Sergio Fumich
IL DRAGO DELLA MONTAGNA

Indice


Re Ulrico, inquieto e preoccupato, esternava il proprio turbamento percorrendo a grandi passi, avanti ed indietro, lo spazio che separava il trono di legno massiccio da una delle finestre della grande sala dove egli esercitava l'alto potere di vita e di morte sui sudditi del suo regno. Talvolta si fermava per qualche momento alla finestra a guardare la città che si stendeva ai piedi del castello e la montagna maestosa, irta di punte e di guglie, che sovrastava la valle come un gigantesco organo. Ma quasi subito riprendeva quel suo errare senza scopo. Dalla parte opposta della sala sostava un gruppetto di cortigiani confabulando tra loro sottovoce. Seguivano ogni mossa di quel passeggiare tormentato con altrettanta inquietudine, cercando di leggere nell'espressione corrucciata del re i suoi pensieri. Ai lati della sala, immobili e nel più perfetto silenzio, stavano le guardie armate, pronte sì a neutralizzare qualsiasi accenno d'offesa al loro re, ma del tutto indifferenti a quant'altro avveniva in quella stanza.
Quella situazione di stallo si protraeva ormai da più di un'ora. Ogni tanto qualche altro notabile si affacciava alla porta della grande sala indirizzando al gruppetto di persone uno sguardo interrogativo, ma subito, avutone in risposta un cenno negativo, si allontanava stringendosi nelle spalle. Re Ulrico capiva che tutti attendevano da lui una decisione. Ma quale decisione poteva prendere? Guardava quella montagna infida, irta di guglie, illuminata dal sole, e scuoteva la testa. Cosa poteva fare contro una sciagura annunciata, ma per il resto ignota? Se avesse almeno saputo cosa stava per abbattersi sul suo regno, una carestia, un'inondazione, l'invasione di qualche popolo barbaro del nord, una guerra, avrebbe cercato di porvi riparo, di prevenire. Ma così era come il brancolare d'un cieco cercando d'evitare un ostacolo che forse non c'era.
Il sole creava fantasmagorie tra gli alti picchi giocando con luci ed ombre. Re Ulrico sentiva che l'inquietudine si spandeva tra il suo popolo. I rumori che provenivano dalla città industriosa non erano gli stessi d'ogni altro giorno. Un orecchio esperto poteva benissimo notare un rallentamento nelle attività senza il bisogno dei solleciti rapporti degli informatori che annunziavano un ristagno nei commerci ed un affollamento nelle osterie da parte di chi doveva essere nei campi a lavorare. Sapeva che l'inquietudine genera malcontento e che quel malcontento alla fine si sarebbe rivolto contro di lui, e chissà qualcuno avrebbe attizzato ancor più la fiamma e forse si sarebbe trovato ad affrontare una sommossa.
Dei soffici cumuli, d'un bianco lucente, avvolgevano la cima della montagna creando forme incredibili. Re Ulrico tentava di decifrarne i contorni, di attribuire ad esse dei nomi, un modo come un altro per non pensare, per distrarsi qualche attimo. Ora pareva la testa di un leone, ora un nano deforme, ora un drago. Maledetto drago! S'era svegliato dal suo sonno di anni e s'era alzato in volo dal suo rifugio inaccessibile tra le alte guglie della montagna. Lo avevano visto in tanti volteggiare sulla città prima di dirigersi verso il lago ai piedi del ghiacciaio della grande montagna ad occidente. E come sempre, dopo quel raro evento, come tutti sapevano, si sarebbe abbattuta una sciagura sulle sue genti. Così era stato durante il regno di suo padre. I vecchi non avevano dimenticato la grande carestia che aveva mietuto un incredibile numero di vittime e fatto strage del bestiame. Così era successo durante il regno di suo nonno, quando un popolo barbaro del nord, spinto da un inverno più rigido del solito, era calato su quelle terre saccheggiando e devastando le campagne. Così era successo molte altre volte in un passato ancora più lontano, come ricordavano le vecchie storie tramandate di generazione in generazione.
Il cavaliere Anselmo s'era staccato dal gruppetto di cortigiani dirigendosi verso la finestra dove ora sostava re Ulrico. Ora che il re aveva cessato quel suo penare avanti ed indietro, forse - pensava Anselmo, - quello era il momento giusto per rivolgergli una supplica affinché fosse presa una qualche decisione. Bisognava soprattutto agire subito. Da quando la notizia, che il drago s'era svegliato e aveva lasciato in volo il suo rifugio, si era sparsa fino ai più lontani territori del regno, continuavano a pervenire segnalazioni allarmanti. Molta merce era sparita dai mercati ed in qualche luogo erano scoppiati dei tumulti per accaparrarsi le poche derrate rimaste. Ma ciò che più preoccupava Anselmo erano i rapporti che giungevano dalle guarnigioni che sorvegliavano i confini del regno. Tutti indistintamente davano avviso di movimenti di truppe nei paesi vicini. Poteva essere una coincidenza o l'indizio che oltre frontiera si tramasse d'approfittare della confusione, che sarebbe inevitabilmente seguita nei prossimi giorni, per invadere e tentare d'impadronirsi del prospero regno di Ulrico.
Il re, avvertendo i passi dietro di sé, girò il capo.
"Ah, mio buon Anselmo, guarda com'è splendida oggi la montagna. Non ti nasce il desiderio di prendere l'arco e di arrampicarti tra quelle rocce, là fino a quelle cenge dove il sole gioca con le ombre, dietro ai camosci, alla ricerca d'una magnifica preda?"
"Sire, i messaggeri..."
"Ah, Anselmo, come l'età tradisce i desideri! Avessi la baldanza e la gioventù del tuo figliolo Alberico, non esiterei un attimo a radunare i migliori cacciatori incitandoli a seguirmi sulle crode scintillanti. Sogni, Anselmo! Sogni..."
"Sire, i messaggeri inviati dai comandanti delle guarnigioni poste a guardia dei confini recano tristi notizie."
"I nostri vicini! Anche loro, dunque, hanno saputo del risveglio del drago, e si preparano. E' così, Anselmo?"
"Così dicono i messaggeri, sire. Raccontano che le vedette degli avamposti hanno segnalato dovunque sospetti movimenti di truppe e di carri nelle valli oltre la frontiera. Si preparano forse ad attaccare, non osando subito, un regno provato dalla sciagura, quand'essa si sarà abbattuta."
"Taci, Anselmo! Taci..."
"E se così non fosse? La sciagura annunciata dal drago potrebbe anche essere la guerra..."
"Potrebbe, forse. Ma sarebbe una pazzia. Il nemico non riuscirebbe a passare d'un metro il confine che il nostro esercito ben addestrato subito lo ricaccerebbe. Di questo son ben consapevoli i nostri vicini. Attaccheranno solo se dovremo combattere con ben altri e più terribili avversari."
Re Ulrico intuiva che Anselmo voleva una decisione, una decisione qualunque che cancellasse quel senso d'inerzia impotente che anch'egli sentiva dentro. Ma non aveva proposte.
Le alte torri della montagna erano sparite alla vista dietro una soffice e bianca coltre di nubi. Re Ulrico si girò, come per riprendere quel suo andare senza scopo, e scorse lì presso in un canto il vecchio Rodrigo, che pure s'era avvicinato e sostava a rispettosa distanza. Gli occhi del vecchio incontrarono quelli del re ed Ulrico comprese ch'egli voleva dire qualcosa. Così l'interpellò: "Saggio Rodrigo, tu fosti lo scudiero di mio padre e lo servisti con fedeltà e coraggio. So che mio padre ricercava i tuoi consigli ed il tuo parere era sempre ascoltato prima di una sua decisione. Tu hai conosciuto nella tua vita già una volta l'angosciosa vicissitudine che ci attanaglia. Dunque la tua parola può essere di conforto per tutti noi in questo delicato momento."
"Maestà, ho udito i vostri discorsi e mi sento d'affermare che condivido i timori del cavaliere Anselmo. Quell'ammassarsi di truppe ai confini è un pericolo concreto che non va sottovalutato. Se si dovesse distrarre dai suoi compiti di difesa parte dei nostri valorosi soldati per qualche deprecata sventura, seppure di non eccessiva entità, non dubito che il re Adolfo non esiterebbe con i suoi eserciti ad attraversare la frontiera."
"Che, dunque, mi consigli, saggio Rodrigo?"
"Maestà, il mio può essere solo il parere d'un vostro umile servitore."
"Suvvia..."
"Ecco, mi preoccuperei piuttosto del pericolo concreto che non d'uno possibile ma non certo, e soprattutto d'ignota natura. Il drago, così dicono le storie, non ha mai mentito, ma può anche essere che nulla accada questa volta. E se un tragico evento deve avvenire, meglio sarebbe dover affrontare solo quello, e non anche i saccheggi e la rovina d'una guerra."
"Ma concretamente cosa suggeriresti?"
"Manderei ambasciatori da re Adolfo con doni e profferte di pace."
"E tu credi che ciò sarebbe sufficiente per fargli smobilitare le truppe?"
"Perché non fargli capire che vostra maestà sarebbe disponibile al matrimonio della propria figlia, la dolce principessa Eliana, col fiero rampollo d'Adolfo, il principe Gottardo? A che scopo, dunque, una guerra se un matrimonio può far avere senza colpo ferire ciò che tanto si brama?"
"Promettere mia figlia a quello zotico di Gottardo? Tu sei pazzo!"
"Ma, sire, ho detto di fargli capire, di lasciare intravedere la vostra disponibilità, non di dichiararla. Io credo che ciò basterebbe per far ritirare ad Adolfo le sue truppe quale atto di amicizia e di considerazione per il futuro suocero del figlio, e, perché no, per rendervi più ben disposto ad un atto ufficiale."
Anselmo, che aveva ascoltato in silenzio, sentì il bisogno d'interloquire. La proposta di Rodrigo per lui significava finalmente azione, qualcosa di concreto a cui dedicarsi per distrarre la mente dall'ossessione dell'ignota sventura annunciata dal drago.
"Il consiglio di Rodrigo è di certo buono, sire. Se l'invio degli ambasciatori non desse un esito positivo, non saremmo allora messi peggio di adesso. Ma se gli avvenimenti, invece, seguissero il cammino indicato, il beneficio per noi sarebbe grande. E poi, passato il difficile momento, non sareste in fin dei conti obbligato a mantenere una parola non data. Allora re Adolfo di certo non oserebbe più attaccare seppure, ma ingiustamente si sentisse offeso."
Re Ulrico soppesava le parole udite, ma rimaneva freddo alla proposta. Guardava di nuovo dalla finestra. Le nuvole s'erano diradate e gli alti picchi scintillavano al sole. S'un alto crinale gli parve di vedere qualcosa muoversi, forse un camoscio. Non aveva più la vista acuta di una volta.
"Sire, permettete una parola ancora..."
Era Anselmo che tornava alla carica. Vedeva il re indeciso e voleva convincerlo a seguire il consiglio di Rodrigo. Ulrico fece un cenno d'assenso col capo.
"Nel popolo si va diffondendo la paura e lo sgomento. Nelle orecchie di tutti risuonano ancora i terrificanti racconti dei padri e dei nonni che narrano sciagure abbattutesi sul regno puntualmente dopo ogni volo del drago della montagna. Nell'attesa dell'ineluttabile sventura cresce l'inerzia. Le bettole si riempiono di operai e contadini, il commercio ristagna, le merci non vengono portate ai mercati. Giungono a corte anche notizie di tumulti in qualche lontana provincia. Sire, la corona non può mostrarsi impotente e rassegnata all'evento che forse sta per compiersi. L'invio di ambasciatori a re Adolfo per il popolo significherebbe che il suo re agisce contro l'ignoto pericolo, che sta preparando le difese dalla sventura imminente. Sarebbe un segnale, un motivo per ritrovare fiducia nel domani."
Re Ulrico fissava la montagna. Tra quei picchi che mostravano ancora tracce dell'ultima neve, lassù in qualche recesso inaccessibile dormiva il drago. Sì, forse la proposta di Rodrigo era saggia, poteva allentare la tensione che si andava cumulando tra i cortigiani e nel popolo. Ulrico aveva sempre sperato che al suo regno venisse risparmiata una simile emergenza, ed ecco che s'era trovato all'improvviso a doverla affrontare. Maledetto drago!

L'invio degli ambasciatori era servito al suo scopo. Dagli avamposti disseminati lungo i confini, cominciavano ad arrivare confortanti rapporti. Dappertutto si segnalava la smobilitazione delle truppe di re Adolfo. Carri ed armati lasciavano le valli vicine risalendo i passi, diretti verso le regioni interne del regno. Si ritiravano, dunque, tornavano a casa! Dopo qualche giorno il pericolo d'una possibile guerra sembrò scongiurato del tutto. Emissari mandati oltre confine per valutare la situazione, affermavano che delle armate, ammassate nei primi giorni dopo il diffondersi della notizia del nuovo volo del drago, rimanevano ormai soltanto pochi plotoni ritardatari negli acquartieramenti non ancora smontati. Erano perlopiù soldati delle salmerie, incaricati d'integrare con prodotti del luogo i rifornimenti per l'esercito che ritornava. Nelle guarnigioni di confine era cessato lo stato d'allarme - riferivano i rapporti, - i turni di guardia erano tornati normali, e dovunque si notava nuovamente una certa rilassatezza tra la truppa.
La popolazione accolse queste notizie con euforia. Nei mercati rispuntarono le merci, ripresero i commerci, la gente tornava al lavoro nelle botteghe e nei campi. Almeno esteriormente tutto sembrava riprendere la piatta consuetudine di sempre. Sembrava che l'allentarsi della tensione con i vicini avesse esorcizzato il pericolo paventato preannunciato dal drago, aiutando gli animi a liberarsi da un'atavica angoscia per il domani, esplosa dentro all'improvviso. Alla corte di re Ulrico si tirò un sospiro di sollievo. I cortigiani, per rafforzare quella sensazione di scampato pericolo, organizzarono banchetti e feste popolari. Soltanto il re sembrava estraneo a tutto quel fermento.
Ulrico passava molto del suo tempo in solitudine, il suo umore tradiva l'ansia e la paura dell'ineluttabile destino vaticinato dal volo del drago. Nella sala delle udienze, seduto sul trono di legno massiccio, poteva ammirare la montagna che si stagliava come un gigantesco organo di roccia calcarea contro il cielo azzurro. Soprattutto verso il tramonto, quando per pochi istanti le rocce assumevano toni rosati sempre più intensi per poi accendersi, all'improvviso, di rosso vivo, il re sostava in quella sala, fino a che, con l'addensarsi del buio, il silenzio era rotto dai servitori che provvedevano a rischiarare la stanza portando fiaccole. Aveva sempre apprezzato la genialità dell'architetto che aveva costruito il palazzo ai tempi del nonno del nonno. La montagna, di là dalle grandi finestre, era parte di quella sala. Chiunque vi entrava per una supplica, un'ambasciata o altra incombenza, non poteva sottrarsi ad un oscuro senso di pochezza, di umiltà, di riverenza di fronte alla maestà della natura, che finiva con l'esaltare la deferenza verso chi sedeva sul trono. Ma ora in quelle rocce imponenti, in quei picchi che si slanciavano eleganti e possenti verso il cielo, Ulrico vedeva una sfida alla sua autorità: lui, il signore e padrone di quel prospero regno, si sentiva frustrato, impotente di fronte al presagio mandato dalla montagna.
Anselmo, con una gran pena nel cuore, vedeva il suo re, giorno dopo giorno, intristire immerso in quei pensieri di sventura. Più volte aveva provato a distrarlo col proporgli battute di caccia nei boschi come ai bei tempi, la stagione era ideale per riempire d'abbondante selvaggina i carnieri. Ma ogni suo sforzo era stato vano, niente sembrava capace di ridare al re la serenità d'un tempo. Ed intanto i giorni passavano in fretta, e già la prima neve sui monti annunciava l'inverno ormai prossimo.
Con un decreto re Ulrico aveva concesso un taglio straordinario di alberi, per prevenire con scorte abbondanti di legna un eventuale inconsueto irrigidirsi in quei mesi invernali del già gelido clima di quelle montagne. Ma con grande meraviglia d'Ulrico quell'inverno fu particolarmente mite. A malapena la neve raggiunse il metro d'altezza e solo nei punti più ombrosi, i passi rimasero quasi sempre transitabili, seppure con qualche difficoltà, dai carri dei mercanti e nei mercati vi fu sempre abbondanza di merci anche insolite per la stagione. Ma pur davanti a quei segni della benevolenza del destino, nell'animo del re non vi fu mai sollievo, neppure l'arrivo della primavera, finalmente, riuscì a scacciare dalla mente di Ulrico l'ombra del drago che vedeva gravare su quelle terre come un impalpabile sudario.
Col ritorno del bel tempo e lo sciogliersi delle nevi, le attività nel regno ripresero frenetiche. La gente sembrava aver dimenticato il drago e le angosce cresciute dall'inaspettato evento solo pochi mesi prima. La vita continuava come sempre nella città con la sua disarmante quotidianità. Soltanto i vecchi, inascoltati, continuavano ad ammonire di non trascurare il pericolo che incombeva. Pochi badavano ai loro discorsi, i più e soprattutto i più giovani li trattavano con quella sufficiente bonarietà, che viene dall'incredulità verso le antiche credenze in chi pensa di sapere ormai tutto del mondo. E poi si sa che ai vecchi non va mai bene niente, hanno sempre da brontolare, quel lamentare ininterrotto come una coscienza pedante è il loro modo di mantenere un contatto con la realtà dimentica. Ulrico si sentiva vecchio, il drago in quel breve lasso di tempo gli aveva tolto vent'anni.
Maggio aveva riempito di rose multicolori il giardino del castello. Ulrico, lasciando nel tardo pomeriggio le sue carte e gli obblighi quotidiani della corona, aveva preso l'abitudine di attardarsi tra quei fiori odorosi, che avevano il potere di zittire per qualche momento il cruccio per la propria impotenza nel mutare il corso degli eventi. Restava fino al tramonto del sole dietro la grande montagna ad occidente, spesso era Anselmo a passeggiare con lui per i vialetti discorrendo dei problemi del regno, ma più spesso si ritrovava da solo. Allora cercava di scambiare qualche parola con i giardinieri che, con l'antica arte tramandata di padre in figlio, riuscivano a crescere in quel clima inospitale varietà meravigliose. Ma, al solito, il suo era un soliloquio perché nessuno osava ricambiare quella inusitata familiarità con qualcosa che fosse più di un'imbarazzata parola d'assenso o un riverente schermirsi. La montagna del drago, con le sue guglie simili a canne d'organo, sovrastava il giardino come una presenza silenziosa, un'ombra fedele e discreta, una compagna che sa attendere in disparte.
Il sole di lì a poco sarebbe scomparso dietro l'alta cima innevata ad occidente, una brezza leggera saliva dalla valle dove la città si stendeva seguendo il corso del fiume. Ulrico sostava presso una roccia scavata a mo' di terrazzo, cercando di godere l'ultimo tepore del sole; da lì poteva osservare il fondovalle fino all'estremità più lontana, dove si stringeva in uno stretto e dirupato passaggio tra picchi strapiombanti. Uno squillo di trombe lo distrasse dai suoi pensieri, un corteo festante di armigeri e popolani saliva verso il castello. Erano ancora troppo lontani perché egli potesse distinguere i cavalieri che cavalcavano alla testa dell'allegra e rumorosa schiera.
Da quella roccia poteva vedere anche l'ingresso del castello, notò subito una palpabile eccitazione tra la guardia ed un concorrere confuso di armati, cortigiani e servitori. Cosa stava succedendo? In quel disordinato andirivieni aveva notato anche la figura imponente di Anselmo, dai gesti il vecchio amico sembrava pervaso da una grande euforia. E Anselmo doveva aver intravisto il suo re, perché si era di botto a grandi passi allontanato da quella piccola folla vociante dirigendosi verso il belvedere.
"Alberico, Alberico ed i suoi amici! - gridò quando ancora era ad una ventina di passi dal re - Stanno tornando dalla caccia con prede eccezionali, animali magnifici di dimensioni incredibili. Il giovane Volfango che li ha preceduti al castello dice che i più anziani tra i cacciatori non ricordano d'aver visto o sentito parlare di esemplari così imponenti!"
"Amico mio, mio buon Anselmo! Come nelle tue parole esulta tutto l'orgoglio di un padre fiero delle gesta del figlio! Sono contento per te, per la tua gioia di padre. Guarda, la gente della città si è unita alla festa! Per tuo figlio e gli altri cacciatori si prepara un trionfo!"
Il corteo ormai era vicino, stava per affrontare l'ultima erta che portava all'ingresso del castello.
"Su, andiamo anche noi, Anselmo. Sono curioso di vedere le tanto decantate prede!"
Alselmo aveva di che essere fiero dell'impresa del figlio e dei suoi compagni. I capi abbattuti erano veramente eccezionali, Ulrico non ricordava di averne mai visti di simili. Attorno ad Alberico e agli altri giovani fortunati cacciatori si accalcava una piccola folla entusiasta, che all'appressarsi del re e di Anselmo si fece composta e riverente, scostandosi per lasciare loro il passaggio. Alberico si fece incontro al padre esultante per riceverne un abbraccio più cameratesco che paterno. Anche Ulrico volle congratularsi con il giovane ed i suoi compagni, e fu allora che Alberico quasi a schermirsi dalle eccessive lodi e dai festeggiamenti, forse per un pizzico di perversa modestia o per giovanile impertinenza, se ne uscì con un "Suvvia, chissà cosa sarebbe successo se vi avessimo portato il drago!". Ulrico si fece di colpo serio. Vedendo il re cambiare umore così repentinamente la folla intorno ammutolì. Il silenzio durò qualche attimo, poi lasciando ritornare sul suo volto il sorriso, Ulrico con una pacca amichevole sulla spalla del giovane si congedò, ed intorno di nuovo vi fu un gran chiasso festoso.
La festa per l'incredibile caccia durò tutta la notte al castello e nelle vie della città. Ma re Ulrico non vi partecipò. Nella solitudine della sua stanza, incapace di prender sonno, rimuginava le parole di Alberico. Perché non averci pensato prima? Troppo semplice! Ma le soluzioni semplici d'un problema sono le più difficili da trovare. Si sentiva come un cieco che, all'improvviso, per qualche evento impensabile, avesse riavuto la vista. In quei mesi - mancava poco al compiersi dell'anno, - la catastrofe preannunciata non si era verificata. Anzi il paese era stato beneficato da una serie di circostanze favorevoli. Tutto il contrario, dunque! Forse al suo regno era stata risparmiata la sorte dei suoi predecessori che avevano dovuto affrontare, puntualmente dopo ogni volo del drago, calamità di grandi dimensioni. Se cominciava a considerarsi fortunato, tuttavia non gli riusciva di scacciare dal suo animo il cruccio per un possibile ripetersi nel futuro del presagio e del suo concretarsi, questa volta, in un immane disastro per la sua gente.
Eliminare il drago... Alberico, certo, non pensava di suggerire la strada per uscire definitivamente da quella angosciosa attesa che aveva in quei mesi attanagliato il suo animo con una sgradevole quanto inestirpabile sensazione d'impotenza. Ora, che un po' di serenità per l'immediato domani sembrava rigerminare in lui, cominciava a vedere gli avvenimenti vissuti secondo prospettive diverse. Ormai, ad esempio, aveva realizzato che bastava il volo del drago per gettare nel caos il paese, prima ancora dell'abbattersi ferale d'una calamità. Il diffondersi della sola notizia aveva procurato danni economici rilevanti alle famiglie ed al commercio, aveva in pochi giorni portato il suo regno prospero e pacifico sull'orlo d'una guerra con i bellicosi popoli vicini. In fin dei conti il messaggero di sventure, il drago, s'era dimostrato più esiziale che non l'infondata calamità annunciata.
Eliminare il drago... A ben valutare, cosa avrebbe egli e la sua gente potuto opporre, quali difese escogitare contro catastrofi perniciose come quelle che avevano colpito la popolazione durante il regno di suo padre o di suo nonno? Ben poco, ben poco purtroppo. Poteva evitare, quello sì, che la sciagura si abbattesse su una popolazione abbandonatasi ad una incosciente quanto pericolosa apatia di fronte all'ineluttabilità della sventura imminente, ad un vivere alla giornata senza prospettive, senza domani, magari crapulando come se quello fosse l'ultimo giorno. Mancando il messaggero non ci sarebbe stata possibilità alcuna di ricevere il messaggio! La gente avrebbe continuato a vivere senza preoccupazioni fino al giorno della calamità, se calamità doveva colpire quel regno felice. Ulrico non vedeva cinismo in un tale pensiero: perché creare turbative, magari invano come quell'ultimo volo aveva fatto, quando poi, nel verificarsi dell'ipotesi peggiore, comunque non si avevano difese? La decisione da prendere, e subito, era quella: guidare una spedizione sulla montagna che stanasse ed uccidesse il drago. E così avrebbe fatto.

Erano in marcia oramai da alcune ore su quel sentiero dirupato che portava sulla cima della montagna. La piccola compagnia d'armati aveva lasciato il castello quando ancora era buio ed una pallida luna all'ultimo quarto delineava debolmente le cose svegliando nell'animo ancestrali timori. La frescura della notte aveva favorito il procedere, avevano raggiunto il pianoro, luogo di ricchi pascoli da dove il sentiero assottigliandosi e inerpicandosi tra rocce frastagliate cominciava a salire sempre più ripido verso la vetta, e s'apprestavano all'ultima lunga e faticosa ascesa. Ora albeggiava. Il sole tra poco, caldo e giocondo, si sarebbe levato tra i picchi più alti. Senza imprevisti intoppi avrebbero raggiunto ben prima di mezzogiorno il piccolo lago sotto la cima dove, si diceva, era il covile del drago. Alberico, il figlio di Anselmo, con due armigeri marciava alla testa del gruppetto, seguito dal padre e dal re, poi la fila era chiusa da una decina di altri soldati, guidati dal giovane Volfango.
Approntare la spedizione non era stata cosa da poco né così semplice come Ulrico, una volta presa la decisione, s'era prospettato. Innanzitutto aveva dovuto affrontare la figlia. La principessa Eliana, venuta a conoscenza dei propositi paterni, era caduta in uno stato preoccupante di prostrazione dopo aver supplicato più e più volte il padre di non intraprendere quell'impresa. Soprattutto quella sorta di terrore bestiale che aveva letto nei suoi occhi, lo aveva turbato grandemente. Perché la figlia aveva reagito così drammaticamente a quel progetto che poteva liberare definitivamente il regno da quella spada di Damocle vivente ch'era il drago? Forse temeva per lui, per la sua sorte... Forse, ma anche il vecchio Rodrigo non aveva dimostrato approvazione per quella battuta di caccia sulla montagna. L'ingaggiare una lotta col drago avrebbe sicuramente comportato dei rischi per l'incolumità dei membri della spedizione, ma in fin dei conti quella non era la prima volta che si imbarcavano in imprese pericolose. Liberare quella terra da una dannazione di secoli era motivo sufficiente per Ulrico di azzardare anche la propria vita. Aveva trovato entusiasmo soprattutto nei giovani, in molti, con spavalderia, si erano offerti per quell'impresa che poteva renderli famosi come i grandi eroi dei cantastorie. Aveva lasciato che fosse Anselmo a scegliere tra i volontari ed Anselmo primo fra tutti aveva scelto il figlio, non volendo risparmiare a sé quanto imponeva ad altri padri. Ah, il buon Anselmo! Per Ulrico era sempre stato ben più di un dignitario ed un fidato consigliere, era stato un amico, nei momenti più difficili quasi un fratello. E ancora, di fronte all'azzardo di quella spedizione, non aveva esitato a dare al re il suo braccio, ma aveva offerto anche quello del figlio che era la sua gioia più grande e la sua speranza.
Questi e simili pensieri turbinavano nella mente di Ulrico mentre saliva con gli altri il sentiero che s'inerpicava tra larici ed abeti. Forse era quell'umidore, quel silenzio del bosco ancora addormentato ad immalinconirlo. Perché Ulrico non sentiva fierezza dentro di sé, ma un sottile velo di tristezza turbava il suo animo. Tra non molto la vegetazione si sarebbe fatta più rada, i larici avrebbero lasciato il posto ai mughi, poi solo pietre e cespi di sassifraga. Allora forse il tepore del sole ormai alto avrebbe asciugato come gocce di rugiada quel sentore mesto che lo distraeva dal meditare il modo d'affrontare il drago. Il gruppo d'armati marciava in silenzio, e del resto non c'era molto da consultarsi sulla strada da prendere. Il sentiero su quella costa ripida non aveva alternative, era una strada obbligata fino al piccolo lago sotto la vetta della montagna.
Dove cessava il bosco si slargava uno spiazzo sufficiente per costruirvi una baita, e qualcuno l'aveva realmente eretta e la usava, anche se non si capiva a che potesse servire in quella parte della montagna dove non vi erano luoghi per il pascolo. Forse una capanna di boscaioli, ed in verità ad Ulrico era parso non molto prima di percepire ovattato e lontano il tonfo della scure sul tronco. Alla vista della piccola costruzione Anselmo propose una pausa per ritemprare le forze prima della scalata conclusiva verso la cima.
"Peccato che nella baita non vi sia nessuno, avrebbe potuto esserci di grande utilità conoscendo bene i luoghi."
Le parole di Ulrico erano più una riflessione a voce alta, che l'esordio d'un discorso.
"Non devono essere lontani, però. Ho udito colpi di scure nel folto del bosco quando affrontavamo quella piccola erta rocciosa", aggiunse subito Volfango. "Forse qualcuno si farà vivo. Il bosco è così silenzioso questa mattina e se qualcuno c'è in questo posto, non può non aver fatto caso al nostro procedere rumoroso lungo il sentiero."
Ulrico si era tolto l'elmo e con un panno di lino asciugava la fronte dal sudore. A rimirarla da lì, la cima della montagna sembrava ormai vicinissima, e non aveva più la conturbante imponenza che tanto affascinava guardando dal fondovalle. Era come ritrovarsi all'improvviso davanti una splendida donna senza trucco ed in ciabatte. Lo disse ad Anselmo. Ma subito si pentì d'averlo fatto, perché di colpo ebbe la sensazione che anche quell'impresa fosse sciocca, che quanto stavano per fare non avesse alcun senso realmente. L'osservazione d'Ulrico, nei giovani, aveva suscitato ilarità ed un seguito di motti arguti, che si sarebbe prolungato per del tempo ancora se, come un oscuro presagio, l'inaspettato materializzarsi d'una figura vestita di nero tra le ombre del bosco non avesse ammutolito tutti. Era un vecchio boscaiolo, che lentamente, portando una pesante scure sulla spalla destra, avanzava facendosi largo tra i mughi. Nei suoi occhi, quando fu a pochi passi, si leggeva la curiosità. E grande fu il suo stupore quando riconobbe le insegne reali, ed ancor più grande quando, da parole dette da Anselmo ad Ulrico, capì che quest'ultimo era il re, suo signore e padrone. Che cercava il re tra quei dirupi, dove nessun altro da anni era mai salito, un posto desolato abitato soltanto da marmotte e qualche uccello rapace? "E il drago", s'affrettò ad aggiungere Alberico, che aveva buone orecchie, concludendo quel pensiero mormorato tra sé dal vecchio. E il vecchio guardò il giovane teneramente, ma con tristezza. Erano, dunque, venuti per il drago... per vederlo, per catturarlo, per ucciderlo? Perché? Il drago non aveva mai molestato nessuno. Il vecchio ricordava ancora, quando, poco più di un ragazzo, suo padre lo aveva portato fino al lago perché potesse vedere da vicino quel colossale animale dalla lunga coda che riusciva con piccole ali ad alzarsi in volo. Lo avevano osservato da lontano, nascosti tra le rocce, sottovento, mentre sdraiato sulla ghiaia della riva al sole caldo del meriggio pisolava. Nonostante la mole fosse imponente, ricordava di non aver provato paura, ma anzi della simpatia, per quel bestione solitario che da sempre abitava la montagna. Il vecchio cercò di rispondere con precisione alle domande di Ulrico e di Anselmo, spiegando loro le abitudini del drago, ma nel contempo provando a farli desistere dall'idea di proseguire l'impresa. Invano!
Ulrico però fu commosso da quel vecchio, che vedeva combattuto tra il rispetto e la devozione al suo padrone e l'amore per la montagna e quanto ad essa apparteneva, compreso il drago. Al momento di riprendere la marcia, accomiatandosi il re gli fece dono di parte delle provviste. La felicità esternata dal boscaiolo per i doni fu grande, anche se la luce dei suoi occhi tradiva dentro una gran pena per quegli uomini. Con una stretta al cuore li osservò allontanarsi lungo il sentiero che saliva alla vetta, e fintanto che essi furono visibili il vecchio rimase immobile vicino alla baita a guardare il loro incedere tra le rocce frastagliate, poi, scuotendo il capo come a scacciare la malinconia, riprese la scure e la strada del bosco per ritornare al suo lavoro.

Il vecchio boscaiolo era stato molto preciso nelle sue indicazioni, aveva descritto perfettamente i luoghi e la via più agevole per raggiungere il laghetto, dove a quell'ora ancora stava rintanato il drago. Solo quando il sole fosse stato a picco sul lago - così aveva detto il vecchio, - il drago sarebbe uscito dalle acque profonde per pascolare sulla riva.
Non restava, secondo le indicazioni, che superare un piccolo dente roccioso, dopodiché in basso avrebbero visto allargarsi la piccola valletta ed il lago dai riflessi di smeraldo. Il vecchio, una volta ancora, non doveva aver mentito, perché Alberico e Volfango, raggiunta la cima dello spuntone di roccia, per primi, sulla spinta della loro baldanza giovanile, esultavano eccitati, indicando agli altri cose che gli altri ancora non potevano vedere. E una visione d'indicibile bellezza si presentò ad Ulrico, dopo che ebbe messo piede sulla sommità rocciosa del dente. La vetta della montagna, come un gigantesco ventaglio aperto, striato da ghiacci perenni ed impreziosito dai riflessi del calcare, chiudeva quasi a semicerchio la valletta rigogliosa d'erbe e fiori, rarissimi altrove a quell'altezza. Il lago nel verde smeraldo delle sue acque specchiava la cima della montagna. Con un senso di ripugnanza Ulrico concretò che quel paradiso della natura tra non molto sarebbe diventato un cruento campo di battaglia. Cercò con gli occhi Anselmo, leggendo sul viso dell'amico un'improvvisa tristezza. Anche lui era rimasto affascinato dallo splendore del luogo, non così i giovani guerrieri che s'erano lanciati con grida spavalde giù per il ghiaione che da lì portava al fondo della valletta. Ad Ulrico e ad Anselmo non restava che seguirli.
Il sole tra non molto sarebbe stato a picco sul lago, e se era vero quello che aveva detto il vecchio boscaiolo, il drago sarebbe uscito dal lago per cercare nutrimento dalle erbe della riva e dei piccoli spazi prativi, che si allargavano qua e là tra i detriti calcarei della montagna. Dovevano prepararsi ad affrontarlo nel migliore dei modi. Scelsero di appostarsi nei pressi di una gobba rocciosa che contornava un'estremità del lago. Il drago emergendo sicuramente si sarebbe diretto verso la riva opposta più agevole. Avrebbero avuto pertanto la possibilità di studiare le sue mosse e preparare l'attacco senza metterlo immediatamente in allarme.
L'attesa sembrò infinita. Il loro sguardo era fisso verso il sole, a leggere in cielo il preciso momento della comparsa. Forse abbagliati dall'intensa luminosità di quella splendida giornata di sole e dal riverbero dell'acqua e della roccia intorno, nessuno di loro parve notare il lento ribollire del lago non molto distante dal luogo dove s'erano acquattati. Così grande fu la sorpresa ed il panico quando nei pressi si alzò un'alta colonna d'acqua che si abbatté proprio su quella gobba rocciosa con fragore. Il drago, gigantesco e smisurato oltre ogni immaginazione, stava emergendo, dirigendosi, come avevano previsto, verso la riva opposta. Sembrava ignaro della loro presenza.
La paura provata era stata grande. Ulrico avvertiva il cuore ancora battere all'impazzata e si sentiva come paralizzato, incapace di qualsiasi movimento. "No!", l'urlo straziante di Anselmo lo riporto alla realtà, quanto bastava per vedere Alberico e gli altri suoi giovani compagni avventarsi con foga contro il mostro appena uscito dall'acqua, scagliando le pesanti lance. L'arma di Alberico colpì il drago nel lungo collo provocando la rabbiosa reazione dell'animale. La coda della bestia si abbatte sul gruppetto urlante di giovani temerari seminando la morte. Un secondo colpo di coda finì Volfango ch'era finito a terra con una gamba spezzata dal primo urto. Alberico, unico superstite e miracolosamente illeso, s'era fermato impietrito dal terrore davanti al drago stringendo spasmodicamente nel pugno un'inutile spada. Il mostro lo afferrò con la bocca sollevandolo in alto per poi scagliarlo a sfracellarsi contro le rocce. Anselmo che impotente aveva assistito all'orrenda fine del figlio, rotto dal dolore si slanciò contro il drago con un urlo disperato. Ammaestrato dalla tragica esperienza dei giovani, riuscì ad evitare d'essere colpito dalla coda della bestia, e ad arrivare tanto vicino da poter indirizzare la propria lancia con precisione contro uno degli occhi del drago. Il drago lanciò per il dolore un grido terrificante, cercando di afferrare Anselmo come già aveva fatto con il figlio. Ma Anselmo riuscì a scansare la ferale morsa, e aggrappatosi al collo della bestia vi affondò la sua spada. Dalla profonda ferita sgorgò violento il sangue contro il suo viso. Preso alla sprovvista, lasciò la presa precipitando a terra, finendo calpestato dall'animale che in preda al dolore si dimenava rabbiosamente.
La misera fine di Anselmo riuscì a scuotere finalmente Ulrico. Aveva vissuto quel rapido tragico evolversi degli eventi come un sogno, un incubo spiacevole da cui non poteva svegliarsi. Ora il dolore, che rapidamente stava montando in lui per la morte dell'amico, lo riportava alla realtà. Il drago perdeva molto sangue, ma non le forze. Il disperato assalto di Anselmo era servito soltanto a ferirlo, doveva finirlo lui il mostro, soprattutto per vendicare quei giovani eroi e Anselmo. Lentamente e con circospezione Ulrico si avvicinò alla bestia. La lancia di Anselmo aveva parzialmente accecato il drago, se fosse riuscito a dominare la rabbia che sentiva crescere in corpo e se avesse usato attenzione ed intelligenza, forse sarebbe riuscito nell'impresa di abbattere il mostro. Il drago avvertiva la sua presenza anche se non riusciva ad individuarlo con precisione, e con la coda cercava di colpirlo menando colpi a caso. Con freddezza Ulrico riuscì a portarsi vicinissimo al drago, per scagliare con buona mira, come già aveva fatto il povero Anselmo, la lancia contro qualche parte vitale. La fortuna fu dalla sua, l'arma penetrò nel collo, poco sotto la testa, trapassandolo da parte a parte. Altro sangue copioso sgorgò dalla nuova ferita ed improvvisamente il drago si accasciò al suolo incapace di reggersi sulle zampe. Ulrico esultò, ma quell'attimo di distrazione gli fu fatale. La coda del mostro lo colpì alla schiena con forza scagliandolo in aria.

Doveva aver perso conoscenza per molto tempo. Il sole ormai stava calando verso la grande montagna ad occidente. Non riusciva a muovere le gambe, con grande sforzo cercò di sollevarsi sui gomiti, quel tanto che bastava per capire dove si trovava. Ricordava d'esser stato colpito con violenza e scagliato per aria. Un gran volo doveva esser stato il suo, per ritrovarsi su quella roccia ai margini della valletta, una roccia a strapiombo sulla valle sottostante dove si stendeva la sua città. Soltanto ieri alla stessa ora era tra le rose del suo giardino a guardare lassù, tra quei picchi, immaginando un'impresa a lieto fine per il suo regno. Tutto invece si era risolto in un disastro. Anselmo, Alberico, Volfango morti, morti assieme agli altri giovani della spedizione. Adesso soltanto si accorgeva di non conoscere di alcuni neppure il nome. E lui, lì, impossibilitato a muoversi, destinato su quella roccia ad una lenta agonia o al suicidio. Ma il drago? Che fine aveva fatto il drago?
Da quella posizione non riusciva a vedere la riva del lago. Con uno sforzo disperato delle braccia riuscì a spostarsi di qualche metro bastante a scorgere parte della bestia. Si muoveva, anche il drago era ancora vivo! Tutto era stato, dunque, inutile.
Il sole di lì a poco sarebbe tramontato dietro la vetta innevata della grande montagna ad occidente. Poi sarebbe calato il buio e con il buio e l'acuirsi del dolore che sentiva alla schiena, sarebbe venuto l'angoscioso interrogarsi se lasciarsi andare ad una lenta agonia o porre fine in qualche modo alle sofferenze. Sapeva ormai di non avere più scampo. Lassù nessuno avrebbe potuto mai portargli soccorso.
Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricostruire nella sua mente quegli attimi fatali che avevano portato alla catastrofe la piccola spedizione. Aveva sempre negli occhi la misera fine di Anselmo calpestato dal drago. La follia di quell'impresa ora era tragicamente manifesta. Ad Ulrico tornarono in mente le suppliche della figlia, le inutili parole di Rodrigo, perché egli desistesse dall'insano proposito. Adesso, non li avrebbe rivisti mai più! Ed avrebbe voluto vederli, almeno una volta ancora per chiedere loro perdono per la sua colpevole testarda incoscienza. Giù al castello, mai si sarebbe conosciuta la fine tragica di quella spedizione, perché nessuno avrebbe osato venire in quei luoghi per ricercare i loro corpi, per dar loro sepoltura. La montagna cominciava ad assumere toni d'un rosa sempre più intenso. Tra poco anche su quella valletta sarebbe calata la sera. Cercò di sistemarsi al meglio per gustare un'ultima volta quei brevi magici attimi in cui la montagna al tramonto si accende di rosso vivo. Com'era bella la montagna in quell'ora della sera...
Un improvviso rumore di pietre smosse, frammisto a gridi rauchi, a stridi, strepiti, tonfi nell'acqua, distolse l'attenzione di Ulrico verso il lago. Il drago si stava agitando convulsamente: non riusciva a vederlo per intero, però aveva l'impressione che stesse cercando di rimettersi ritto sulle zampe, aiutandosi con le piccole ali e con la coda. Ulrico rimase attonito, affascinato dagli sforzi incredibili di quella bestia gigantesca. E alla fine ci riuscì. Enorme e spaventoso, il drago torreggiava nella valletta, sovrastando il lago che in un arcano gioco di luci rifletteva l'immagine minacciosa. Dietro la montagna era ormai rosso fuoco. La bestia provo ad avanzare, ma dopo il primo passo s'irrigidì e dalla sua gola uscì un terrificante prolungato grido, amplificato e moltiplicato in cento, mille echi dalle rocce circostanti. Poi un violento tremito lo scosse in tutto il corpo, e con fracasso stramazzò al suolo facendo tremare la terra. L'ultimo grido del drago ormai agonizzante fu ancora più terribile e possente. La terra ebbe un fremito rabbioso, qualche masso si staccò dalla parete rocciosa della vetta rovinando fragorosamente nel lago, poi come l'improvvisa calma che precede il temporale, tornò il silenzio.
Il drago era morto, la spedizione, quelle giovani vite buttate, Alberico, Anselmo, lui stesso tra non molto, non erano state, dunque, inutili. Non vi sarebbero stati più voli di draghi ad annunciare disgrazie alla gente di quelle terre. La morte per Ulrico, ora aveva un altro sapore, poteva anche sorriderle...
Prima impercettibilmente, poi pian piano aumentando d'intensità la montagna s'era messa a tremare, come scossa nelle profondità dal terremoto. Il fenomeno nel giro di pochi minuti raggiunse il parossismo. Tutt'intorno cominciarono a crollare spuntoni di roccia, a staccarsi massi dalle guglie possenti, a franare porzioni consistenti di pareti rocciose. Finché con un gran boato e sollevando un'imponente nuvola di polvere, dal fianco della montagna si staccò una frana di dimensioni immani precipitando a valle sulla città inerme. Tutto durò pochi minuti. Ma la visione della catastrofe che aveva cancellato la città, sepolto il suo castello sotto i detriti della frana, fu risparmiata a re Ulrico. Un masso staccatosi quasi subito dalla parete rocciosa alle sue spalle, gli aveva dato la morte prima che l'ombra dell'ultimo sorriso svanisse dalle sue labbra riarse.