Sergio Fumich è nato a Trieste nel 1947. Ha svolto attività pubblicistica dal 1978 al 1995 come collaboratore del quotidiano di Lodi Il Cittadino. È stato direttore responsabile di alcuni fogli locali e della rivista di poesia Keraunia. Ha pubblicato libri di poesia e di racconti, libri di fotografia e grafica, libri ed opuscoli divulgativi.

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KERAUNIA

Rivista di Poesia


E coloro che sono stati visti danzare erano ritenuti pazzi da coloro che non potevano ascoltare la musica.

(Friedrich Nietzsche)


Sergio Fumich
GLI EDITORIALI DI KERAUNIA


MA I POETI LEGGONO POESIA?
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno II, numero 5, agosto 1992.


A Salom Ben-Chorin, che a Gerusalemme le chiedeva un giudizio sui poeti dell'espressionismo tedesco, Else Lasker-Schüler rispose candidamente, e senza alcuna malizia, che, conoscendoli tutti personalmente, non vedeva perché avrebbe dovuto leggere anche i loro libri. Certamente, si potrà dire a commento dell'aneddoto che la poetessa tedesca, creatura dotata di una eccezionale energia fantastica, ma assolutamente incapace di formulazioni teoriche, non ebbe un rapporto cosciente coi problemi della poesia del suo tempo e che la rivoluzione espressionista fu per lei non più che un'avventura della favola che aveva deciso di vivere; tuttavia l'aneddoto si presta anche ad una sua estrapolazione per dire di una curiosa situazione dell'oggi.
Su una rivista d'attualità culturale Gesualdo Bufalino qualche anno fa lamentava che, considerando il numero di copie vendute di un libro di poesia, che sono così poche anche quando si tratta di grandi poeti, venga spontaneo dedurre che neppure i poeti in Italia comprano libri di poesia. Si dirà che i poeti preferiscono tenersi aggiornati su quanto si muove in poesia leggendo le riviste specializzate, che sono più di quante il profano potrebbe supporre; ma si è subito smentiti dai piagnistei di chi tiene la cassa: una rivista di poesia non è un'impresa economica che porta profitti, e, a meno di non avere qualcuno di quelli che Salvatore Di Marco in un editoriale del "Giornale di poesia siciliana", un mensile coraggioso di poesia dialettale, chiama "santi del paradiso", essa si regge faticosamente su stampelle continuamente rabberciate da pochi sostenitori.
È inutile, dunque, lamentarsi quando un editore chiede un contributo, talvolta anche cospicuo, per pubblicare un libro che non ha mercato. Avesse anche i pregi della Commedia di Dante, avrebbe comunque una vita effimera sui banconi dei librai, neanche il tempo di patinarsi di polvere, per far subito spazio all'invadente spazzatura usa e getta della grande editoria. Questo lo sa l'editore, lo sa anche l'autore sebbene si illuda sempre che al suo libro tocchi una sorte diversa, benefica. La morale è evidente: il poeta che vuol vendere cominci a comprare (e possibilmente non i propri libri). Se le statistiche non mentono sul numero di autori di poesia, il desiderato mercato sarebbe bell'e creato.


SO DI RIPETERMI
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno IV, numero 15, aprile 1994.


Pasolini rispondendo sul settimanale "Tempo" alla polemica di Ugo Casiraghi sulla sua presenza alla contestata Mostra di Venezia del '68 col film "Teorema", tra l'altro scriveva: "Ecco: non si potrebbe mai dire produrre un libro (parlo di un libro d'autore, per cui la parola produrre, anche in senso metaforico, sarebbe offensiva): si dice fare un libro. Io faccio un libro senza bisogno di produttori: me lo faccio da me, in casa mia, con la mia penna, sulla mia carta, come un vecchio artigiano che fa vasi, sedie, stivali. (...) Una volta fatto un libro, esso c'è: è una realtà. Potrei, con pazienza, artigiana, ricopiarmelo una trentina di volte, e i trenta lettori così raggiunti farebbero della mia opera una realtà poeticamente e socialmente completa (magari in attesa di fortune maggiori). L'editore, cioè l'industria culturale, interviene non per fare il libro, ma per pubblicarlo e lanciarlo. Quindi io, se voglio, posso con un solo rifiuto, semplicissimo, liberarmi di ogni ingerenza industriale e nella fattispecie capitalistica. Ciò mi consente allora di poter fare del moralismo (non fanatico e inutile); per esempio mi consente di ritirare il mio libro dallo Strega, per protestare contro l'industria culturale che pubblica e lancia dei libri mediocri, e, attraverso la réclame e ogni sorta di sopraffazione sovverte il reale ordine dei valori letterari. La mia protesta ha senso, perché io non ho bisogno degli editori, posso, se voglio, non compromettermi con loro; ne sono libero."
Nelle righe, dunque, evidente è la polemica sulla qualità del pubblicato in Italia che assume patina d'eterno. Non va taciuta, tuttavia, la schizofrenia di tanti autori, capaci, pur di vedersi stampati, di mille salti mortali, fino a svenarsi, che pretendono per sé un mercato librario distinto da quello della carta da macero, spesso troppo spesso non concorrendo affatto a crearlo.
È bene qui affermarlo: più utile spesso è l'ascoltare (cioè il leggere). Ripetere, pur di parlare (di scrivere), infiniti luoghi comuni, serve solo a dare l'impressione che questa umanità non abbia più nulla da dire. Fors'anche è per questo che sugli scaffali va per la maggiore Giobbe Covatta.


CONSAPEVOLI DEL RUOLO
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno IV, numero 16, giugno 1994.


La poesia è una particolare forma di comunicazione e come tale ha una funzione primariamente sociale. Ciò che viene socializzato dall'autore è la propria interiore rappresentazione dell'universo attraverso un'azione che ha per motore l'individuale ricerca estetica dell'artista. Il gesto artistico è comunque il fondamentale carattere che fa di una scrittura, seppur di buoni onesti ed invidiabili sentimenti, una poesia.
L'uso originale del linguaggio come strumento di costruzione estetica del messaggio permette di trasmettere al lettore informazioni che trascendono il razionale quotidiano, il già masticato per cui è sufficiente un buon brano di prosa: la poesia trasmette sensazioni, intuizioni aperte, connessioni possibili non ancora risolte, che stimolano il ricevente in un'attività di assimilazione/trasformazione/razionalizzazione che è godimento estetico. La forma quindi è essenziale quanto il contenuto, il messaggio, perché anch'essa è il messaggio, è informazione: dunque, non può essere trascurata, messa da parte, buttata come un'incommestibile buccia.
Non ci si improvvisa poeti né bastano poche righe d'inchiostro su di un foglio, sicuramente piene d'intimo elevato sentire, per garantirsi l'approvazione del mondo. Una poesia effettivamente vive nell'altro, in chi legge, in relazione della qualità, intrinseca quantità e novità d'informazione che contiene. La funzione del poeta, dunque, come quella d'ogni altro artista, consiste, per la particolare sensibilità che lo pervade, nel cogliere in ciò che lo circonda aspetti inusitati, non esplorati, non ancora pensati, nuova conoscenza insomma capace di aumentare o aggiornare il patrimonio di sapere sociale dell'umanità.
La consapevolezza di questo compito dovrebbe radicarsi in chiunque un giorno qualunque decida d'imbarcarsi nel viaggio senza ritorno del far poesia. Solo la consapevolezza d'un proprio ruolo sociale insostituibile può salvare la poesia dal naufragio irreversibile verso cui è menata dai richiami delle seducenti sirene di questa berlusconiana società dell'apparenza e del consumo per il consumo.


LAVORI IN CORSO
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno IV, numero 17, agosto 1994.


La prima avvisaglia si è avuta in aprile con Combat film. S'è detto che è stato un maldestro tentativo di proporre un'altra storia cinicamente servile, compiacente verso i nuovi potenti. Ma ricordate Minoli e le sue volute panzane sul referendum istituzionale del '46? Da tempo attraverso il medium televisivo si sta lavorando al progetto della creazione di una neo-storia, per dirla con Orwell, che dimentichi tutti gli avvenimenti di riscatto, di lotta per il progresso sociale dell'umanità contro l'autocrazia, l'oligarchia dei potentati economici, il capitalismo più becero, portabandiera della negazione dei valori umani di solidarietà, di giustizia sociale, di libero sviluppo dei popoli, di pace. Ciò che non si conosce non è mai accaduto. E poco consola l'attenuante osservazione che libri e documenti comunque sono là a testimoniare la realtà degli eventi. I geometri bizantini usavano per pi greco un valore inferiore a 3, eppure l'antica sapienza, che dava un valore ben più esatto, restava nei vecchi testi.
Sempre Orwell c'insegna che un'idea, un concetto possono sopravvivere solo se ci sono le parole adatte alla loro espressione. Il potere in 1984 era intento a costruire quella neo-lingua capace di cancellare dalla memoria collettiva quanto non s'allineava ai precetti del grande fratello, semplicemente bandendo dal linguaggio le parole capaci di trasmettere i concetti sgraditi. Il linguaggio del medium televisivo soprattutto nella sua espressione più precipua, quella pubblicitaria, non si sta forse imponendo in un simile ruolo d'imbonitore/custode del nuovo vangelo berlusconiano e del mondo di fiaba ch'esso propone? Basta occhieggiare, mantenendo la lucidità critica, le trasmissioni d'intrattenimento che fanno a gara con gli spot nell'abuso del nuovo linguaggio, per capire che Orwell, nel predire l'avvento del grande fratello, ha sbagliato in una sola cosa: nel pensare, cioè, che sarebbe stato il socialismo reale a generarlo. Il fascismo (neo o post che sia) prima strisciante, ora concreto ha aperto da tempo i cantieri. I lavori sono in corso!


DIRETTA CON FILTRO
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno IV, numero 18, ottobre 1994.


2 agosto 1994. Berlusconi alla Camera. Diretta televisiva Rai interrotta, sic et simpliciter, dopo due ore quando ancora numerosi erano gli interventi. Leggo sui giornali il giorno dopo. Ma io ascolto la radio. Radio Rai perché sono in una località di montagna dove Radio Radicale non si sente. Danno live sua Emittenza. Poi basta. La diretta va somministrata a piccole dosi -- pensano in Rai, -- se no, quanti cervelli in ebollizione! E lo shock di trovarsi in balìa dei propri giudizi dove lo mettiamo? Una responsabilità troppo pesante. Berlusconi è fin troppo. Dunque solo riassunti dopo, magari quattro chiacchiere da osteria e -- perché no? -- un po' di musica. Non guasta mai. Questo è servizio nazional-popolare!
Mi domando: e se fosse questa Rai a fare Radio Parlamento? Così vecchia da non capire che la gente -- noi tutti! -- non ha più bisogno di sacerdoti, d'intermediari del verbo politico. Così arrogante da non sapere che servizio vuol dire mettersi a disposizione e non disporre. No! per carità, no! Impediamo un'altra fesseria.
Da anni in Italia Radio Radicale svolge proprio quel servizio e bene. A detta di tutti. Certo, da sempre Pannella è scomodo. Come il grillo parlante. A destra e a sinistra. Se non gli si perdona qualche sgarbo o forse uno sgarro, passi pure una punizione, ma evitiamo il masochismo. Abbasso Pannella, se volete, ma W RADIO RADICALE! e a Radio Radicale si dia dunque quello che di Radio Radicale è. Finalmente!


note & polemiche
GLI SCEMI DEL VILLAGGIO
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno IV, numero 18, ottobre 1994.


Forse è l'ora di smetterla. Smettere i confronti di civiltà tra Italia e U.S.A., tra Europa e U.S.A. L'America! Quanta propaganda di civiltà per promuovere modelli più adatti a sfrenare i consumi. Consumo dunque sono uomo. Questo il messaggio subliminale della Tv commerciale. Continuo, incessante. Goccia d'acqua che scava in profondo. Soprattutto nei giovani. I giovani d'oggi! Viziati, coccolati, drogati, terrorizzati dall'Aids, che si annichilano nelle discoteche, che sfidano la morte sulle strade o la danno a colpi di sasso, per gioco, come in un videogame. Macchine da consumo senza più anima. Forse.
L'America. Quell'America che si è ingrassata sul genocidio dei pellerossa e sulla schiavitù dei neri. Che ha inventato il Ku Klux Klan e il maccartismo. Che ha usato la bomba atomica. Dove i poliziotti bianchi picchiano i neri per il solo fatto che sono neri. Dove si spara ai medici abortisti. Dove la giustizia gassa o fulmina con scosse o con un'iniezione Caino. L'america del Vietnam e del Cile. L'Amerika di Nixon, di Reagan, di Bush. L'America dell'embargo contro Cuba. L'Amerika di Clinton. Anche questo è America. Dio ci salvi dall'America civile.
Forse è proprio l'ora di smetterla. Smettere di rinunciare ad una storia millenaria per gl'insegnamenti di chi non ha storia. Smettere di ingozzarci di schifezze nei Mc Donald's. Smettere di leggere mattonosi voluminosi insipidi replicanti best-sellers, o solo di comprarli perché fa moda. Smettere di sbavare per le insulsagini delle soap-opera. Smettere. Smettere insomma di ritagliare per noi sempre, nella commedia dei popoli, il ruolo degli scemi del villaggio globale. Ed essere italiani. Alla faccia di Forza Italia!


BUONI CATTIVI INESISTENTI
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno IV, numero 19, dicembre 1994.


Riprendo da Sartre le parole di Paulhan: "Tutti sanno che esistono oggi due letterature: quella cattiva, che è del tutto illeggibile (ma la si legge molto), e quella buona, che nessuno legge". Forse il verbo "legge" andrebbe sostituito con "compra". Ma comprare oggi non sottintende necessariamente l'uso finale adeguato. Quotidianamente siamo spinti dagli imbonitori televisivi all'acquisto di cose idiote, superflue, quando non inutili, che non useremo mai. Del resto è vendere ciò che interessa all'editore. Che il compratore usi quell'oggetto di carta come libro, come soprammobile o come rotolo da toilette, non gli fa differenza. E se magari riuscisse a vendere brossure di pagine bianche, allora sì che si sentirebbe imprenditore realizzato. Parliamo naturalmente della grande editoria. Grande per dimensioni economiche, grande nel riempire di merdacce (ops!) le librerie. Il piccolo editore ha risolto i suoi problemi non vendendo (sic!). Perlopiù. Esistono ancora rari Editori angustiati e strozzati dalla distribuzione che riescono a proporre controcorrente percorsi culturali. Ma di questi, qui non diremo.
L'idea commerciale che muove il piccolo editore tipico è la seguente. Il signor X sollecita la pubblicazione del suo manoscritto. A chi interessa? All'autore, ai suoi parenti, ai suoi amici, ai suoi vicini, ai suoi compaesani forse. A chi altro? Silenzio. Dunque: tiratura non più di 100-150 copie (così non si pone il problema dello stoccaggio); ricarico del 100% minimo sul costo di tipografia, ovviamente sostenuto dall'autore; vendita all'autore mascherata (in cambio del costo del contratto di edizione) o diretta (dopo aver concesso una decina di copie gratis come diritto d'autore) e più spudorata (perché mai non spremere l'autore come un limone?); di distribuzione in libreria ovviamente non se ne parla (un costo inutile e del resto la probabilità di vendere una copia è zero). L'autore è contento: può vantarsi d'essere scrittore o poeta vero, scriverlo (perché no?!) sul biglietto da visita. L'editore è felice: grazie al gonzo l'attività editoriale va avanti. Tutto bene, dunque! E no! non ancora. Un libro deve essere recensito! Che fare? Si può mandare il libro a riviste specializzate. Benissimo. Ma se si sono risparmiate le 400-500 mila lire di una pre/postfazione di un critico noto o d'un docente universitario, quale redattore mai darà un'occhiata al libro? Per recensirlo dovrebbe leggerlo. Se il prefattore ha nome, si sa, basta riassumerlo, si va sul sicuro. Forse si può provare con un contributo sostenitore. Ma allora? Di mandarlo ad un quotidiano naturalmente non se ne parla. Ci vuole ben altro che un contributo sostenitore! Dio che disgrazia. Un libro non recensito non è un libro. Ecco, idea!, forse il prete dell'oratorio può dare una saletta per una presentazione, o la biblioteca rionale, magari gratis. Attività culturale che non costa si fa sempre volentieri. E così un articoletto sul giornale della parrocchia o del quartiere forse ci scappa. E magari due parole sul libro, magari proprio quelle suggerite di propria mano nel comunicato stampa (costo qualche fotocopia). Che felicità! Si passa alla storia. Alla storia della letteratura. Della letteratura inesistente.


AFASIA DA FASCISMO
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno V, numero 20, febbraio 1995.


Rileggendo Rivus Niger di Gennaro Grieco (Keraunia/Notebook n. 8) la mia attenzione è stata affascinata dal lessico usato, dalle molte parole capaci di descrivere la scomparsa civiltà contadina di cui la nostra generazione ha potuto assaporare gli ultimi attimi prima che venisse travolta definitivamente dalla società industriale e poi cancellata da questo vuoto tempo dei media e dell'effimero che non porta alla felicità ma all'ebetudine, a una sorta di lobotomia surrogato di quella.
Comunque, dicevo, anch'io ho avuto la fortuna di vivere momenti nell'infanzia sufficienti a stampare nel ricordo la nostalgia di un paradiso terrestre perduto. Ma non ho le parole giuste per descriverlo. Non ho le parole perché mi è stato negato il suo linguaggio, quel linguaggio -- il dialetto croato di Lukezi, -- di cui adesso vado raccogliendo le ultime spoglie e preparando un vocabolario, ma che non potrò mai dire mio perché non l'ho mai parlato, né lo so parlare, perché non è la mia lingua, anche se è la lingua di mia madre.
Forse perché nella gente croata dell'Istria il legame spirituale con Zagreb non è così forte come quello degli sloveni per Ljubljana -- sono istriani prima che croati così come i triestini sono triestini prima che italiani, -- durante il fascismo e nel dopoguerra, soprattutto in ambiti di predominanza veneto-istriana, non veniva osato l'orgoglio della propria lingua, adattandosi in molte situazioni anche in famiglia particolarmente in situazioni miste, ad adottare la lingua dominante. Così fu che in casa della nonna ero uno straniero bisognoso d'un interprete, mentre mio cugino, lui sì conosceva le due lingue.
Pur non avendo vissuto il fascismo, dunque, porto in me una traccia dei suoi sopprusi in terra istriana, una retinatura della memoria storica, un furto culturale ai danni di più d'una generazione in quella terra. Il fascismo ha anche questa colpa.


CI CONSENTA
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno V, numero 21, aprile 1995.


Dalla caduta del muro il gallo di Pietro ha cantato più e più volte.
Quasi una rincorsa a chi è più bravo nel rinnegare le proprie idee, i propri ideali, quegli ideali di progresso umano e civile, di riscatto, di lotta per la giustizia sociale, per un domani più vivibile, senza distinzioni, discriminazioni, senza sopraffazione, finalmente in pace, quei movimenti rivoluzionari che hanno fatto grande questo secolo e degno, nonostante l'abominio delle guerre mondiali capitaliste, l'olocausto.
E ancor più si rinnega di questi tempi, per non esser indicati dal sorriso di nailon del Cavaliere con la parola comunisti, quasi fosse un insulto indelebile, un marchio a fuoco d'infamia.
È vero, è crollato il muro del socialismo reale minato alle radici dalle mafie orientali, lobotomizzato dalle sirene del consumismo occidentale. È crollata una realizzazione assurdamente troppo disumana nella sua evoluzione. Non è morta un'idea, che resta, che deve restare: da millenni l'umanità si muove verso la realizzazione piena dell'Uomo, anche se con bruschi stop, inversioni. Forse siamo soltanto usciti alla fine dal feudalesimo e questi post-qualcosa non sono altro che l'alba del purificato e realizzato capitalismo.
Se così è, la lotta finale comincia solo ora.


LIBERTÀ DEL/DAL
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno V, numero 22, giugno 1995.


Non c'è parola più abusata dalle forze della destra politica della parola libertà. Libertà è una parola magica che evoca nei più desiderio di emancipazione dal servaggio che sotto forme diverse rappresenta le catene di buona parte dell'umanità dai tempi delle antiche società schiaviste. Certo è che bisogna intendersi sul termine. Nessuna parola è un assoluto, che vale per tutti, che indica cosa intesa nello stesso modo da tutti. Certo è che la libertà del Cavaliere non è quella dell'operaio, dell'impiegato, del pensionato, della casalinga. Libertà, per quest'ultimi, significa libertà dai sopprusi, dalla sopraffazione di pochi, ricchi e potenti, possibilità di vivere con i frutti del proprio lavoro senza sfruttamento e taglieggiamenti a man bassa, democrazia, pari dignità per tutti, per tutti diritto a ciò che con una parola sola disusata possiamo definire felicità. L'altra libertà è quella che il ricco, potente, vuole per sfruttare, rapinare il povero, il debole, per ingrassare già grasso parassita col sudore, il sangue degli ultimi della terra. La libertà di pochi fondata sull'asservimento di tanti. La libertà dei padroni, non la libertà dai padroni.
La poesia ha canali sotterranei che arrivano lontano, vie di comunicazione impensate e sconosciute. Chi lascia la sua poesia nel fiume dell'umanità non sa immaginare dove, come una barchetta di carta lasciata alla corrente, il suo messaggio finirà per approdare. Spesso a distanze incredibili dopo esser passata di mano in mano. Dunque, in questa società che sta involvendo verso la disumanità, noi poeti, sconosciuti, disprezzati, disadattati della società dei media e dell'apparenza, i sopravissuti dei sentimenti migliori di giustizia, di verità, possiamo dobbiamo unirci in un unico canto, all'unisono, per reclamare il diritto dell'uomo, di tutti gli uomini, ad un futuro libero in una società di uguali, dove fratellanza e solidarietà con i più deboli siano non più soltanto idee o bandiere, ma azioni guida dello sviluppo. Un compito immane, ma abbiamo strumenti e cuore per sostenerlo.


BUZZATI E IL DESERTO
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno VI, numero 26, gennaio/febbraio 1996.


Dino Buzzati è stato uno scrittore sufficientemente trascurato dalla critica. Forse perché troppo borghese, forse perché non gli si è mai perdonato a sinistra quel periodo al Corriere in cui, continuando, per disinteresse verso la politica, con grande onestà intellettuale il suo mestiere di giornalista, appariva un collaborazionista dei repubblichini.
Buzzati -- ce lo ricorda Domenico Porzio nell'introduzione al libro Cronache terrestri -- scriveva ne "La formula": "Di chi hai paura, imbecille? Della gente che sta a guardare? Dei posteri, per strano caso? Basterebbe una cosa da niente per riuscire a essere te stesso, con tutte le stupidità attinenti, ma autentico, indiscutibile. La sincerità assoluta sarebbe di per se stessa un documento tale! Chi potrebbe muovere obiezioni? Questo è l'uomo, uno dei tanti se volete, ma uno. Per l'eternità gli altri sarebbero costretti a tenerne conto, stupefatti."
Forse questo. Forse Buzzati è riuscito ad essere se stesso, a sottrarre da sé tutte le finzioni, le stravaganze che fanno audience, i conformismi, i compromessi con la cultura ufficiale, le cause insomma di quelle possibili manipolazioni che piacciono così tanto ai critici. Lo si può intendere dalla sua biografia, leggerlo nella sua pittura e nella scrittura.
In questo numero della rivista ricordiamo la sua opera più famosa ed il tema dell'attesa, con dei brani tratti da quel libro ed altri testi, con delle testimonianze e con dei documenti. Vuol essere questo solo un primo passo nella riproposta dell'opera dello scrittore bellunese di nascita, milanese di adozione che ha saputo affascinare generazioni di giovani -- riproposta che intendiamo continuare in futuri numeri di Keraunia.


SENZA TITOLO
da: Keraunia - Rivista di Poesia
Anno VI, numero 29, luglio/agosto 1996.


Oggi, che il detto evangelico "non sappia la destra cosa fa la sinistra" è sempre più salutista e preventivo -- già la destra rischierebbe di crepare d'invidia! --; oggi che si rivive, in una versione più ipocrita, il berlinguerismo e il lamismo dei sacrifici di buona memoria -- perché la classe lavoratrice dipendente italiana deve mostrare al mondo il suo senso di responsabilità svenandosi nel mantenere a livelli altissimi la rendita parassitaria, ogni speculazione magari con l'inevitabile tangentazione (brutto neologismo, d'accordo, ma non per motivi linguistici), i patrimoni di famiglia dei beceri, inetti e altrimenti incapaci nostrani grandi capitalisti, nonché i privilegi osceni dei loro servi portaborse e portamicrofono, bracci armati di penne, telecamere e deleghe carpite alla buona fede e all'ingenuità del Lumpenproletariat italico --; oggi che la autodefinita democratica sinistra prosegue sulla tunisina via delle tasse sempre più pesanti sempre più ingiuste sempre più assurde sempre più vigliacche -- con quali soldi può un povero cristo di pensionato, che ha lavorato una vita per comprarsi uno straccio di casa, conservarsela oggi, finché è in vita, pagando i maramaldi balzelli ideati dalla prodaglia che fino a poco fa pagava un affitto di due lire per case al confronto principesche e non certo di periferia? --; noi che abbiamo votato Ulivo credendo all'avverarsi di una favola ascoltata tante volte all'ombra di bandiere rosse al vento; noi intellettuali di sinistra non allineati e coperti, border-line se volete, che siamo soliti respingere gl'inviti fascinosi di portare il cervello all'ammasso in cambio di notorietà e successo, magari anche solo tra i compagni; noi abbiamo deciso di non tacere, ma di urlare il nostro disgusto, la nostra rabbia ai quattro angoli del mondo con manifesti volantini lettere fax internet e ogni altro medium che ci permetta di divulgare la denuncia del tradimento, lo smascheramento del progressismo in doppio petto che nasconde -- col debito filtro storico -- quella stessa politica che ha portato altri a sparare coi cannoni sugli operai in piazza, che ha portato altri a inviare masse di braccianti nelle trincee del Carso, che ha portato l'Italia nell'ultima guerra -- e ora si va in Europa! W l'Europa delle tasse e dei sacrifici, W l'Europa dei capitali e dei capitalisti! In fin dei conti i popoli sono solo un accidente, purtroppo.

PEGGIO DI CRAXI

PEGGIO DI AMATO

BEH, RAGAZZI

DOVEVAMO ASPETTARCELA

VOTANDO ULIVO

DI VEDER ARRIVARE PRIMA O POI

IL GOVERNO DEL FRANTOIO


Sergio Fumich
PRESENTAZIONE DEI POETI VINCITORI
il premio Keraunia Estate 1994

in: Keraunia - Rivista di Poesia.



TRATTI ASTRATTI di Massimiliano Gesualdi
Terzo premio ex-aequo
in: Keraunia, Anno V, numero 21, aprile 1995

Forse l'incipit può sconcertare con quella matematica saccenteria nel pretendere una dimostrazione dell'inutilità del Sogno. Ma il pessimismo smorza subito perché più spesso il temporale è solo parole troppo rumorose. Del resto, che senso avrebbe il tendere alla propria completa realizzazione -- tanto che la morte spaventa non come annientamento, ma come interruzione -- se tutto fosse niente, o peggio, cosa che non val la pena di vivere? È la completezza il bene da raggiungere. Affermazione senza presunzione però, perché è non bastante certezza se poi di nuovo tutto fosse da capo. Non basta scrivere fingendo d'esser grandi -- dice Gesualdi. Grandi, adulti. E il fanciullo che è in noi è la salvezza: Dio è la somma di tutte le volte che sono stato felice. Quasi un motto per la sua divisa. L'allegro fanciullo che s'incanta d'un incontro di sguardi, che non si cura dello scandalo del mondo, che non lascia orme dietro. È l'allegro fanciullo che ci fa andare oltre, vincitori sul mondo, che ci fa sempiterni. La poesia di Gesualdi colpisce, colpisce per la freschezza, il nitore del verso, per l'efficacia della semplicità formale, per l'armonico sviluppo delle immagini, che vestono il messaggio di forza evocativa, capace di richiami, di indotti intimi riconoscimenti.


CADE IL VENTO di Alvaro Zonda
Terzo premio ex-aequo
in: Keraunia, Anno V, numero 22, giugno 1995

Milano dai mille volti, la Milano da bere di piazza Duomo, via della Spiga, via Montenapoleone, la Milano delle periferie, di falansteri enormi, di aree industriali dismesse dove brulica una vita di miseria e di emarginazione in una babele di lingue e culture, la Milano di ringhiera delle ultime vestigia della morta civiltà agricola lombarda: un crogiolo di mille voci possibili.
Da questa realtà metropolitana si alza il canto di Alvaro Zonda, velato della malinconia d'un eden possibile mai vissuto, ancora cercato sognato perché l'uomo ha in sé il seme di quella felicità che mai riesce a raggiungere, che pur sempre si nega. Ed il sogno appare il riscatto, il mantenersi giovani e custodi di speranze d'eternità in un mondo di troppe persone indifferenti, di solitudini, di paure, di cammini di pianto. Sullo sfondo la periferia con le sue inquietudini, i suoi labirinti di rumori e divoci, confine, limite, segno della pianura che si apre mostrando immensità di mare.
Alvaro Zonda nella sua poesia raccoglie, fa propria la lezione dei grandi del Novecento, Ungaretti, Saba, Penna, Montale, soprattutto Montale, sviluppando con la sapienza delle immagini e la ricerca della parola una scrittura capace d'incanti, ricca di sensazioni, impressioni, evocazioni, sempre fresca, piacevolissima.


QUINTETTO di Giovanni Bottaro
Terzo premio ex-aequo
in: Keraunia, Anno V, numero 23/24, agosto/ottobre 1995

A prima vista può colpire la sola idea (non nuova però) di attualizzare la propria poesia dandole quella veste quotidiana delle colonne tipografiche perfettamente giustificate dei giornali. Forse per renderla più ampiamente familiare, amica ai più, oggi, dove carta stampata è strettamente sinonimo della editoria di riviste e periodici ed i lettori di poesia, specie neanche protetta in via di estinzione, sono contenibili in un database di qualche decina di kilobyte.
Ma la finzione formale è subito scoperta. Bastano le poche righe degli incipit che subito traspare la ricca musicalità delle forme classiche del verso, endecasillabi e martelliani, camuffate e mimetizzate in quella sorta di gabbia per parole che è la colonna d'un giornale.
Così queste pagine di diario intimo, rigorosamente datate, (diario/giornale, perché no? forse questa la chiave dell'idea base della scelta formale) si vestono di echi antichi, di pattine che velano la realtà di questa consumistica società trasfigurandola in mito, traslandola in immagini-sogno, o meglio forse in sequenze filmiche usando assieme tecniche da sceneggiatura: "Un battersi di spalle una / anonima ressa nel mercato Un banco / una tenda, tanti oggetti ammassati / Pesare sconvolgere toccare, vedere / un andare/venire // Colpi di clacson", o ancora più in là: "Avanzi un / volo di sacco-polietilene, scatole / sui lati del marciapiede...". Oppure fanno del ricordo un qualcosa di vivo, reale, come le foglie morte e sfatte fattosi parte della stessa natura, della percezione del mondo: "Segno del / tempo il mio viottolo cancellato, / preda del sottobosco, dimenticato", o altrove: "E i giochi e la paura non urlava al / bivio sconosciuto o a una curva".
Scrittura felice, dunque, quella di Bottaro, arricchita da una ricerca formale e stilistica originale ed interessante, capace di evocare consonanze, echi fecondi di sensazioni nel lettore attento, che insegue tra le molte pagine d'oggi momenti di pura poesia.


LE SILLOGI VINCITRICI
IL FILO DELLE ORIGINI di Roberto Taioli
Primo premio
SENTORE PRIMORDIALE di Bruno Grulli
Secondo premio
in: Keraunia, Anno V, numero 25, dicembre 1995

È stato il caso, una concatenazione di necessità non previste, che ci ha portato a raccogliere in un unico fascicolo le due sillogi vincitrici il primo ed il secondo premio, e a dedicare loro l'intero spazio della rivista. Due sillogi, quelle di Taioli e di Grulli, così diverse nei toni, nell'espressione, nella ricerca poetica, ma così vicine nel loro testimoniare la centralità dell'esperienza umana. E non ne siamo dispiaciuti: la varietà e profondità dei temi, l'elevato spessore poetico, la compiutezza e coerenza delle due raccolte, il loro valore testimoniale e di messaggio, come il lettore potrà da solo constatare, sono più che sufficienti a garantire a questo numero della rivista la consueta dignità e il costante apprezzamento di chi ci segue.
Di Roberto Taioli, proprio su queste pagine, scriveva Silvana Migliorati che la sua è "poesia solenne, drammatica nel suo insieme, biblica nella forza e nel richiamo al magma delle origini, dove si fa ardua la ricerca del senso dell'esistere e delle relazioni, dove la solitudine si insinua ad ogni riga, non detta." E nei versi colti che costruiscono il dialogo di Kresmosine e Coros, parte centrale e centralità della silloge, ritroviamo per intero il drammatico contrasto da sempre interno all'uomo, che lo fa grande nella sua illusione di potenza ma anche isola in un universo che pur sempre saprà vivere anche senza il tempo dell'uomo.
"La parola è silenzio. / Tacere è sapere, / ogni uomo è raccolto / chiuso come un pugno, / piegato fiore / combusto dal sole" dice Kresmosine, ma Coros replica: "La parola / è scambio / logos che organizza / forza che solleva / metallo che diventa / spada scudo corazza...". Kresmosine ha ragione, ma non è la ragione dei giovani con tutta una vita davanti. Pensiamo ai secondi anni sessanta, con i loro fermenti, la consapevolezza di vivere una svolta, l'illusione che la parola gridata forte nelle piazze bastasse a cambiare un mondo vecchio, a rivoltarlo come un cappotto liso. La silloge di Bruno Grulli ci riporta a quegli anni.
Pensate e scritte dal 1965 al 1967, le poesie, che sono state ristrutturate e riorganizzate in modo unitario nel 1985, come ci dice l'Autore, costituiscono a nostro avviso un'interessante testimonianza di quegli anni stupendi perché erano gli anni della nostra giovinezza, quando eravamo convinti di essere i protagonisti della Storia: "Io / esisto / in attuale stupore / immense platee mi attendono / per vedermi / per ascoltarmi / per godere della mia bellezza / di me / che sono semplicemente un uomo". Tuttavia per molti versi esse sono ancora attualissime. Anche lo stile, consonante con l'avanguardia di quegli anni è molto interessante.



Dal 1991 al 1996, Sergio Fumich pubblica la rivista di poesia Keraunia. Nel giro di pochi mesi la pubblicazione, pur nella sua veste artigianale, riesce ad attirare l'attenzione di molti cultori ed autori di poesia tanto da varcare non solo i limiti territoriali del Lodigiano e della Lombardia, ma si fa conoscere ed apprezzare all'estero, in Francia, Spagna, Portogallo e in America Latina.
È una stagione felice di nuova conoscenza poetica e di incontri con un notevole numero di autori, soprattutto di poesia sperimentale. Carte e parte della documentazione redazionale della rivista sono conservate presso la Biblioteca Civica di Verona, nel fondo di poesia contemporanea Lorenzo Montano.

KERAUNIA - Rivista di poesia
I numeri dell'edizione cartacea
1991 - 1996


Vengono elencati gli editoriali, gli articoli significativi e i testi di tutti i numeri della rivista nell'edizione cartacea, pubblicati dal 1991 al 1996. Sono stati tralasciati i piccoli annunci, le recensioni brevi redazionali e le news, nonché altre note informative su manifestazioni e concorsi.

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KERAUNIA
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Keraunia è stata una rivista bimestrale di poesia, pubblicata dall'ottobre 1991 all'ottobre 1996.

Storia
Nata per iniziativa di un gruppo informale or­ga­niz­za­to­si a Milano, il "Gruppo Keraunia per la pro­mo­zio­ne della parola scritta", ebbe come Di­ret­to­re responsabile Sergio Fumich, triestino tra­pian­ta­to nel Lodigiano, pubblicista e col­la­bo­ra­to­re del quo­ti­dia­no di Lodi Il Cittadino.
La rivista, all'inizio espressione esclusivamente di una realtà locale, quella del Lodigiano, andò via via ampliando i propri interessi letterari puntando alla valorizzazione di autori poco conosciuti, sia italiani che stranieri, ponendosi come "circuito alternativo" per la circolazione di fermenti culturali e costituendo un'esperienza di promozione dell'attività letteraria emergente, a pre­scin­de­re dalla varietà qualitativa e stilistica degli autori ospitati.

La distribuzione
Pur distribuita per solo abbonamento, riuscì a convogliare al suo interno molti ap­pas­sio­na­ti di poesia e ad instaurare, grazie anche alla collaborazione di traduttori come Enzo Bonventre e la spagnola Teresa Albasini, un'attività di scambio con riviste in Francia, Spagna, Portogallo ed in America Latina.
Autori pubblicati
Tra gli autori italiani pubblicati su Keraunia vi sono Gilberto Coletto, Giovanni Devecchi, Pietro Grisi, Enrica Manenti, Fausto Pelli, Luciano Giuseppe Volino, Fabio Borgogni, Luca Conti, Gennaro Grieco, Giovanni Marini, Marco Martella, Giampiero Stefanoni, Roberto Taioli.
Tra gli autori stranieri vi sono i brasiliani Jacyr Anderson Freitas, Ricardo Alfaya e Hugo Pontes, il maltese Olivier Friggieri, Nat Scammacca, Carlos Vitale e Angela Ibáñez.

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LA RECENSIONE DI PIERGIACOMO PETRIOLI

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Hanno scritto
PIERGIACOMO PETRIOLI
Recensione dei numeri 10, 11 e 12/13 della rivista Keraunia

in: Semicerchio - Rivista di poesia comparata, n. XI, 1994, 1-2

Rivista particolarmente attenta alla poesia in dialetto lombardo e friulano.
Il n. 10 contiene infatti, oltre alle rimarchevoli traduzioni dall'inglese di tre lavori di Sheryl St. Germain incentrati sul mito di Medusa e ad un'interessante opera sperimentale di S. Fumich Un patchwork contro la pena di morte (trattasi di una lirica costruita quale accozzaglia di lacerti verbali estrapolati da articoli di giornali), una minima antologia di versi dialettali firmati dal triestino G. Sambo (1905-1968) e da G. Devecchi, del quale sono da segnalare per freschezza d'immagini e oraziana umanità La smurtina e L'ort dele sirese.
Nel n. 11 continua l'interesse per la lirica in dialetto con la riproposta de Il Gloria di Pasolini, una piccola appendice di quattro poesie in lingua friulana (accompagnate da una versione in italiano dell'autore stesso), datate agli anni '50 ed edite come "sezioncina" a termine del volume einaudiano del 1975 La meglio gioventù. Inoltre S. Fumich traduce in dialetto triestino quattro poesie di Lorca, con sapienza e senza tradire nella singolare trasposizione la triste musicalità del verso del poeta iberico. E. Bonventre infine propone una versione propria di tre liriche scozzesi contemporanee (rispettivamente di R Munro e H. Mac Diarmid), tratte dall'antologia Akros del 1977.
Interamente dedicato ad un lungo poema (quasi 2300 versi divisi per 11 canti) in endecasillabi di S. Fumich, Oltre il punto di non ritorno, il numero doppio 12-13 della rassegna. Il lavoro è un intenso e caleidoscopico ressouvenir di sapore proustiano, sequenza di schegge di praeterita (assai belle le stanze in memoria del padre) dal ritmo dimesso e prosaico ottenuto con abbondante uso dello enjambement, dove citazioni (Poe, Leopardi ed altri) e brani in dialetto triestino (vd. i canti IX e X) s'intarsiano in un insieme perfettamente omogeneo e unitario pur nella sua frammentarietà.


 

 

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