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Non dimenticare Genova
Frugando ieri nel mio archivio digitale ho, per così dire, ritrovato la lettera che riporto sotto, inviata al quotidiano "Il Cittadino" di Lodi il 26 luglio 2001, da tal Marco Menichetti di San Donato Milanese, che si qualificava allora ap-partenere a Verdi-Democratici per l'Ulivo. È una testimonianza dei fatti e misfatti di Genova durante lo svol-gimento del G8, che ha lasciato ferite ancora aperte nel tessuto democra-tico di questo infelice Paese. Leggiamola insieme.
Sabato ero a Genova, a manifestare pacificamente assieme a tante, tantissime persone: rappresentanti di associazioni ambientaliste e pacifiste, obiettori di coscienza, preti, frati, parlamentari, sindacalisti, immigrati, ragazzi, anziani e famiglie intere. Ero lì per far sentire la voce di chi ha molte cose da dire ai Grandi della Terra, a testimoniare come questo modello di sviluppo necessiti di radicali cambiamenti. Ho stretto le mani e le braccia di chi, ostinatamente, ha voluto questo grande momento di democrazia e impegno e ho fatto miei gli slogan del corteo: «Un mondo migliore è possibile», «La Terra non è in vendita», «Cancelliamo il debito», «Sviluppo sostenibile per tutti». Ero assieme ad amici e ho incontrato un'umanità variegata e genuina di persone comuni disposte a mettersi in gioco, a essere in prima linea per il bene comune.
Eppure ho provato tanta rabbia e mi sono sentito solo, estremamente distante da chi poteva e doveva esserci vicino. La rabbia è nata quando ho constatato come chiunque volesse manifestare pacificamente ed esercitare un proprio diritto democratico sancito dalla Costituzione non sia stato aiutato da un governo preposto a tutelare l'ordine pubblico e da tempo allertato di quanto sarebbe potuto accadere. Ho visto con i miei occhi - così come tantissimi altri testimoni - gruppi di persone con il volto coperto che giravano indisturbati per la città con spranghe, mazze, caschi e bastoni. Ho visto la polizia non intervenire laddove avrebbe potuto preventivamente evitare quegli scontri che si sono poi verificati.
Ho cercato lo stesso, assieme ad altre persone di buona volontà, di tenere lontano dal corteo tutti quegli "utili idioti" che si erano preparati per la battaglia. Mi sono anch'io messo in fila davanti alla sede della banca di piazza Ferraris per evitare, con la sola presenza fisica di uomini, donne e bambini, che fosse assaltata. Più di così non potevamo fare, e ora sento ai telegiornali uomini di governo e rappresentanti delle forze dell'ordine che dicono che i pacifisti e i rappresentanti del Genoa Social Forum si sono prestati alla violenza! Mi sono invece sentito solo quando ho cercato tra la folla alcune tra le maggiori forze politiche italiane. Dove erano i Ds che da anni dicono di avere a cuore il destino dell'Africa e dei più deboli? Dove era l'anima popolare, cattolico-democratica e solidale della Margherita? Motivare la propria assenza come ha fatto Rutelli ricordando che, se l'Ulivo avesse vinto le elezioni di maggio, lui avrebbe dovuto presiedere il G8, non mi ha convinto. Se l'Ulivo fosse stato ancora al governo, io avrei voluto vedere i suoi rappresentanti istituzionali al tavolo dei negoziati con idee chiare e precise: la globalizzazione esiste e tutti noi ne siamo immersi; contestarla chiedendo di eliminarla non serve a nulla, ma le nazioni più ricche e forti hanno grandi responsabilità da esercitare sul mondo intero e devono aiutare concretamente tutti gli altri, lavorando per globalizzare i diritti fondamentali che gran parte della popolazione mondiale non può ancora esercitare.
A queste condizioni, se l'Ulivo avesse vinto le elezioni, avrebbe potuto sedere al tavolo del G8 e, contemporaneamente, in piazza con il popolo di Seattle per far pressione su tutti i capi di Stato convenuti ed esercitando un vero dialogo con i cittadini. E invece in questi giorni l'Ulivo si è ritrovato fuori dal G8 ufficiale e, tranne alcune importanti eccezioni, volontariamente fuori dalle piazze di Genova, lontano dalla gente, impaurito dalla violenza che i black-block hanno tentato di imporre.
Voler tornare al governo del Paese significa avere la capacità di raccogliere le sfide che stanno nascendo e saperle fare proprie individuando e applicando scelte e comportamenti opportuni. Stare alla finestra a guardare chi si muove e lotta per un mondo migliore porta inevitabilmente l'Ulivo alla propria marginalizzazione, oltre a non essere utile a controbattere le politiche per i più forti e per i più ricchi che il Polo delle libertà sta portando avanti.
La lettera ha più di un risvolto non solo riguardo a domande che ancora oggi sono senza risposta, ma anche all'attualità di oggi: "voler tornare al governo del Paese significa avere la capacità di raccogliere le sfide che stanno nascendo e saperle fare proprie individuando e applicando scelte e comportamenti opportuni". L'Ulivo al governo è tornato assieme alla sinistra reale (i Ds sono sinistra autoreferenziata) sostenuto da poteri forti e dalla "grande" industria italiana (quella che ha gozzovigliato nei decenni scorsi col denaro pubblico contribuendo non poco alla rovina del paese): e si è vista appieno tutta l'incapacità a raccogliere le sfide che stanno nascendo e saperle fare proprie, e per contro la grande capacità a mettersi proni ai poteri forti e a spremere il "proletariato" per creare i presupposti di una nuova gozzoviglia.
Ma una domanda resta, forte e urlante: perché i Ds hanno rinunciato ad andare a Genova? Perché sapevano? Perché è stato loro "consigliato" di starsene lontani? Dubbi, sospetti, sensazioni malevole: sarebbe il caso che si squarciasse la pesante cappa che avvolge quei fatti, perché in fin dei conti Berlusconi, eletto da poco, non aveva avuto il tempo di fare cambiamenti nella polizia.
Postato:
Lunedì, 25 Giugno 2007 10:47 | Leggi i commenti | Indietro
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