Sergio Fumich
L'OROLOGIO
DEL VECCHIO MERCANTE

Indice


L'avevo subito notato svoltando nella piazzetta quel piccolo negozio di anticaglie. Non aveva vetrine, ma dalla porta si distinguevano icone, vecchie lanterne, dei mobiletti coperti di libri consunti e polverosi, ed altri oggetti patinati d'antico e ombreggiati da una luce fioca e tremolante che veniva dall'interno.
Fu la curiosità a farmi avvicinare all'ingresso. La mercanzia dei robivecchi esercitava un suo fascino su di me da sempre; era un richiamo discreto, però, senza prepotenze, a cui tuttavia non mi sottraevo. Mi ricordo che ancora studente, gironzolando per le viuzze della città vecchia, amavo soffermarmi presso gli usci o le vetrine delle botteghe dei rigattieri ebrei, e che, vagheggiando quegli oggetti smessi e stantii, mi ritrovavo spesso a figurarmi su di essi storie incredibili.
Quale impulso, quel giorno, mi spinse ad entrare nel negozio di quella piazzetta non so dire. Forse l'idea che lì dentro avrei trovato un po' di sollievo contro l'afa opprimente. Era quasi mezzogiorno ed il sole, ormai a picco, scottava e rendeva la pietra del selciato rovente. Sudavo abbondantemente e quella bottega mi si apriva come una grotta umida e fresca, un insperato ristoro, un riparo temporaneo dalla calura.
Faticai un poco ad abituare gli occhi alla penombra che vi regnava dentro, dopo l'abbacinante fulgore del calcare nella piazzetta. Man mano che mi assuefacevo a quella semioscurità cominciavo a distinguere gli oggetti che mi circondavano: un cassettone rococò segnato dal tarlo, uno specchio di fattura veneziana con l'argento smangiato dall'umidità, una pendola ferma alle sei, un crocifisso dipinto su legno, velato dalla muffa e qua e là scrostato, e poi altri mobili, vasi e ciotole di rame e di bronzo, candelieri, calici ormai senza splendore, cristalli opachi per la polvere di anni, ceramiche sbocconcellate, stampe ingiallite, riproduzioni ad olio di quadri celebri annerite dal tempo, vecchie divise consunte, una spada, paramenti sbertucciati e sgualciti, libri dovunque. Sul soffitto a volta, chiazzato dal salnitro e rigato da misteriose infiltrazioni, ondeggiava la scarsa luce fornita dalla fiamma di poche candele, sostenute da candelabri. Dall'angolo più profondo dello stanzone si faceva sentire un ticchettio rado, regolato, insistente d'acqua che gocciolava. Nell'aria stagnava un odore di chiuso, ora aroma di muffe e di cera, ora sottile improbabile miscela di zolfo e d'incenso.
Il mercante si materializzò, staccandosi dalla parete come un demone a guardia della cripta.
- In cosa posso servirla? In cosa posso servirla, signore? Le interessano forse le vecchie edizioni? Guardi questo! - disse, ormai a pochi passi da me, mostrandomi il libro che coccolava con le mani ossute. - E' una vecchia edizione della Commedia di Dante. Introvabile! Tutta finemente istoriata, guardi! E osservi qua la rilegatura... vero cuoio con impressioni in oro. Come non se ne fanno più oggi.-
- Veramente - dissi, ritraendomi un poco. - Veramente volevo solo curiosare... così, senza un'idea precisa... -
- Davvero? Ma faccia, faccia pure! Si guardi attorno, guardi tutto, guardare non costa nulla! - E mi lasciò con un sorriso ambiguo, rientrando nell'ombra d'un canto.
L'apparizione di quella figura segaligna, addobbata con un panciotto che aveva conosciuto occasioni migliori, sotto una giacca nera, troppo grande, lisa e bisunta, m'aveva a dir poco sconcertato. Mi girai verso l'ingresso da dove irrompeva la luce del sole tagliando di netto quel buio sepolcrale. Forse feci anche cenno d'uscire. Fu un attimo. Quel vecchietto diabolico dal viso cereo, segnato da rughe profonde, con un ridicolo pizzo da capra, aveva già di nuovo girato la mia attenzione alle cose là dentro.
- Guardi qui - disse, smuovendo una pila di libri per liberare una massiccia scatola di legno. Afferrò il candelabro che spandeva luce da una nicchia alle sue spalle e lo posò sul tavolo, avvicinandolo alla scatola. Le fiamme delle candele guizzavano sul suo volto da capra, facendo brillare sotto un basco calcato fin sulla fronte due piccoli occhi di topo.
Con una mano allontanò dell'altro ciarpame, sollevando non poca polvere.
- Guardi, guardi qui. Le farò vedere degli oggetti rarissimi. Lei mi pare un esperto, un raffinato. Vedrà, questi oggetti la interesseranno sicuramente! - Scandì le ultime parole come una vecchia pendola da salotto.
Inconsapevolmente mi ero avvicinato. In quell'angolo dello stanzone l'odore di muffa era più forte e si avvertiva anche un sentore di legno di pino fradicio d'acqua.
- Venga! Venga di qua che c'è più luce. Sposti pure, si faccia strada senza timore. -
Quando fui ad un passo dal tavolo, con abile mossa sollevò il coperchio della scatola. Mi sentii preso da una vaga inquietudine, come se fossi entrato senza biglietto in un teatro durante uno spettacolo. Avevo come l'impressione che prima o poi una maschera si sarebbe fatta avanti per reclamare il prezzo dell'ingresso.
- Osservi questo graziosissimo oggetto - disse il vecchio mercante togliendo un ninnolo luccicante dalla scatola. - E' una piccola tabacchiera che ha più di un secolo. E' d'oro purissimo e d'una bellezza incomparabile. Ehi! Non sarà rimasto senza parole? Ma sì, ma sì, certamente! Un oggetto così non ha bisogno di commenti, si capisce. Pretende d'essere contemplato in silenzio... -
Poggiò sul tavolo la tabacchiera, e subito rituffò la sua mano nella scatola per trarne altri oggetti. Tirò fuori di seguito un portasigarette d'argento di lavorazione inglese, un minuscolo portagioie d'avorio di provenienza orientale, un antichissimo mazzo di tarocchi dipinti a mano, un piccolo preziosissimo codice miniato. Ad ogni pezzo il vecchietto seguitava il suo monologo sornione che chiedeva soltanto d'essere ascoltato.
Fu una cosa che notai subito, com'ebbe collocato sul tavolo l'antico manoscritto. I suoi movimenti s'erano fatti tutto d'un tratto più studiati. Estrasse la mano dalla scatola questa volta senza fretta e non mi mostrò immediatamente l'oggetto che teneva nascosto nel palmo della mano.
- Forse questo la interesserà. Sicuramente! - E di nuovo scandiva le parole. - E' per questo che è venuto nella mia bottega. -
Fissandomi con quegli occhi da topo, aveva avvicinato con voluta lentezza il pugno chiuso alle candele. Poi, con mossa calcolata, stese di colpo la mano. Il piccolo orologio si mostrò in tutta la sua bellezza. La cassa era d'oro lavorata finemente, il quadrante di madreperla con due eleganti lancette di forma elaborata, d'oro anch'esse, ed era protetto da un vetro che aveva la trasparenza del cristallo.
- Era questo che voleva comperare, non è vero? - cantilenò il vecchio mercante, non mascherando quella punta d'orgoglio di chi è abile nel proprio mestiere. Poi con tono sommesso continuò: - E' un gioiello unico. Possiede un meccanismo di estrema precisione di cui oggi si è dimenticata l'arte -. E così dicendo tese il braccio oltre il tavolo perché lo potessi prendere, toccare.
- Il prezzo? ah, già il prezzo mi dirà, si starà chiedendo cosa possa volere in cambio di questo oggetto così prezioso e raro. Quanto mai potrà costare? Eh, mio caro giovanotto, per meraviglie del genere il prezzo non è che un accidente! -
Stentai a crederci, quando, alla fine del suo soliloquio, mi disse che lo avrebbe ceduto per una cifra modesta, sufficiente a comperare un orologio nuovo di buona qualità nei negozi del centro. Non stetti a riflettere molto sull'acquisto. Dopo averlo rimirato da vicino ed averne osservato la finissima lavorazione, dopo averlo sentito pulsare nella mano quasi creatura vivente, avevo il solo desiderio di possederlo.
- Lo carichi sempre. Alla sera. Non lo faccia mai fermare. Il suo meccanismo è delicatissimo. Un arresto inatteso può essere fatale! - Con queste parole mi congedò il mercante, ed io mi ritrovai al sole, nella piazzetta, con una sensazione di leggerezza. L'atmosfera s'era adesso come rinfrescata e si sentiva una leggera brezza.
Mi avviai verso casa convinto d'aver fatto un ottimo affare.

Il mio primo pensiero, una volta a casa, fu quello di trovargli una sistemazione sicura e confacente. Possedevo un astuccio di legno pregiato dal coperchio intarsiato e dall'interno rivestito di velluto rosso, un vecchio regalo. Per l'orologio sarebbe stato una degna custodia. Con ogni attenzione lo riposi nella scatola che a sua volta affidai ad un cassetto della scrivania, che chiusi prudentemente a chiave.
Quella sera stesi con cura sul piano della scrivania una pezzuola di panno. Tolsi dal cassetto l'astuccio e dall'astuccio l'orologio. Era d'una bellezza unica, alla luce della lampada il quadrante mandava riflessi d'un rosa tenue come alba in un cielo sereno. Delicatamente con i polpastrelli cominciai a girare la corona per dargli la carica necessaria ad un altro giorno di funzionamento. Dopo aver ultimato l'operazione, lo coccolai per qualche minuto nella mano, infine lo adagiai con grande prudenza nella scatola, che, come già avevo fatto in precedenza, rinchiusi a chiave nel cassetto della scrivania.
Nelle sere successive ripetei gli stessi gesti, le stesse operazioni, con la precisione d'una liturgia. E così fu per un mese intero.
Ebbi le prime avvisaglie che un fenomeno inconsueto si stava verificando una sera ch'ero rincasato più stanco del solito. Fu come tolsi dall'astuccio l'orologio: pesava più del dovuto. La sensazione durò un attimo. La stanchezza, talvolta, fa strani scherzi, mi dissi e l'argomento liquidò l'impressione.
Avevo quasi ultimato l'operazione di carica quando il dubbio riaffiorò nella mia mente. Percepivo qualcosa di diverso che non riuscivo ad individuare, a fissare. Osservai l'orologio con un'attenzione maggiore, lo rigirai, lo palleggiai da una mano all'altra. Inutile, se c'era un particolare insolito, questo mi sfuggiva.
Avevo chiuso l'astuccio e stavo già per riporlo, quando realizzai la possibile causa di quella mia inconsapevole ansietà. Riaprii la scatola freneticamente e afferrai l'orologio. Lo collocai nel palmo dell'altra mano dimenticando ogni delicatezza. Il sospetto si fece subito realtà. Ricordavo benissimo: quando lo avevo comperato, nel palmo della mano stava tutto intero. Ora arrivava a coprire la prima falange delle dita. Era diventato, dunque, più grande, era cresciuto. E forse stava crescendo, ancora!
Cercai di non perdere la calma, di far fronte a quella rivelazione con la ragione. Non poteva essere, andava contro le leggi fisiche. Forse ricordavo male. Sicuro, era quella la spiegazione. Doveva essere così per forza! Tuttavia non mi bastava, volevo esserne certo, dovevo essere sicuro che quella era solo un'angosciosa impressione generata da una giornata faticosa. Cercai in un cassetto della scrivania della carta e una matita. Poggiai sul foglio l'orologio e con la matita tracciai il suo contorno. Tra una settimana avrei fatto lo stesso. Niente di meglio di un esperimento, mi dissi, per chiarire la questione.
Trascorsi quella settimana in una grande inquietudine. Dormivo male la notte, tormentato da sogni terribili. Di giorno, in ufficio lavoravo svogliatamente, ero teso, irritabile, bastava un nonnulla per contrariarmi. Alla sera, poi, provvedevo a caricare l'orologio. Avevo ormai smesso ogni rituale. Eseguivo l'operazione in fretta, con una grande agitazione addosso. Mi sentivo sollevato, sicuro solo dopo che avevo dato l'ultimo giro di chiave al cassetto della scrivania dove lo tenevo nascosto.
Finalmente venne la sera del confronto. Per tutto il giorno avevo atteso con trepidazione quel momento della verità. Bramavo di dimostrare che quella era stata una temporanea pazzia, che forse ciò di cui avevo bisogno era solo un po' di riposo, qualche giorno di vacanza in un posto tranquillo, lontano dalla frenesia della città, dallo stress del lavoro. Quale altra causa poteva aver generato l'angoscia che vivevo, quelle allucinazioni? Tuttavia non riuscivo a scacciare il pensiero che tutto era vero, che l'orologio cresceva, che era come una creatura vivente.
Indugiai nell'aprire il cassetto, come per un presentimento, quasi percepissi che dopo non avrei potuto più metter freno agli eventi. Tolsi dal cassetto prima il foglio che recava, tracciata con la matita, la sagoma dell'orologio e lo spiegai; poi vi poggiai sopra l'orologio cercando di adattare l'orlo della cassa al contorno. Lo copriva interamente. Ebbi un tuffo al cuore: dunque cresceva. Mi feci forza e lo contornai di nuovo con la matita. Sollevai piano l'orologio: così ad occhio il suo diametro era aumentato di due, tre millimetri. Dovevo rintracciare il mercante, mi doveva una spiegazione, e doveva riprenderselo.
Il mattino dopo telefonai in ufficio per avvisare che avrei ritardato. Avvolsi l'orologio in un pezzo di carta e lo cacciai in una tasca della giacca. Uscii di casa ben deciso a far sentire le mie rimostranze a quel vecchio furfante, poteva tenerselo il suo orologio!

Come svoltai nella piazzetta mi fermai di botto, sbalordito. Il negozio non c'era più, o meglio doveva esser stato sgomberato: stavano ristrutturando il palazzo. Tutta la rabbia che avevo in corpo svanì e mi riprese l'angoscia. Mi avvicinai alle impalcature, fermai un muratore che trasportava un secchio di malta e gli chiesi se per caso sapesse dove aveva traslocato la bottega il vecchio mercante. Non parve capire. Quale negozio? Quale bottega? Erano anni che quel magazzino era vuoto!
Non potevo essermi sbagliato, aver confuso i luoghi. La piazzetta era proprio quella! Toccai l'involto che avevo nella tasca, era lì concreto, reale. Non mi sbagliavo, non era stata un'allucinazione, non era un sogno. Ritornai a casa nel più nero sconforto. Nei giorni seguenti non mi diedi per vinto, tornai più volte nella piazzetta, ma i muratori erano sempre al lavoro. Feci ricerche interrogando la gente che abitava nei pressi, ma tutti negavano che lì vi fosse mai stata una bottega.
I giorni passavano. Ogni sera caricavo l'orologio, ormai cresceva a vista d'occhio. Non lo tenevo più nel cassetto, ma sopra un tavolino in un angolo del soggiorno. Dopo un anno aveva raggiunto le dimensioni di una sedia. Ero smagrito, mangiavo poco, dormivo poco. Quella presenza arcana nel soggiorno di casa aveva finito per condizionare pesantemente la mia vita. Ero diventato insicuro, distratto, inadatto a compiti di responsabilità. Anche la carriera ne aveva risentito, in ufficio ormai mi affidavano incarichi senza importanza, svolgevo mansioni inadeguate. Cresceva in me giorno dopo giorno la convinzione che mi tollerassero solo per l'anzianità di servizio, che volentieri si sarebbero liberati di me solo che si fosse presentata l'occasione.
Dopo qualche tempo anche la mia salute cominciò pian piano a peggiorare, e questo aggiunse dell'altro tormento. Vivevo nel terrore di finire ricoverato in un ospedale. Non potevo permetterlo. Mi avrebbero impedito di portare con me l'orologio, e l'orologio doveva continuare a funzionare, dovevo caricarlo alla sera, ogni sera. Non doveva fermarsi.

Sono passati ormai sette anni. Tre anni fa mi licenziarono per scarso rendimento. Da allora per vivere ho dovuto accontentarmi di lavori saltuari, anche umilianti, approfittare della carità dei pochi amici rimasti. L'orologio occupa metà della stanza.
Fra poco mi accingerò a caricarlo per quella che so essere l'ultima volta. Domani la corona sarà troppo grande e pesante per le poche forze che mi sono rimaste. L'orologio si fermerà, e ciò che in tutti questi anni inconsciamente ho cercato di evitare si verificherà puntualmente, non posso impedirlo. Ma ora so, da mesi sono consapevole. Una grande calma da qualche giorno mi pervade, una serenità che non ho mai conosciuto. Ho dormito tranquillo le ultime notti, ed ho ritrovato il gusto nel mangiare, anche se ormai mi basta un pezzo di pane e dell'acqua. So ed aspetto senza ansietà, mi spiace soltanto che, quando l'orologio si fermerà, non vedrò segnate dalle lancette l'ora della mia morte.