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Sergio Fumich
LA CITTÀ OLTRE LA MONTAGNA
Prometheus Editrice, Milano, 1991
L'orologio del vecchio mercante L'ombra Blop L'anima e il vento La pallottola La porta Il drago della montagna Domani Home
PREFAZIONE
di Dario Nicoli
Certamente si possono gustare questi racconti anche solo dal punto di vista estetico.
La levità ed al tempo stesso l'eleganza dello scritto rivelano una profonda familiarità dell'autore con il mondo delle parole, tanto da proporci la piacevolezza di una lettura che fluisce con tocchi concisi e lineari.
Le situazioni prendono vita dai contenuti, ma ancor più dalla sonorità delle parole, come nel racconto "L'orologio del vecchio mercante", che rivela una cura sorprendente delle scene nella descrizione del negozio di anticaglie. La pagina che Fumich ci propone è da gustare quasi fosse della stessa natura dei tesori nascosti nel profondo della bottega: di questa il lettore è portato prima a notare l'aspetto esteriore, poi ad avvicinarne il fascino e la magia attraverso l'evocazione di "storie incredibili", infine ad entrarvi assaporandone la frescura del luogo ed abituando poco a poco la vista alla penombra.
Possiamo così cogliere una quantità di oggetti strani, ad un tempo bizzarri e banali, frammisti ad osservazioni sulle "misteriose infiltrazioni", sul "ticchettio insistente d'acqua", sull'odore stagnante che pare aroma ma anche strana "miscela di zolfo e d'incenso".
Ed eccoci totalmente carpiti, quasi a nostra volta personaggi della scena, fino al termine sempre più incalzante ed improbabile, in uno stato di rassegnata impotenza di fronte all'imporsi dell'oscuro.
Fumich ama perciò fare uso della sua capacità di osservatore e di cercatore dell'attimo per captare la disponibilità del lettore, inducendolo però in una successione di eventi che via via perdono i caratteri della piacevolezza, e che lasciano soltanto l'inquietudine ed una certa sottile angoscia.
In altri termini, vi è in questi racconti un interrogativo, una provocazione che dobbiamo forzatamente raccogliere, per non rimanere in pericoloso disequilibrio sull'oscurità così abilmente evocata.
L'estro letterario è infatti strumento di un disegno ulteriore, dove si allude ad un messaggio di non facile decifrazione.
La capacità dello scrittore sta nella sua perizia volta ad offrire del materiale interpretabile differentemente a seconda delle situazioni e degli stati d'animo dei lettori.
Ma non si può nascondere l'impressione che Fumich, in fin dei conti, non faccia che riproporci, sebbene in forme e contesti diversi, lo stesso racconto, la stessa situazione, imponendoci di conseguenza uno sforzo di comprensione.
Anche se ogni racconto pare scritto per se stesso, si può ritrovare un'assonanza tra alcuni di essi, che si distinguono in tal modo - ma forse solo sul piano della costruzione della trama - dall'insieme del testo.
Si tratta di quei racconti nei quali la distanza crescente tra la situazione paradossale in cui si trovano a vivere i personaggi e la calma e piatta condizione quotidiana lascia aperto - e continuamente amplia - uno spazio nel quale è facile perdersi.
Infatti il quotidiano appare sempre più desiderabile ma sempre meno raggiungibile; lo stato di deformità dell'esperienza non concede alternative.
Ma è davvero un perdersi?
In effetti - a ben vedere - ciò che si perde non induce al rimpianto: si perde la comodità di una vita che fluisce senza forti emozioni, dove la rinuncia a vivere è il prezzo di un'esistenza che scorre uguale a se stessa, e perciò vuota.
Non solo: la piatta e disincantata esperienza quotidiana non è perfettamente uniforme: rivela delle increspature, degli spazi, dei particolari, delle "passioni" che lasciano intravedere un orizzonte più profondo, che guarda sull'infinito.
La persona umana, nella condizione acquietante e dimissionaria che la civiltà moderna gli offre, non è totalmente annichilita, mantiene qualche punto di sensibilità.
Infatti, gli rimane un bisogno di conoscenza (l'origine delle "sparizioni" in "Blop"), un richiamo della nostalgia (l'escursione di Domenico Nicolai, nel racconto "La pallottola", sui monti che furono teatro della guerra, appresa lungamente da piccolo nei racconti del nonno), l'attrazione della bellezza (la musica classica in "L'ombra" e gli oggetti d'antiquariato ne "L'orologio del vecchio mercante"). Tutte situazioni nelle quali una piccola particella di umanità, non totalmente omologata o dissipata nella piattezza quotidiana, costituisce l'origine di un'avventura che diventa poco a poco coinvolgente fino all'estremo.
Rimangono un poco a sé gli altri tre racconti come pure lo scritto breve.
In "La porta", Luigi - il personaggio principale - non sembra rendersi conto, troppo attratto dall'esiguo costo dell'appartamento che desidera affittare, dell'oscura stranezza di una porta che non si chiude.
Il breve racconto "L'anima e il vento" può essere inteso come un quadretto di incomunicabilità, dominato dalla domanda che si ritrova nel titolo ed alla quale viene data una doppia risposta, prima negativa ma poi mantenuta di nuovo aperta.
"Il drago della montagna" ci propone un percorso diverso, nel quale il paradosso si tramuta in fiaba, e ciò sembra aiutare una più chiara decifrazione del messaggio più profondo iscritto nel testo.
Il regno di re Ulrico gode di una condizione nell'insieme positiva: è un regno felice, che può vivere senza preoccupazioni tranne che in occasione di un evento inquietante: il volo del drago, da sempre segno apportatore di calamità.
La gente ha imparato a convivere con questa suprema forza incombente, anche se i vecchi tramandano quasi in forma di leggenda questa particolarità della loro esistenza.
Il drago appare come una continuazione della maestà e della bellezza della natura, è la personificazione di quel sentimento assieme di timore, di rispetto e di ammirazione che si deve nei confronti di una realtà che ci sovrasta e che delimita lo stesso campo della nostra esistenza.
Non pare azzardato attribuire a tutto ciò un significato religioso: il tormento del re si può infine interpretare come non accettazione dell'impossibilità di una felicità veramente piena, conchiusa in se stessa. La condizione umana sembra invece data da una dipendenza, da un ordine per certi versi incomprensibile, nel quale domina un elemento misterioso.
La dannazione di cui re Ulrico vuole liberare se stesso ed il suo regno si confonde in tal modo con il suo desiderio di dare felicità totale al suo popolo; ma la presunzione di eliminare l'intangibile si rivolta nella morte dei propri amici, nella propria e nella distruzione di tutta la città.
L'uccisione del drago rompe l'incanto del luogo, la bellezza di quelle montagne per buona parte inconosciute. Ed al contrario delle due calamità precedenti, il rovinare della montagna sulla città è il male che l'uomo fa a se stesso nel momento in cui intende risolvere il mistero a modo suo: distruggendo.
E diversi segnali richiamano questa realtà misteriosa: il consiglio del saggio e l'inquietudine della figlia, la figura del vecchio solitario tra i monti che comprende il vero significato di sfida radicale insito nella straordinaria battuta di caccia ("il drago non aveva mai molestato nessuno"), ed infine il sentimento di turbamento che invade il re prima dello scontro finale, ma anche l'estrema nostalgia di quell'ambiente tanto ammirato e per propria colpa condotto alla definitiva rovina.
Ci pare invece da considerare come vero e proprio contributo finale, chiave dell'intero ciclo, la vicenda di "Domani", che a nostro avviso propone con una nuova chiarezza il messaggio che - da varie direzioni - Sergio Fumich mostra di volerci rivolgere.
Qui il contadino del villaggio posto ai limiti dell'impero avverte come insopprimibile il desiderio di conoscenza, e non esita ad affrontare un viaggio che lo occuperà tutta la vita, pur di avvicinare il senso autentico dell'esistenza, in un primo tempo individuato nel mito dell'imperatore come unica e sicura fonte del fluire delle vicende storiche, ma poco a poco svelato nello stesso "camminare verso" un senso mai pienamente afferrato.
E così il vecchio, nel tramonto del suo penultimo giorno, può dire: "Ora so molte più cose, la vita stessa mi ha mostrato il suo risvolto di sogno, di cui ognuno, forse senza saperlo, s'appropria, per rendere accettabile l'idea della propria esistenza".
Eppure si trova ancora a sperare. E la speranza traspare qui come il vero, ad un tempo irriducibile ed inspiegabile, senso della vita.
La minacciosa presenza della morte, la ricerca di stati d'angoscia non debbono trarci in inganno: non si tratta di un messaggio oscuro, tendente al nulla, mancante di prospettiva.
Non è vera morte quella evidenziata, ma è la morte della propria esistenza ordinaria, squarciata e resa inutile dall'improvviso interesse, dalla rinnovata passione, dalla curiosità incalzante che sembrano aprire un'esistenza nuova, anche se per molti tratti spiacevole.
Ma è il dolore che accompagna una rinascita, lo sforzo di riabituare gli occhi alla luce libera; ed è infatti necessario morire a se stessi per vedere davvero.
Fumich ci appare quindi estremamente fecondo come disvelatore degli spazi oscuri dell'esistenza affannata ma piatta dell'uomo contemporaneo, e come sottile interprete del dolore che penetra - fino alla morte - in coloro che, in modi differenti, finiscono per prendere sul serio (o sono loro ad "esserne presi") le domande che questi spazi fanno emergere.
Vi è perciò come una lotta che vorrebbe portare a ragionevolezza queste curiose vicende, ma ben presto la ragione si mostra inadeguata, vana.
Non rimane perciò che intraprendere un cammino, dove il dolore non è affatto una fine.
In tutti questi racconti emerge un deciso piacere del grottesco, ovvero la ricerca di un mondo fantastico dove oggetti e situazioni - sia quotidiane che straordinarie - diventano figure in un'esasperazione della realtà che l'Autore utilizza per comunicare significati profondi, difficili da esprimere in forma realistica.
In qualche modo quest'uso del grottesco ricorda un grande russo, Gogol, nei suoi racconti più paradossali, dove i protagonisti sono condotti in situazioni incredibili. Qui l'Autore tende a dissolvere l'amarezza e la malinconia, che queste esperienze inducono nel lettore, in finali ironici, che riportano alla realtà senza però dissolvere totalmente l'inquietudine delle vicende.
Fumich invece non pare offrire altre soluzioni ai suoi personaggi e quindi ai lettori, e mantiene permanentemente, accrescendola, la distanza tra la vicenda paradossale sottilmente creata e la vita quotidiana. Ma si percepisce un'eco della stessa avversione che è di Gogol nei confronti della burocrazia, fonte di intorpidimento umano e di uniformità - quasi cancellazione - dello spirito.
Non a caso i personaggi di questi racconti brevi sono nella gran parte dei casi "piccoli uomini" della pubblica amministrazione; sono riconducibili tutti all'identica figura dell'impiegato, anche se della passione per la bellezza e per la ricerca mantengono alcuni tratti di peculiarità umana: l'amore per la musica classica, l'attrazione per gli oggetti antichi, il piacere per la scoperta.
Ed è in questi spiragli che l'Autore ci introduce con le sue paradossali costruzioni.
Ma anche i racconti fiabeschi rimandano alla vanità dell'affannarsi dell'uomo moderno, tutto proteso a carpire un significato di cui pure avverte l'incombenza, ma che non può certamente disvelarsi se ricercato con brama di dominio.
Sempre sul piano delle assonanze letterarie - Fumich mostra di aver attraversato la letteratura europea moderna con un percorso attento e ricettivo - non si può non ricordare il continuo richiamo a Dino Buzzati, che ci appare sul fondo della scena quasi fosse presente costantemente in veste di punto di riferimento.
Il richiamo è dato dalla capacità di addentrarsi con perizia nelle vicende singolari, nei piccoli dolori che svelano inquietudini più grandi.
Si ritrovano anche l'uso della metafora e degli oggetti in chiave umana, rievocando situazioni che ci appaiono improvvisamente molto vicine alla nostra esperienza.
L'assonanza si fa più decisa nella capacità di introspezione del vivere contemporaneo, dove si alterna un'identica condizione umana combattuta tra solitudine e speranza, tra la quieta accettazione di un'esistenza dimessa, e l'avventura - non senza dolore ed anche morte del proprio "essere ordinario" - giocata alla ricerca di qualcosa che abbia vero valore.
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