapanca. Determinante per il buon esito della cattura fu il fatto che la cassapanca non avesse fori o aperture, neppure una serratura per bloccare il coperchio, perché la morà era abilissima nel passare attraverso il più piccolo pertugio. Dicevano anzi, che solitamente entrasse in casa proprio per il buco della serratura. Dentro la cassapanca la morà piangeva immensamente e supplicava l'uomo che l'aveva imprigionata. Supplicava che aprisse, che la lasciasse andare perché il giorno dopo doveva sposarsi e non poteva assolutamente mancare. L'uomo, cuore tenero, alla fine cedette e la lasciò libera.
Lo zio Joze era molestato la notte in continuazione dalla morà. Nel vicinato correva voce che fosse la Pierina: dicevano che la Pierina era una strega, e poiché non nascondeva il desiderio di volerlo sposare, di notte andasse a tormentarlo perché si decidesse. Zio Joze raccontava d'esser una notte riuscito ad afferrarla e, scagliatala per terra, d'averne sentito il tonfo come fosse stato un piccolo sorcio.
Un'altra vittima era l'Ana dei Znjider, madre d'un'amica di mia madre. Si lamentava che la morà venisse di notte mentre dormiva a succhiarle i calcagni, e che li avesse ben ben rovinati era visibile a tutti in un tempo in cui si andava scalzi.
Per porre un rimedio alla persecuzione della morà, gli sventurati si rivolgevano al prete perché desse loro qualcosa di benedetto che tenesse lontano un tal castigo di Dio. E nella sua infinita pazienza il prete dava loro un pezzetto di un vecchio paramento, che veniva tagliato poi in frammenti ancor più piccoli da portare sempre indosso, o qualche altra cosa del genere. Perché, una volta che ci si fosse messo addosso qualcosa di benedetto, la morà non si sarebbe fatta più vedere.
Anche il maggiore dei miei fratelli, oggi stimato professore di greco in un liceo triestino, fu a detta dei parenti una sua vittima. Neonato a Lukezi, aveva, cosa non rara, un seno gonfio, e tutti a dire ch'era la morà che veniva di notte a succhiargli il seno. La nonna o forse qualcun altro dei parenti andò subito dalla Mariolinka, una donna che s'intendeva di tali faccende; e con questa poi dal Ciapusei, il sagrestano, perché procurasse qualcosa di benedetto da mettere attorno al collo del bambino. Il rimedio sembrò servire, perché il gonfiore di lì a poco sparì.
Non c'era persona che a quel tempo non avesse sperimentato le molestie della morà. Quando l'incubo cessava, la bestemmiavano e la vituperavano a più non posso, e lei lì sulla porta a farsi beffe di loro prima di sparire nell'oscurità della notte.
Ma la notte non aveva soltanto un aspetto terrificante; le giovinette, se volevano, potevano usare le notti di luna piena per fare romantici sogni sul proprio destino di donna. Guardando la luna ci si poteva procurare una piacevole notte dicendo "Luna lunare fammi sognare chi devo sposare". Chissà quante volte la luna, oltre ad essere compiacente, sarà stata anche bugiarda, a fin di bene naturalmente. La filastrocca è in lingua italiana, e risale dunque agli anni dell'occupazione italiana di quelle terre dopo il crollo dell'impero austroungarico, magari portata da qualcuna di quelle eroiche maestrine siciliane mandate ad insegnare la lingua di Dante a quella gente che parlava un dialetto croato misto di sloveno, tedesco e veneto.


BAMBINI E MAL DI DENTI

Era usanza a Lukezi di vestire il bambino maschio appena nato, prima ancora di pulirlo, con i calzoni del padre. Si voleva così, con questo gesto rituale, trasmettere al figlio, capofamiglia lui pure un giorno, l'autorità del maschio su cui si fondava ancora nel secondo decennio del secolo quella società agricola e patriarcale. Ma la vita nei primi mesi, nonostante questo dovuto atto di benvenuto in seno alla famiglia, non doveva essere un gran che per i bambini d'allora.
Venivano fasciati strettissimamente in tutto il corpo, particolarmente le gambe perché non avessero dopo da svilupparsi storte. Solo la testa, ovviamente, non subiva quella sorta di mummificazione. E fino a sei mesi stavano nella cuna tutto il giorno. Le madri, impegnate nel duro lavoro in campagna, evitavano di levarli su dal lettino, perché non si viziassero a stare alzati; anche quando era il momento di nutrirli, allattavano i figli chinandosi sulla cuna. Alimentavano il bambino col proprio latte fintantoché non restavano nuovamente incinte: Gli ultimi figli venivano così allattati talvolta fino ai quattro, cinque anni. La cuna faceva da giaciglio all'ultimo nato finché non arrivava un nuovo fratellino.
Per svezzare un bambino si usava far arrostire una mela e, dopo averla bagnata nel vino, farla mangiare al bambino col cucchiaio. In una terra dove la vigna e i suoi frutti erano la risorsa più grande, il rituale ingenuamente si proponeva di favorire nell'uomo di domani l'amore per il vino, perché solo chi ama il prodotto del suo lavoro ama il lavoro.
Un bambino particolarmente bello suscita sempre manifestazioni di stupore ed ammirazione, ed attira gli "Oh, che bel bambino!" ed i complimenti delle altre persone. Come sorta di scongiuro contro l'invidia altrui il genitore o l'altro parente che badava al piccolo, diceva tra sé un "drek ti pod nos", che è un augurare all'altro - mi si risparmi la traduzione letterale, - di avere sotto il naso una puzza, di cosa ben s'immagina, non certo piacevole.
Poverini, poi quei bambini che soffrivano per i vermi parassiti nell'intestino. L'aglio era anche a Lukezi il rimedio principe. Con uno spicchio schiacciato venivano sfregate le labbra per far sì che il sugo venisse assorbito dal bambino. Poi con altri spicchi e dello spago si faceva una collana che era messa al collo del bimbetto, costretto a portarla dovunque per tutto il giorno.
Della mancanza di un dottore in luogo, a farne le spese erano soprattutto i bambini. Per trovarne uno, bisognava recarsi fino a Pisino, un tragitto, più o meno come Brembio-Lodi, accidentato, che non era poca cosa a farlo a piedi o anche con un carro - chi l'aveva - tirato da buoi sottratti al lavoro della campagna; e poi costava, ed inevitabilmente chi non aveva da scialare per un tale "lusso" - cioè tutti o poco meno, - si arrangiava con l'esperienza secolare consolidata ed arricchita da generazioni di dignitosa povertà.
Fu così che la fatalità d'una banale caduta, determinò la morte di un fratellino di mia madre. Il bambino, aveva due anni, era affezionatissimo a mia zia Amalia, allora ragazzina di 13-14 anni; e s'era abituato ad andarle incontro all'ora in cui tornava a casa dopo aver pascolato la pecora. M'ha sempre incuriosito come facesse quel bambino di due anni a stabilire ch'era il momento del rientro della sorella, ma il cercar di ricavare da lontanissimi ricordi, per di più d'infanzia, un simile dettaglio sarebbe stato pretesa maniacale. Sta di fatto che puntualmente s'incamminava incontro alla sorella sulla strada del pascolo, chiamandola "Ama, Ama", come un bambino può fare, e di lì a poco era di ritorno con la zia Amalia e la pecora. Lungo il percorso, nei pressi della casa d'una cugina spuntava dal terreno una pietra aguzza, cosa di poco conto, anche se nel bel mezzo d'un passaggio, in un luogo dove anche la poca terra coltivata è strappata alla petraia. Quel giorno fatale, forse vedendo la sorella già poco distante, s'era messo a correrle incontro, azione ben pericolosa su quel viottolo ricavato nel sasso, levigato per secoli dal passare e ripassare di zoccoli. Nella corsa incespicò e disgrazia volle che cadendo picchiasse la fronte contro quello spuntone maledetto di roccia affiorante. La ferita era profonda e usciva molto sangue. Il nonno di mia madre, togliendosi quel berrettino, fatto in casa, a forma d'un basso cilindro che allora s'usava e si ereditava di padre in figlio, ordinò senza discussioni di chiudere la ferita con la sua lana. L'emorragia si fermò ma al bambino venne il tetano. Otto giorni dopo cominciò a stare male; anche se ormai non sarebbe servito a nulla, nessuno pensò di chiamare un medico, era troppo lontano sia da quei luoghi sia dai pensieri della povera gente.
Se il medico era un lusso impossibile, il dentista neppure un sogno. Così ci si arrangiava come si sapeva. Per preservarsi dal mal di denti, andavano a sentir messa il giorno di Santa Apollonia in una chiesetta di campagna a Galignana. Dopo il sacro ufficio, ognuno tirava coi denti la fune della campana. Quando poi, nonostante tutto, il mal di denti arrivava, per scongiurare il formarsi d'un ascesso portavano in tasca cinque grani di sale, cinque chicchi di grano ed un mazzetto d'assenzio; era questo il rimedio diffuso, capace di neutralizzare l'ascesso che altrimenti si sarebbe formato pestando sfortunatamente un'orma, slet, tanto particolare quanto misteriosa, forse di strega forse di qualche bestia malefica. Il disgraziato, infine, che si ritrovava poi con un ascesso in bocca usava come rimedio l'assenzio, pianta che bruciando produce molto fumo. Il malato, messa sul fuoco la ramaglia, immergeva la testa nella colonna di fumo tenendo aperta la bocca.

(Ndr. - I brani riportati sono parte di una serie di articoli pubblicati dal quotidiano Il Cittadino di Lodi nel marzo-aprile 1991)

Sergio Fumich
I SORTILEGI DI NONNA CATERINA
Briciole di credenze popolari nel villaggio di Lukezi

I ricordi del villaggio istriano di Lukezi, contenuti nel libro I sortilegi di nonna Caterina, che raccoglie una serie di articoli pubblicati dal giornale Il Cittadino di Lodi nel marzo-aprile 1991 e ripubblicati successivamente dalla rivista Keraunia, sono stati protagonisti, il 24 gennaio 2014, nella trasmissione della RAI del Friuli Venezia Giulia Radio ad occhi aperti, curata da Biancastella Zanini.
La trasmissione, suddivisa in due parti, ospitava nella prima l'interessante testimonianza di Erminia Dionis Bernobi che ha raccontato la sua storia d'esilio. La seconda parte era dedicata alle storie del mio libro.
Lukezi è un piccolo villaggio nei pressi di Pedena (Pican) sulla strada che da Pisino (Pazin) porta a Fianona (Plomin). Siamo nel centro dell'Istria, una terra povera e riarsa, sfruttata nei secoli dai tanti padroni che si sono succeduti nel possesso. Le tradizioni e le curiosità, i ricordi riuniti in queste pagine sono stati raccolti dalla viva voce di Anna Luches, nata a Lukezi il 28 gennaio 1919 e morta a Trieste il 25 luglio 1996.
Il libro è in vendita su Amazon.it e su Lulu.com.

I sortilegi di nonna Caterina a Radio ad occhi aperti di RAI FVG

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Il libro I Sortilegi di Nonna Caterina è presente in Google Libri. Per vederlo in anteprima, cliccare sull'immagine a lato.

Sergio Fumich
OGGI
1995

Nebbia, tutt'attorno. Vuoto. silenzio opaco dove mi perdo. Che ne sarà di me... di te... di voi? Ho fatto un sogno stanotte dove il mondo era racchiuso da pareti. Muri altissimi d'una stanza, un orizzonte di mattoni intonacati bianco sporco.

È difficile vedere il sole quando sei un cimice rovesciato sul dorso. E ti dibatti per sopravvivere dopo qualche metro di volo soltanto, in un mondo che t'ignora quando non ti schiaccia. Forse domani sarà diverso. Un altro sogno. Sole. Se un domani esiste.


Sergio Fumich
LA FABBRICA
Frammento primi anni '70


   Gli impianti di dissalazione dell'acqua si alzavano sulla scogliera, a due passi dal mare, nel settore A257 del perimetro della Fabbrica. La costa, lasciando la rete di cinta ad ovest, digradava in una breve striscia sabbiosa, per ergersi poi, a picco sulle onde, roccia compatta inaccessibile.
   Nella piccola spiaggia, da bambino, Ernesto aveva trascorso interi pomeriggi a cercare conchiglie. Talvolta suo padre, finito il turno agli impianti, ancora a sera l'aveva sorpreso a scavare nella sabbia o a fantasticare di mari lontani, rigirando tra le dita un murice spinoso o una nassa. Anche negli anni della scuola e più tardi, quando sedicenne s'impratichiva nel lavoro al quale la Fabbrica l'aveva destinato, quel lembo di sabbia aveva rappresentato per lui un rifugio contro le rigide regole di comportamento sociale secondo cui, sempre più, vedeva, impotente, la sua vita modellarsi.
   Ancora adesso, ormai trentenne, Ernesto si sentiva legato a quella striscia di sabbia del settore A257, e ogni tanto vi ritornava nei turni di riposo, quando desiderava star solo e lasciarsi alle spalle gli svaghi preconfezionati degli Organizzatori del tempo libero. Naturalmente ogni volta la sua assenza era annotata con cura ed andava ad allungare la serie di note negative che il suo curriculum vitae conteneva. Lo sapeva, ma non si crucciava per questo. Del resto non aveva mai avuto noie.
   Anche questa volta i Guardiani non si erano occupati di lui. Nessuno aveva mostrato interesse ai suoi movimenti, neppure il sorvegliante elettronico al cancello d'uscita dall'area di riposo aveva mosso obiezioni dopo aver esaminato la sua scheda d'identificazione. Ernesto, più per abitudine che per vera sorpresa, s'era chiesto come mai non gli avesse impedito d'allontanarsi dall'area senza il permesso dell'Organizzatore al quale era assegnato. Era una violazione del regolamento. Ed un sorvegliante elettronico non è un funzionario umano, che talvolta può chiudere un occhio, far finta di non vedere. Un sorvegliante elettronico è un computer, che opera univocamente secondo gli imperativi del programma che lo governa. Dunque, la possibilità di spostarsi liberamente, che credeva di possedere, era stata decisa in alto loco. Un trattamento speciale certamente, di cui, però, non comprendeva la ragion d'essere. Né aveva mai cercato, in verità, d'andare a fondo della cosa. Del resto, si diceva, da quando aveva compiuto i dodici anni in poi tutta la sua vita era stata speciale.


Sergio Fumich
AI MARGINI DELLA CITTÀ
Inedito



   Ogni giorno il treno si ferma per qualche minuto al segnale, al limite ultimo della campagna dove le prime lingue d'asfalto della metropoli scaturiscono improvvise dalla terra fumante di nebbie mattutine. Nessuno più si chiede il perché di quella sosta apparentemente senza un motivo, quasi fosse ormai una gabella da pagare col proprio tempo per entrare nella città. Anzi la si saluta come il segno del prossimo arrivo alla stazione: quell'improvviso silenzio dopo il tanto sferragliare fa da sveglia a chi pisola prolungando i sogni della notte; sembra pensata apposta, quella pausa, per dare modo di ripiegare il giornale, raccogliere con calma borsa, soprabito, ombrello, le proprie cose buttate sui sedili o sulla rastrelliera. C'è anche il tempo per guardare con attenzione fuori dal finestrino, per cercare di capire da quel piccolo ritaglio di paesaggio la giornata che offrirà la capricciosa metereologia della metropoli.
   Di là dalla bassa scarpata il prato d'erba sporca e umida si estende a occidente nella pianura fino a perdersi nel nebbioso orizzonte lontano, dove forme spettrali di falansteri in qualche mattina di pallido sole luccicano come fuochi fatui nella bruma. Per quanto sforzi il ricordo, non mi sovviene d'aver visto mai in quella distesa verde rugginosa un tiro di buoi, un cavallo, un mezzo meccanico qualunque, qualcuno intento a lavorare i campi. Solo gabbiani di quando in quando hanno abitato qualche lembo di prato più vicino alle prime case.
   A dire il vero, non ho fatto subito caso, stamane, alle buche, anche perché attorno non c'era traccia dello scavo, non cumuli qua e là di terriccio, non la linea fangosa d'un carro servito al trasporto lontano. E poi una buca, più buche in quella landa desolata bisogna pensarle prima di vederle; e soprattutto non avere una vicina di posto che ti distrae, un altro che sbadiglia come un grosso pesce fuor d'acqua. Comunque, le buche erano là per farsi scoprire: se non oggi, sicuramente domani avrei dovuto notarle. Buche rettangolari, disposte senza uno schema immediatamente intuibile, m'erano sembrate profonde, spropositatamente profonde. Il treno, però, subito s'è rimesso in movimento, indirizzando la mia attenzione ai consueti preparativi per la discesa una volta in stazione. Ed in verità soltanto dopo, più tardi in ufficio, girando svogliatamente le carte d'una pratica annosa, ripensandoci ho concretato l'evento imprevisto della repentina apparizione di quelle fosse nella prateria, lì, ai margini della città. Ancora adesso, qui in casa, seduto in poltrona disattento al televisore che sciorina immagini inutili di dentifrici, di automobili donne, di detersivi, stento a dare un credito pieno alla novità, all'esistenza di quelle buche. Anzi, più ripenso a quei pochi momenti della scoperta, più convengo s'un ridimensionamento del fenomeno. Forse c'erano già, avvallamenti nel terreno nascosti d'estate dal rigoglioso e selvaggio sviluppo della vegetazione di robinie e pruni al bordo della massicciata.

   Che siano buche non c'è dubbio alcuno, buche profonde di forma geometrica ben determinabile, dalle pareti a picco, un'opera di scavo. Oggi ho potuto osservarle comodamente e per un tempo sufficiente, essendo il treno rimasto fermo stranamente più del solito. Avevo scelto opportunamente un posto vicino al finestrino che mi permettesse, una volta sul luogo, una buona visione della prateria e delle fosse intraviste ieri. Lo scavo sembra fatto di fresco, non vi è segno d'erba dove la cotica è stata asportata. Eppure, la cosa è sorprendente: non vi è traccia alcuna degli imponenti mezzi meccanici che devono essere stati usati nello scavo, né un indizio qualunque, una bottiglia, un barattolo, uno straccio, un brandello di carta, un'orma nel fango degli artefici di quelle buche. Ma ciò che più ancora sorprende, è che quel lavoro non può essere stato iniziato e portato a termine in una sola giornata. Troppe in numero sono le buche e grandi, perché anche una attrezzata ditta possa aver eseguito le opere di scavo in un tempo brevissimo. E quanto dal finestrino del treno riesco a vedere, poi, dev'essere solo una porzione d'un progetto che interessa un ampio tratto di quella prateria giallastra e sporca. Un lavoro di giorni e giorni, dunque, rimasto sconosciuto per tutto questo tempo... com'è possibile? Non riesco a dare un senso...

   Per tutta la settimana, sfruttando quei pochi momenti di sosta del treno, ho cercato di farmi un'idea più precisa di quegli scavi. Le buche sono perlopiù rettangolari, ampie - valutandole così ad occhio, - grosso modo almeno quanto due o tre vagoni accostati. Di quando in quando la loro forma si fa una elle, un'enorme elle che s'apre come una ferita insanabile nel terreno. La disposizione deve seguire una regola precisa... Purtroppo il finestrino del vagone mi permette una visione ogni volta estremamente parziale della pianura ed un punto di osservazione troppo basso rispetto al livello dei campi, per offrirmi la possibilità di ricostruire il disegno di quei lavori che sembrano perdersi nella prateria fino ai lontani falansteri. Riesco soltanto ad intuire dall'orientazione d'ogni buca, che varia di poco ma percettibilmente la direzione dell'asse longitudinale, ch'esse sono disposte come a seguire ideali immense circonferenze concentriche.
   Ma quale può essere lo scopo di quegli scavi? Non so formulare un'ipotesi. Somigliano a fossati di fondamenta, ma anche per i più grossi ed alti palazzi che ho visto costruire, le dimensioni al confronto erano una traccia di spillo nel terreno. E poi il numero! Ad immaginarla, consistente parte se non l'intera metropoli potrebbe essere contenuta in quelle buche.

   Per un mese intero non è accaduto niente, l'erba ha cominciato a germinare sugli orli delle fosse, a spuntare come una muffa madida e sporca sulle pareti a picco.
   Una luce in lontananza due settimane fa, intravista per qualche attimo mentre il treno ripartiva, mi aveva fatto sperare che la cortina di mistero che avvolge come bruma le buche, si alzasse. Invece nulla: il giorno dopo di quel bagliore lontano nessuna traccia, né nella direzione dove l'avevo scorto, né altrove. Forse un riflesso, forse il faro d'un'automobile, qualche cacciatore che s'avventurava per un viottolo nella prateria.
   Ho portato con me un binocolo e l'ho usato, suscitando non poco stupore negli altri viaggiatori. Così ravvicinati quegli scavi sembrano ancora più ampi e profondi. E ciò che sospettavo, cioè che si estendessero occupando lo spazio visibile della prateria fino all'orizzonte, s'è rivelato realtà. Non anima viva dovunque, non un mezzo meccanico, una baracca: soltanto una desolata distesa di erba rugginosa ed il volo solitario di qualche uccello.

   È accaduto - quando? ieri? stanotte? - un fatto nuovo. Non ho potuto vedere bene perché il treno stamane s'è rimesso quasi subito in movimento. In una buca, la più vicina alla massicciata, ho intravisto del grigio, una colata di cemento sembrava, sì, del cemento, ne sono certo. Non era uno scherzo della strana livida luminosità che pervadeva la pianura dopo una notte di tempesta.
   Se fosse davvero cemento, significherebbe che quelli sono scavi di fondamenta, che qualcuno sta costruendo là qualcosa. Ma chi? Che cosa? E poi com'è possibile tutto senza un cantiere, senza un deposito per i materiali, i camion per trasportarli, gli operai per preparare le armature?
   È tutto molto irragionevole, come se un sogno, lo stesso sogno incredibile, si sovrapponesse alla realtà puntualmente in quel luogo ogni mattino. Eppure, per quanto assurda possa sembrare la situazione che vivo, di cui mi trovo a far da testimonio involontario, essa è reale, innegabilmente reale. Mi stupisce l'indifferenza degli altri, questo sì. Anche loro vedono le buche ma con occhi distratti, senza interesse senza curiosità per quanto sta succedendo là fuori dal vagone, nella vasta prateria che cinge da questo lato la metropoli.
   - Staranno costruendo qualcosa, altre case, altri palazzoni - stringendosi nelle spalle ha commentato uno una volta, ed a me che osservavo l'inesistenza d'un cantiere, d'una struttura qualunque che indicasse un'impresa al lavoro: - Si sa come vanno le cose in questo paese, si dà il via ad un progetto, lo si finanzia, poi mancano i soldi per completarlo e la ditta sbaracca. Vedrà che prima o poi qualcun altro, qualche costruttore con le mani in pasta si farà dare l'appalto per continuare. Quanto a trovar soldi per lavori, i più inutili, i nostri politici sono bravi, soprattutto se c'è da... lei mi capisce!

   Era cemento, una colata di cemento. Ieri avevo visto bene. La buca più vicina alla ferrovia è riempita quasi fino all'orlo di cemento armato. Dalla superficie spunta una miriade di ferri. Anche altre buche sono riempite o stanno per esserlo. Continuo a non vedere nessun segno dell'impresa che porta avanti i lavori. Vengono, operano, smobilitano, il tutto sembra fatto con molta discrezione. Se non fossi direttamente testimone di quanto sta accadendo nella prateria, lo confesso, stenterei a credere alla veridicità d'un tal racconto fattomi da altri.

   Un'altra settimana è trascorsa senza novità di rilievo. Credo che tutte le buche, ad una ad una, vengano riempite come le prime.
   Col binocolo, che ormai porto nella valigetta come uno strumento indispensabile per il mio giornaliero viaggio alla metropoli, ho scrutato in lungo e in largo la pianura per tutto il tempo che la sosta del treno, di volta in volta in questi giorni, mi ha concesso. Ma ancora niente, nessun segno dei costruttori, ed ormai dispero di riscontrarne mai, magari fortuitamente, uno.
   Ciò che mi chiedo fissamente è che cosa si stia lì costruendo, così immane è lo spazio interessato dalle fondamenta. Aiutandomi col binocolo sono riuscito approssimativamente a disegnare uno schema degli scavi che ora sto cercando d'interpretare, anche se non è facile impresa tenendo conto della necessaria imprecisione nei rilievi delle buche più lontane, spesso nascoste in parte o del tutto dalle irregolarità del terreno o dalla vegetazione d'arbusti, per quanto rada, che macchia qua e là la prateria.

   Ho corretto e ricorretto la mappa degli scavi, verificandola per giorni con quanto riuscivo a vedere dal finestrino, cambiando posto e vagone. Essa è approssimativa ed incompleta, lo riconosco; però conferma l'impressione d'un'orientazione delle buche verso un ipotetico centro ed il fatto che le buche sembrino esattamente susseguirsi disegnando circonferenze quasi concentriche. Se potessi ottenere una rappresentazione completa - troppi, troppi elementi mi mancano ora - avrei la certezza di quella che è solo la possibile ipotesi d'una disposizione a spirale degli scavi. Per quanto abbia studiato e ristudiato il disegno, non ho trovato altra forma geometrica capace di adattarsi a quelle buche. Una spirale che sembra poi - ma, ripeto, troppo pochi sono gli elementi per valutare, - ripiegarsi su se stessa! Di che razza di costruzione possono essere quelle le fondamenta? Non un immenso palazzo, non una torre immane, forse una nuova città...

   Una pioggia battente stamane mi ha impedito di distinguere con chiarezza. Tuttavia m'è sembrato d'intravedere oltre la cortina d'acqua che velava il finestrino, in lontananza rischiarate dalla luce di un lampo delle sagome scure ergersi nella pianura. Hanno cominciato dunque a costruire...

   È qualche giorno che la pioggia incessante batte la prateria. Le sagome scure sembrano moltiplicarsi ed innalzarsi sempre più alte ed imponenti sulla pianura. Un susseguirsi di lampi, di rumori sordi di tuono pervade lo spazio attorno a quelle forme sinistre di cemento: forse è solo l'impietosa rabbia della tempesta che sembra accanirsi su queste terre desolate ai margini della metropoli, forse, finalmente, le luci, i rumori delle macchine, i suoni dei costruttori. Il buio e l'acqua che riga il finestrino, ricamando un velo quasi impenetrabile, m'impediscono di distinguere, di capire. Ho provato ad aprirlo, il finestrino, ma un urlo di disapprovazione m'ha fatto desistere subito. Cosa stanno costruendo? La pioggia non può continuare a lungo, ci sarà pure, presto, una mattina senza pioggia.

   La pioggia continua ormai ininterrottamente da venti giorni. È una pioggia testarda, metodicamente impietosa, a tratti violenta per il vento che soffia da nord più intensamente ogni mattina. Mi chiedo come possano proseguire i lavori là fuori, nella prateria. Perché i lavori vanno avanti: ogni giorno che passa sempre più s'infittiscono le sagome di quegli immani pilastri e sempre più alti essi si fanno illuminati dalle accecanti ramaglie dei fulmini che s'abbattono sulla pianura, sui lontanissimi falansteri, sulla metropoli lucida di pioggia che va rianimandosi.
   Mi è sempre più difficile distinguere bene quanto capita oltre la cortina d'acqua che vela il finestrino. Con l'inverno ormai alle porte, le giornate si accorciano sensibilmente, al mattino è sempre più buio e buio e pioggia congiurano per impedirmi di vedere, di conoscere, di capire cosa sta accadendo là, fuori nella prateria.
   Ho ripreso a studiare la mappa che avevo tracciato, cercando d'individuare le zone dove più s'addensano, s'accumulano quegli scuri fantasmi, per tentare ancora una volta di capire lo scopo di quegli invisibili cantieri in quei campi desolati ai margini della città. Ma l'impresa si fa, ogni giorno che passa, più difficile e non solo per il diluvio d'acqua che ininterrottamente flagella la pianura o per il buio notturno che sempre più si dilata, o per il fatto che spesso sono costretto a cambiare posto o vagone - il treno ultimamente s'è fatto insolitamente affollato, - mutando così l'angolo d'osservazione: semplicemente è impossibile tenere conto dei nuovi pilastri o dell'altezza mutata degli altri.

   La pioggia ha smesso di cadere questa notte all'improvviso. M'ero coricato da poco, la mezzanotte era passata da una decina di minuti, forse venti. Di botto il crepitare delle gocce fuori sulla tettoia, quello scroscio sordo, che per giorni e giorni sembrava inarrestabile, s'era zittito. Un silenzio innaturale pervadeva l'oscurità della mia stanza. Incredibile evento. Mi sono alzato a vedere. Una luna alta, rotonda, illuminava l'orto percorso da cento rigagnoli viscidi serpenti. - Domani mattina potrò vedere - mi sono detto, solo questo mi sono detto, indugiando qualche momento prima di richiudere le imposte e rimettermi a letto.
   Quanto oggi mi appare di là dal vetro del finestrino, ancora segnato da minuscole orme lasciate dalle gocce di pioggia, nella luce timida d'un cielo finalmente terso sulla pianura, - qualche nuvola testarda resta soltanto sui falansteri della metropoli al lontano orizzonte occidentale, - ha dell'incredibile, imponente e solenne ed insieme religioso: una selva enormemente estesa di pilastri, come moderni menhir di ferro e cemento, riempie dovunque la prateria. Nel chiarore dell'alba rosati come dolomie, i giganteschi megaliti cavano dalla memoria l'immagine d'un immane tempio, innalzato, come in tempi remoti dell'uomo, con mezzi misteriosi al pallido sole di questa sterminata pianura.
   Il treno si sta muovendo, posso godere ancora per poco di questo spettacolo che genera in me, dentro, sensazioni indicibili d'entusiasmo misto con un'angoscia profonda che non so spiegare.

   I lavori continuano, impercettibilmente ma continuano. Di tanto in tanto m'accorgo d'un nuovo pilastro oppure della mutata altezza d'un altro. Ma ancora è difficile fare un'ipotesi sullo scopo della struttura globale. I costruttori? Talvolta, nella penombra dell'alba, m'è parso di scorgere tra i pilastri lontani una luce tremula, ma era troppo debole, troppo lontana per non pensarla una stella tarda sull'orizzonte.

   Stanotte è scesa la prima neve. Silenziosamente, come una soffice muffa biancastra ha ricoperto la prateria. Anche stanotte i lavori sono proseguiti nella tormenta: nuovi pilastri, più bassi, sono stati innalzati vicino alla ferrovia, ma non un'orma nella neve, non un segno di attività di macchine, non una traccia qualunque del passaggio di camion o di uomini.
   Forse, finalmente, ho capito che cosa i misteriosi costruttori stanno erigendo nella pianura. La neve mi ha riportato agli occhi il ricordo di altri enormi pilastri, non così immani, certo, ma pur sempre poderosi ed imponenti. Qualcosa di simile a questi giganteschi monoliti di cemento ho visto in una valle dolomitica: stavano costruendo a mezza costa della montagna una strada e, là, dove il tracciato tagliava la valle per ragioni orografiche, un viadotto. Quei piloni nella neve somigliavano a questi, anche se molto tempo è passato da allora posso affermarlo con sufficiente certezza. Una strada... una strada che s'alza a spirale sulla prateria, ai margini della città... che idea assurda! Eppure, per quanto pazza, insensata, irreale l'ipotesi, sento dentro che è così, una strada...

   La strada prende forma, i lavori procedono lentamente ma senza interruzioni, la spirale d'asfalto s'allunga di qualche centinaio di metri ogni giorno, e si alza con una pendenza impercettibile ad occhio sulla pianura. Esaminando la costruzione col binocolo ho scoperto una decina di rampe di accesso sparse lungo il perimetro nella prateria, ma certamente sono molte di più. Non ho ancora capito dove la strada realmente inizi, ma in fondo, anche se scoprissi l'esatto punto cosa cambierebbe?
   Poco distante dalla ferrovia, al termine d'un viottolo di campagna malamente sterrato, s'alza una rampa per raccordarsi alla strada ad una decina di metri da terra, forse ad un chilometro da qui in direzione delle prime case della città. Dopo il raccordo la strada continua la sua insensibile salita assottigliandosi per la prospettiva verso l'orizzonte, per poi ritornare almeno a seguire la disposizione dei pilastri nella mappa di nuovo verso la ferrovia, ormai ben alta rispetto al terreno ed alla stessa rampa d'accesso, come una smisurata scala a chiocciola verso il cielo.
   Non riesco ad immaginare uno scopo per quella strada, perché gli sconosciuti costruttori stiano realizzando un progetto così immane. In verità più e più volte in questi ultimi giorni mi sono posto la domanda, incapace sempre di formulare una qualche risposta, un'ipotesi logica soddisfacente. Ma poco importa ormai. Una mattina, forse una mattina di primavera quando il primo tiepido sole invoglia a smettere gli abiti pesanti dell'inverno, non appena il treno sarà prossimo al semaforo - so che accadrà così, - tirerò il segnale d'allarme e, aperto lo sportello, scenderò incurante delle proteste degli altri viaggiatori e dei richiami dei conduttori responsabili del convoglio, e, scavalcati i radi e bassi arbusti che costeggiano la massicciata, mi avvierò verso il viottolo che porta alla rampa. E salirò quella strada senza voltarmi indietro.


Sergio Fumich
IL BOSCHETTO DELLE CUTRETTOLE
Inedito



   Matteo Bragolo, di buon mattino, come ogni giorno feriale, s'avventurava sul suo cavallo baio attraverso il bosco di Larvaldo per portare la bisaccia colmata di gomitoli di filo alla tessitoria di mastro Neri. L'opificio si trovava nel fondovalle presso il ponte di pietra che superbo scavalca l'inquieto torrente precipitante dalle dirupate cime del monte Muraglione. Il bosco ovvero, per la sua contenuta estensione, il boschetto di Larvaldo, che i valligiani chiamano anche il "boschetto delle cutrettole" per la massiccia presenza in esso di questi passeracei, era per Matteo Bragolo un passaggio obbligato per portare il lavoro delle sue donne - la vecchia madre, la moglie e le tre sorelle - dal casolare, dove vivevano a mezza costa del solatio monte Ciastellone, alla fabbrica. Quella piccola attività familiare di filatura, peraltro ricercata per la qualità anche da altri tessitori delle valli vicine, era per i Bragolo una discreta fonte di guadagno tant'è che essi potevano classificarsi agiati. E Matteo, l'unico maschio della famiglia, svolto quel non difficile mattiniero compito, poteva permettersi di fare il perdigiorno nelle osterie del fondovalle.
   Tuttavia, per le credenze del tempo, non si deve pensare che il compito di Matteo fosse privo d'incognite: passare per il boschetto delle cutrettole, anche se di giorno, era pur sempre cosa arrischiata, ed il nostro, se avesse potuto magari anche allungando la strada, volentieri ne avrebbe fatto a meno sacrificando quelle quattro chiacchiere con l'ostessa dell'Aquila Reale o i bicchierotti di bianco alla Trattoria della Posta.
   I vecchi e non solo i vecchi, - qualche giovane boscaiolo s'aggiungeva infatti al coro, - raccontavano di cose incredibili avvenute in quel bosco, cose terrificanti, indicibili capitate a disgraziati che s'erano attardati tra quelle piante alla cerca dei funghi o per far legna. Parlavano d'improvvise nebbioline che si materializzavano in animali mostruosi, in deformi figure che impedivano ai malcapitati di proseguire il cammino e li rincorrevano fino ai margini del bosco con evidenti cattive intenzioni. C'era anche chi raccontava d'esser stato incantato da maliarde creature femminili, ritrovandosi poi, come fuori da un sogno, in posti affatto diversi e lontani dal luogo dell'apparizione, privi della borsa o del sacco o della scure e, qualcuno diceva, di parte dei vestiti.
   Matteo, udendo quei discorsi, si riteneva un fortunato, avendo fatto e rifatto quel percorso malfamato per anni, e due volte al giorno, senza essere mai incappato in qualche spiacevole disavventura. Vero è che attraversava il boschetto delle cutrettole il più velocemente possibile, quasi senza guardarsi attorno e spronando viepiù il cavallo al minimo rumore che non fosse o il canto d'un uccello o lo stormire delle frasche alla brezza mattutina. Tuttavia la cosa, cioè quel suo andare e riandare senza molestie per il bosco di Larvaldo, aveva certo dell'incredibile per i valligiani e soprattutto tra quelli, che per qualche spiacevole incidente, dove il soprannaturale a ben guardare magari centrava poco o nulla, capitato colà, si ritenevano dei malcapitati e tormentati da potenze oscure, si cominciava a sussurrare, a suggerire il sospetto che egli avesse stipulato qualche sorta di contratto col demonio per ottenerne un salvacondotto che gli permetteva di transitare attraverso il bosco senza affanni. Tutte storie naturalmente, ma alle dicerie è difficile metter freno e ancor più negando.
   Quella mattina, svegliatosi, Matteo Bragolo s'era ritrovato un insolito buon umore, che, rafforzato da una abbondante tazza di cicoria e latte caldo prima di uscire, incontrava nello splendore della giornata, che s'annunciava, un adeguato complemento. L'aria tiepidina, umida ancora di rugiada, odorosa di cembro, allettava il desiderio, se già non fosse stata azione quotidiana doverosa imposta da un contratto, di prendere il cavallo e scorazzare per la valle godendosi il sole e quel cielo terso ed azzurrino.
   Una sorta, dunque, di spensieratezza lo accompagnava lungo il sentiero che s'inoltrava nel bosco di Larvaldo. In presenza di quella straordinaria mitezza della natura, le vecchie chiacchiere su quei luoghi sembravano a Matteo affatto inverosimili, delle fole inventate per stupire nelle lunghe sere d'inverno presso il camino, ciarle da osteria suggerite da qualche bicchiere di troppo. I timori, che in altri giorni lo spingevano a spronare il cavallo per ridurre il più possibile il tempo dell'attraversamento, sembravano dimenticati nella luminosità che pervadeva il bosco quel mattino. Più d'una volta anzi si trovò a trattenere il suo scalpitante destriero che voleva buttarsi al consueto galoppo su quel tratto di strada che s'addentrava nella macchia di larici e pini.
   A quella inusitata andatura, il nostro cavaliere scopriva, quasi ad ogni passo, aspetti nuovi del bosco, scorci interessanti cui non aveva mai prestato occhio. Matteo era affascinato dalla tanta bellezza che lo circondava, sconosciuta prima a lui, che s'era sempre buttato col suo cavallo in uno sfrenato galoppo su quel sentiero per non dar tempo a spiriti e larve di mostrarsi. E grande fu il suo stupore quando arrivò alla piccola radura al centro del boschetto di Larvaldo. Il sole filtrava denso tra gli alti rami dei larici in lunghi fili luminosi che campeggiavano obbliqui sui tronchi e sui cespugli del sottobosco esaltando i loro colori o mutandone i toni in maniera fantastica. Tutto attorno era strano e straordinario, anche le pietre che formavano il fondo del sentiero mostravano grigi e bianchi innaturali, quasi fossero stati ritoccati dal pennello d'un colorista. Matteo Bragolo volle fermare il suo cavallo per meglio guardare intorno, rimirare quella fantasmagoria di luci e colori che lo circondava; era quella la prima volta che sostava nel bosco di Larvaldo.
   Fu così che s'accorse, soltanto nel momento di riprendere il cammino, della grossa serpe grigia che se ne stava aggrovigliata su un sasso lucente, in mezzo al sentiero, al termine della radura dove questa si restringeva cedendo a bassi ginepri, impacciando un tranquillo passaggio del cavallo. La vipera, indifferente alla sua presenza, come una molla di orologio seguendo una sua legge arcana, si arrotolava e srotolava attorno alla pietra gialla lucente che manteneva prigioniera delle sue spire.
   Matteo, non sapendo a cosa risolversi, osservava preoccupato quell'elegante continuo torcersi senza senso del rettile. E così facendo, mentre ancora meditava se scendere o no da cavallo per afferrare un sasso, un bastone o un che d'altro per discacciare la mala bestia che gl'impediva la via, la sua mente concretò che la cosa lucente, con cui la serpe pareva trastullarsi, non era un sasso, una pietra informe di cui il caso s'era servito per selciare la viottola, bensì un corpo rotondo, una sfera. Ed essa, per essere così lucente e splendente, doveva di certo esser fatta di metallo, di metallo giallo, una palla d'oro. Sì! Quella cosa che la vipera serrava nelle sue spire era una palla d'oro puro del diametro di almeno cinque dita, Matteo Bragolo ne era sicuro. Ed invece di chiedersi come diavolo fosse capitata quella palla d'oro lì in mezzo al bosco di Larvaldo, il suo primo pensiero fu d'impadronirsene, avido proposito che immediatamente assorbì totalmente la sua mente nell'escogitare un espediente utile ad allontanare la serpe dalla palla e dal sentiero.
   Così, mentre pensava, i suoi occhi si posarono sulla bisaccia colma di gomitoli di filo, tutto il lavoro del giorno prima portato a termine con fatica e pazienza dalle sue donne.
   - Al diavolo il filo! - si disse il giovane. - Con quella palla d'oro la mia donna, le mie sorelle e la mia vecchia madre possono smettere di sudare la minestra quotidiana su fusi e filatoi. Si può far vita da ricchi e per molto tempo!
   E così dicendo tra sé, cominciò a scagliare contro la vipera i gomitoli che traeva fuori dalla bisaccia. La bestia sotto quel bombardamento improvviso smise quel suo aggrovigliarsi senza fine e si rizzò minacciosa e per quasi tutta la sua lunghezza. Poi, seguitando vicini i tonfi di quei colorati proiettili, s'allontanò strisciando verso un sicuro rifugio tra i cespugli.
   Matteo Bragolo gioiva per la riuscita della sua azione: la serpe aveva abbandonato e sentiero e palla. A vederla ora senza la vipera arrotolata attorno, quella straordinaria sfera luccicante d'oro appariva ancora più grande della prima affrettata stima, ad occhio e croce era alta quanto una spanna. Matteo scese da cavallo e tenendolo per le redini s'avvicinò con molta circospezione alla palla. Della vipera nessuna traccia: sicuramente spaventata dal lancio dei gomitoli s'era nascosta in qualche anfratto lì intorno, dove aspettava che cessasse ogni pericolo.
   Afferrata la palla, che risultò massiccia e pesante più delle aspettative, ma sicuramente d'oro, Matteo Bragolo saltò in sella spronando il cavallo al galoppo verso casa. Ora che stringeva contro il petto quella straordinaria ricchezza, cominciava a ritrovarsi addosso l'inquietudine degli altri giorni generata da quel bosco e dalle tante storie sentite nei villaggi. E più la paura di qualche spiacevole incontro montava in lui, più incitava il cavallo ad arrampicarsi su per quel viottolo che saliva verso il sole e i prati a mezza costa del monte Ciastellone. Temeva soprattutto che un'improvvisa apparizione vanificasse i suoi sforzi e la perdita volontaria dei gomitoli di filo, rubandogli quella palla d'oro che serrava contro il petto e che significava per sé e la famiglia un futuro di agi e di benessere, una nuova vita da ricchi possidenti. Ma ecco la fine del bosco, ecco i prati a mezza costa, ecco laggiù, dietro il piccolo dosso, il fumo della casa. Ancora pochi metri e sarebbe stato al sicuro e con quell'inestimabile gioiello.
   Giunto che fu nel piccolo spiazzo di fronte alla casa, fermò con gran strepito il cavallo balzando dalla sella con agile mossa. Ma prima di entrare esultante con la sua preziosa preda in casa, volle con carezze tributare la propria gratitudine al baio che con quella corsa sfrenata l'aveva tratto fuori dai possibili pericoli del bosco di Larvaldo. E così facendo volle anche lisciare la lunga coda che gli sembrava alquanto ingarbugliata. Terrificante fu il grido ch'egli lanciò non appena ebbe allungato la mano verso la coda. Le donne in casa, intente al quotidiano lavoro, non avevano fatto caso al cavallo, ma udito l'urlo si precipitarono fuori. Dieci occhi videro allora Matteo Bragolo a terra con gli occhi sbarrati, morto, ed una vipera che si allontanava trascinando con sé dietro un sasso giallo.



Sergio Fumich
ESSE EST...
Inedito



     Per scrivere - te lo confesso, Gilberto, - sempre più spesso uso il computer. Il computer non è come la carta bianca che s'innamora d'inchiostro, mantide bigotta sempre in attesa di succhiare pensieri lasciandoti dopo scheletro vuoto di simboli alfabetici.
     Perché la carta bianca, Gilberto, è uno specchio che segni con le impronte di grasso delle dita, col respiro della tua anima, dove ti leggi, dove non puoi fare a meno di leggerti il verme che sei, l'insetto che picchia e ripicchia cocciuto contro il vetro d'una terra bolla infrangibile di sapone, per uscirne. E le strisce di bava nero-seppia che ti lasci dietro, alle spalle d'ogni tuo attimo, che tu pensi parole, essa assorbe avida come polvere assetata, deserto di sabbia che ti diverti ad arare e seminare pensando a campi di grano. La carta bianca è una petraia che puoi rigare e graffiare con la pazienza dell'acqua: come pietra calcarea lascia fare ma, intanto, conserva le tracce del tuo smarrimento per processarti col rimorso di sogni traditi voltato l'angolo d'un altro giorno. Perché la carta bianca ha modi da severa coscienza, ti rinfaccia per sempre le indecisioni, gli errori, i ripensamenti. Conosce tutta la storia delle tue parole, delle tue frasi, e te la spiattella impudente, talvolta è sgradevole come una vecchia comare, persino crudele. - Il briccone! Rimasticava, rimescolava, rimestava, rimangiava, rimetteva, il mascalzone! frasi, ma che dico frasi, parole, aggettivi, sconcezze, avverbi, perfino i verbi, il bandito! E le macchie? Che macchie, che cancellature, ghirigori disegni sudici! Quanta spazzatura, signori miei! Oscenità semplicemente oscenità! E la calligrafia? Guardate qua e qua, a questa pagina e poi a quest'altra l'ultima riga. Un pazzo! un sognatore! un eversivo! un poeta? Più pericoloso che mai! In catene! rinchiudetelo, rinchiudetelo, per carità!
     Il computer, Gilberto, è un affezionato servitore, un confidente discreto. Col suo sorriso luminoso ti sussurra parole negli occhi; con un punto, uno solo, - gran ciarlatano in questo, ne convengo, ma un goccio di ciarlataneria, m'insegni, non guasta - ti dà l'illusione di segni alfabetici che tu credi di scrivere col verde-monitor di inconfessate speranze. E poi ti è complice nel far sparire ogni traccia di debolezza, e ti ricorda soltanto quanto tu vuoi ricordare... quando lo spegni è una tomba.
     Da qualche tempo gli affido ogni mia cosa, verso, aforisma, racconto, poesia. Tutto il mio universo è graffito con l'esoteriche rune del magnetismo nel sottile strato d'ossido ferroso che copre la superficie di fragili dischi. Lo confido a te che mi sei amico, che con pazienza infinita mi leggi anche nelle più piccole cose, t'interessi al mio mondo, questo cubo di sogno che m'imprigiona senza pareti. Lo confido a te perché io domani non svanisca nel nulla, come sogno al risveglio, d'un colpo con un indifferente "FORMAT A:" dato da mia figlia per metterci Pacman, sui dischi.


Sergio Fumich
TAMBUR & RIGULISSIA A LOD
Dialoghi in dialetto casalino

Apparsi sul quotidiano Il Cittadino di Lodi nel 1991


Nella primavera del 1991 il quotidiano Il Cittadino di Lodi pubblica nella pagina dell'arte otto dialoghi in dialetto casalino su questioni di attualità locale con il titolo "Tambur & Rigulissia a Lod". Li firma tale Mosè Cifrughi, un evidente pseudonimo sotto cui si cela Sergio Fumich. Mosè Cifrughi ` l'anagramma del nome e cognome dell'autore.
L'invenzione dei due personaggi è antecedente all'uscita dei dialoghi sul quotidiano lodigiano. Un primo dialogo dal titolo "Piciu paciu en Cumün" era apparso nel primo numero del foglio locale di Brembio "el nost Pais" nel maggio 1978. L'idea era quella di farne una rubrica fissa, ma non si andò oltre il primo numero del mensile. Nel numero 9/10, anno II, settembre/ottobre 1979, Tambur e Rigulissia fecero una nuova brevissima apparizione per annunciare una nuova rubrica di satira dal titolo "el MAL Pais", ma la rubrica fu fatta senza i due personaggi.

I dialoghi:

Da el Nost Pais: Numero 1, anno I, maggio 1978

Da el Nost Pais: Numero 9/10, anno II, settembre/ottobre 1979

Da Il Cittadino: Dialogo del 28 marzo 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 4 aprile 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 12 aprile 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 19 aprile 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 25 aprile 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 3 maggio 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 10 maggio 1991

Da Il Cittadino: Dialogo del 17 maggio 1991




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