Sergio Fumich
DOMANI

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Domani salirò l'ultimo passo. Finalmente! A questi miei occhi stanchi, nella sua inimmaginabile immensità, si mostrerà la fertile valle dei sogni infantili, cullati ascoltando le storie dei vecchi, nelle notti estive, accanto ai falò di sterpi che profumavano l'aria di assenzio e di ginepro. Finalmente! Lo sguardo vagherà su quella terra dove mille corsi d'acqua disegnano ragnatele infinite, dove le messi sono un biondo mare che si perde all'orizzonte, lontano, lontano, fin dove comincia il cielo. Finalmente! Le torri d'oro e di giada della città imperiale vedrò ergersi sulla pianura, scintillanti al sole del tramonto.
La strada che porta al passo è lunga e faticosa, e le poche forze che mi restano non sono bastanti per affrettare il difficile incedere d'un vecchio. Sarò lassù, in cima, soltanto al tramonto, ma quell'ultima luce sarà sufficiente. Da troppo tempo sono in viaggio verso la città imperiale, ormai mi basta solo uno sguardo prima di chiudere gli occhi per sempre, uno sguardo per sapere di non aver vissuto invano.
Quando, giovane e nel pieno vigore delle mie forze, intrapresi questo viaggio, che mi avrebbe fatto consumare le stagioni ramingo di contrada in contrada, valicando montagne impervie, attraversando fiumi impetuosi e desolati deserti, passando per mille città, abitate da genti di razze diverse, e per mille e mille villaggi disseminati nelle assolate pianure, seguendo sempre il sorgere del sole, credevo l'impresa grande e meritevole del sacrificio della giovinezza e degli affetti che mi lasciavo alle spalle, nel piccolo insignificante villaggio natale, sperduto tra le alte montagne ad occidente, al termine ultimo dell'impero. Nessuno prima, in quella contrada, aveva arrischiato il lungo viaggio per la città dalle cento porte e dalle mura ciclopiche dove vive il nostro imperatore e signore.
Non m'illudevo delle difficoltà, dei pericoli che in un simile viaggio avrei dovuto superare, io giovane e senza esperienza, in terre nuove, tra genti sconosciute, lontano dai luoghi familiari, da quei picchi impervi che avevo imparato a riconoscere sin da bambino, portando al pascolo le vacche sugli altipiani. Ma la gioventù è l'età d'una baldanzosa incoscienza che spinge ad azioni impensabili in altre stagioni della vita. Così, ogni tentativo di dissuadermi dall'intraprendere l'impresa fu vano, ed una mattina di primavera, al sorgere del sole, lasciai il villaggio a cui non avrei più fatto ritorno. Avevo vent'anni allora.
Al principio avevo pensato di tenere il conto dei giorni, convinto che la durata del viaggio non avrebbe superato l'anno. Conoscendo il tempo necessario, avrei potuto meglio decidere il periodo del mio ritorno. Coscienziosamente, ad ogni levar del sole, prima di riprendere il cammino, facevo un piccolo nodo su d'una cordicella, che custodivo religiosamente nella tasca posteriore dei miei calzoni. Ma dopo alcuni mesi, allora già metà della cordicella era stata usata per conservare memoria del tempo trascorso, compresi di aver sottovalutato la durata di quel viaggio. Da dove mi trovavo, distinguevo ancora nitide e maestose, nonostante la grande distanza, le montagne che mi ero lasciato alle spalle, mentre solo in particolari felici condizioni di luce riuscivo a scorgere, nella nebbiolina che velava l'orizzonte di quella vasta pianura, ad oriente, le confuse sagome dei monti che avrei dovuto superare.
Quand'ebbi consumato tutta la cordicella, le cime innevate che ben conoscevo, erano ancora visibili ad occidente. Davanti a me, la catena dei monti, che chiudeva a levante la pianura, si mostrava nella sua imponenza già a quella distanza, quando ancora parecchia strada mi separava dai primi contrafforti. Decisi allora di sciogliere giorno dopo giorno i nodi fatti e, per non perdere il conto, incisi col coltello, nel cuoio della cintura che portavo, il numero dei nodi della cordicella. Ma prima d'arrivare a quelle montagne, che ad ogni sorgere del sole si facevano impercettibilmente più alte e massicce, non solo riuscii a svolgerli tutti, ma anche a riannodare più di metà cordicella. Sul sentiero impervio che si arrampicava tra quelle vette sconosciute, mi aspettava un inverno freddo e terribile. Era il secondo inverno del mio viaggio.
Per più di un anno vagai tra quelle montagne, finché un giorno, all'improvviso, mi si aprì allo sguardo incredulo la nuova pianura, che avrei dovuto attraversare. Era come se il mio viaggio iniziasse allora soltanto, e quelle montagne, che di lì a poco mi sarei lasciato alle spalle, fossero le montagne di casa. Capii che era inutile contare i giorni di viaggio. Di certo per attraversare quella immensa pianura che si stendeva ai miei piedi, forse non sarebbe bastato il tempo trascorso dalla partenza fino a quel giorno. Fu allora, sicuramente, che buttai l'inutile cordicella e decisi di segnare soltanto gli inverni con una tacca sulla cintura. Da quel giorno passarono altri anni, a quelle montagne si sostituirono altre montagne, a quella pianura altre pianure da attraversare.
E proprio ragionando sull'immensità del mio viaggio verso la città imperiale, ciò che allora non cessava di stupirmi era come riuscissero a coprire quelle immani distanze in tempi brevissimi i messaggeri che dalla città imperiale diffondevano dovunque gli editti dell'imperatore. Talvolta m'era capitato d'incrociare qualcuno di essi lungo la strada, il cavallo lanciato in un frenetico galoppo. Eppure, per quanto veloce fosse il loro andare, sarebbero occorsi degli anni, mi dicevo, per portare le carte della loro borsa ai lontani confini dell'impero, ai luoghi dov'era iniziato il mio viaggio. E quelli che avevo incontrato qualche tempo prima, dovevano essere per strada già da anni, non potevano aver percorso un così lungo cammino in qualche giorno soltanto. Ero ancora troppo giovane allora per ammettere che nel mio paese lontano, o in quei luoghi, dove allora mi trovavo, si seguissero leggi che forse quel giorno stesso altrove erano abrogate o sostituite da altre, oppure che vigessero in alcune contrade leggi sconosciute alle altre genti dell'impero.
L'idea, in cui ero cresciuto, dell'assoluto esistere d'un'autorità sovrana, che estendeva il suo dominio ugualmente su tutti i popoli, dal lontano oriente fino al remoto occidente delle mie montagne natali, sorreggeva in me la fede nel viaggio intrapreso. Che senso esso avrebbe mai avuto, se la mia mente allora avesse ammesso, anche per un attimo soltanto, la possibilità che l'imperatore, che onoravamo ed ai cui editti obbedivamo, già da tempo potesse essere morto e morto potesse magari anche essere il suo successore, che avremmo onorato ed ai cui voleri ci saremmo piegati, solo di lì a qualche anno? Per sopravvivere in quel viaggio avevo bisogno delle certezze che avevano nutrito la mia infanzia e le mie speranze giovanili. Ma col passare del tempo ed il mio avanzare verso oriente, lungo la via che portava alla città imperiale, trovavo nelle informazioni, che raccoglievo nei villaggi e nelle città, contraddizioni sempre maggiori. Al principio attribuivo la difficoltà nel comprenderle appieno alle differenze nelle parlate, che si accentuavano man mano che mi allontanavo dalle terre abitate dalla mia gente. Soltanto più tardi, quando ormai avevo smesso di contare anche gli inverni di questo incredibile viaggio, cominciai a rendermi conto che la realtà era diversa dalla raffigurazione che mi portavo dietro dal villaggio, era diversa dalla concezione che di essa avevano gli altri, le persone con cui conversavo accanto al fuoco in una locanda, o presso un pozzo, cercando nell'acqua fresca conforto e refrigerio. I discorsi che sentivo fare erano i discorsi dei miei vecchi, cambiavano i luoghi, le usanze, ma la sostanza era sempre la stessa. Talvolta avevo provato a raccontare le conclusioni che fin lì avevo tratto dall'esperienza del viaggio, quelle ipotesi fantastiche sulle leggi e sull'imperatore. Mi lasciavano dire, come si fa con chi si mostra un po' tocco, poi tornavano ai loro discorsi sulle cose d'ogni giorno, ignorandomi. Eppure la loro verità, la verità codificata dal senso comune, dall'esperienza quotidiana d'una vita normale, trascorsa tra le pareti domestiche ed i confini del proprio villaggio, della propria città, quella, non era la verità. Il potere sovrano nell'immensità dell'impero non era mai stato indissolubilmente uno, assolutamente uno. Poteva, dunque, accadere che un nuovo imperatore regnasse nella città imperiale, ma già non molto lontano dalle sue mura regnasse ancora il vecchio imperatore, che in nome suo ancora si riscuotessero i tributi, che a lui ancora obbedissero i soldati delle guarnigioni più remote; e perché no, forse più lontano ancora, che regnasse tuttora il padre del vecchio imperatore, nonno del signore attuale della città imperiale. Gli eventi, che costituiscono la storia dell'impero in ogni luogo, si trasmettono per mezzo dei messaggeri come le onde che si formano attorno ad un sasso lanciato nello stagno: lasciando il punto dove il sasso è affondato, esse lentamente si diffondono tutt'intorno, fino alla riva.
Contrariamente a ciò che si può supporre, la scoperta di quel paradosso, su cui si fonda l'incrollabile unità e la stabilità, la forza dell'impero, aveva avuto in me l'effetto di una illuminazione positiva. Lo scoramento non trovò spazio nel mio animo, anzi nuovo vigore muoveva i miei passi, un impulso ancor maggiore mi spingeva verso oriente, verso la città eterna dell'imperatore, il centro del mondo dove l'attimo è reale, non una lontana eco, dove si può pensare il domani come un'entità ignota, perché lì soltanto si fa la storia, lì si è storia. Né mai, nemmeno più tardi, quando gli anni cominciarono a farsi sentire, mi sfiorò l'idea, la possibile logica conseguenza della mia scoperta, poiché mai e poi mai, dovunque mi trovassi, avrei potuto capire dalle informazioni raccolte quanto distasse ancora la città imperiale, che forse la mia vita non sarebbe bastata per raggiungere la meta ultima del mio viaggio.
Così, eccomi, dunque, alla fine ormai del mio cammino. Queste cime che mi circondano, spruzzate dalla prima neve, sono le ultime montagne che rendono difficoltoso e faticoso il mio procedere. Mi resta ancora una giornata di viaggio, una salita aspra e difficile, poi vedrò la pianura sterminata dove sorge la città imperiale, finalmente! L'informazione, sulla strada che resta da percorrere, è certa, ricevuta da uno dei messaggeri incontrato al guado d'un fiume questa mattina. La poca polvere sugli abiti, il cavallo fresco, la giovanissima età e quella fierezza dell'impresa ancora nello sguardo, che si leggeva anche nei miei occhi alla partenza, erano chiari segni ch'egli non mentiva. Ah, se avessi un'altra volta il vigore dei miei primi passi, quando volgendomi potevo ancora scorgere le case del villaggio natio, non mi abbandonerei a quest'attesa e continuerei il cammino alla luce della luna, per tutta la notte! Ma tra poco l'ombra della notte cancellerà ogni cosa, devo darmi da fare per raccogliere dell'altra legna per tenere alto il fuoco, per scaldarmi e ben riposare fino al sorgere del sole. E' curioso come le vette che mi stanno attorno, dovunque volga lo sguardo, abbiano nell'ombra della sera un che di familiare, qualcosa di conosciuto da sempre che ritorna da qualche dimenticato recesso della memoria. Più le guardo e più mi pare di riconoscerne i contorni, come se da sempre avessi frequentato questi luoghi.
Il buio ormai cela i segreti di queste montagne. Improvvisamente, mentre raccoglievo gli ultimi sterpi, mi sono sentito addosso tutta la stanchezza di una vita. Forse l'ansia di vivere il mio ultimo giorno di viaggio, forse l'angoscia inconfessata di non avere le forze bastanti per raggiungere la cima di quell'ultimo passo impervio e difficile, che mi resta da superare per dare un senso alla mia esistenza. Qui, accoccolato accanto al debole fuoco di umidi sterpi, che basta appena per scaldare le povere ossa d'un vecchio, nell'attesa del sonno ristoratore mi ritornano alla mente le sere d'estate della mia giovinezza passate accanto ai falò. Mi par di risentire i canti, le storie fantastiche che ci facevano sognare gloriose imprese al seguito dell'imperatore. Giorni felici ed incoscienti quelli, tanto lontani nel tempo e nello spazio! Ora so molte più cose, la vita stessa mi ha mostrato il suo risvolto di sogno, di cui ognuno, forse senza saperlo, s'appropria, per rendere accettabile l'idea della propria esistenza. Eppure mi trovo ancora a sperare, a rincorrere un sogno, l'ultimo, l'unico sogno della mia vita. Così domani salirò l'ultimo passo, i miei occhi stanchi vedranno, lontano nella pianura, la città imperiale dai mille tetti d'oro risplendere nell'ultima luce del mio ultimo giorno.