Sergio Fumich
BLOP
Indice
Blop! Il rumore si diffuse spaventoso per i corridoi, smorzandosi in mille echi originati da angoli riposti, dimenticate rientranze negli uffici capaci d'infinite riflessioni, e da risonanti mobili di metallo sovraccarichi di pile pericolanti di scoloriti raccoglitori. Nelle varie stanze del piano, a quell'ora di rientro dalla pausa del pranzo, c'erano ancora poche persone, ma tutte si affacciarono agli usci interrogandosi a vicenda con lo sguardo, cercando di leggere negli occhi del vicino d'ufficio la causa di quel suono terrificante ed improvviso che si era propagato solo un attimo prima per il palazzo. Tutti guardavano, nessuno parlava. Nessuno si muoveva dall'uscio quasi in un'attesa desiderosa dell'improbabile ripetersi del curioso fenomeno. Solo l'usciere Di Giacomo si dava da fare su e giù per i corridoi, tastando muri e suppellettili sospette e brontolando ad ogni soglia un "Cos'è stato? Non so niente. Tutto sembra a posto".
Di certo passò qualche minuto prima che qualcuno rispondesse ai telefoni che quasi all'unisono avevano iniziato a suonare. Allarmati e preoccupati, gl'impiegati degli altri piani chiedevano ragione di quel fragore che, evidentemente amplificatosi verso l'alto, aveva fin fatto tremare vetri e, dicevano, pavimenti da minacciare l'equilibrio precario di qualche catasta di pratiche. All'inizio nessuno sapeva dare una risposta alle insistenti domande, immaginare un indizio che permettesse magari agli altri di formulare una teoria dell'accaduto. Poi pian piano, scemando la prima sorpresa, cominciarono a prender forma le ipotesi più assurde a beneficio di quanti rientravano allora dal pranzo. Tanto lontane dalla possibile realtà che non vale la pena qui di accennarne.
Il trambusto era grande. Capannelli d'impiegati si formavano e si scioglievano continuamente e c'era un gran parlare a vanvera. Né contribuì a normalizzare la situazione la visita dapprima del capo settore, che raramente, e solo in occasioni d'una certa rilevanza, scendeva a quel piano; e poi quelle del capo divisione e, su su per la scala gerarchica, degli altri dirigenti fino al direttore generale, che a memoria d'impiegato non s'era mai degnato di visitare quegli uffici. L'avvenimento sconcertò tutti maggiormente, ed il vociare, l'interrogarsi, l'agitarsi, il muoversi continuo da un ufficio all'altro, la confusione insomma raggiunse un'intensità incredibile. Di rimettersi a lavorare non se ne parlava proprio. All'improvviso, quel caos inusitato allo scoccare dell'ora d'uscita finì. Gli uffici si svuotarono rapidamente e come d'incanto ritornò il silenzio nei corridoi. Nella concitazione nessuno si accorse che quel pomeriggio l'ufficio del ragionier Bianchi era rimasto vuoto.
L'indomani vi fu un andirivieni di squadre di operai. I tecnici della manutenzione saggiarono pilastri, muri portanti, intonaci, auscultarono le pareti, picchiarono sull'impiantito, martellarono sui tubi del riscaldamento, sperando in un segno, una traccia, un sintomo di malessere nella struttura dell'edificio che spiegasse l'inquietante evento del giorno prima. Interrogarono quanti dicevano d'aver udito il boato, ne ascoltarono i fatti, le ipotesi azzardate, i sogni, con pazienza infinita cercando di far combaciare le impressioni, le interpretazioni, date da ognuno, di quegli attimi, per ricostruire un qualcosa di coerente, che avesse un senso. Tenevano consulti, brevi, talvolta concitati, poi ricominciavano a tastare, picchiare, saggiare dovunque. Scesero giù nelle cantine. Guidati dall'usciere Di Giacomo, si addentrarono in quegli oscuri meandri facendosi luce con una pila: l'impianto elettrico non funzionava, segno che da tempo nessuno era più sceso lì sotto. Scandagliarono le fondamenta, l'intrico delle tubazioni, ogni cosa, ma non trovarono niente. Verso mezzogiorno quell'affaccendarsi frenetico quanto inutile cessò. L'usciere Di Giacomo ripetutamente interrogato dagli impiegati si mostrava reticente. Ma fu presto chiaro a tutti che l'indagine non aveva dato esito alcuno. Anche quella mattina l'ufficio del ragionier Bianchi rimase deserto, ma come già il giorno prima nessuno vi fece caso.
La cosa non deve sorprendere più di tanto. Il ragionier Bianchi era di carattere schivo e riservato, incapace di legare con i colleghi. Nessuno ricordava di lui, non dico una conversazione, ma una frase, una parola che non fosse inerente al lavoro. Del resto dipendendo da un diverso settore, che aveva tutti gli altri uffici sistemati altrove nell'edificio, il lavoro stesso gli offriva poche occasioni di contatto con gli altri impiegati del piano. E proprio a causa di questa sua anomala collocazione, probabilmente sarebbe trascorso molto tempo prima che la sua assenza venisse non solo notata ma giudicata anormale da parte degli altri dipendenti che lavoravano nelle stanze vicine.
Fu un caso che Romeo Giannetti quel pomeriggio, tornando da pranzo, varcata di qualche passo la porta d'ingresso, ficcasse un piede in un avvallamento del pavimento, quasi una buca, invisibile all'occhio perché coperto dalla grigia moquette che rivestiva l'impiantito di tutto il piano. Il Giannetti ritrasse subito il piede, avvertendo la sensazione inquietante di stare lì lì per sprofondare, quasi che una voragine si fosse aperta all'improvviso sotto di lui. Interdetto, si guardò intorno come cercando qualcuno cui rivolgere una rimostranza, ma non c'era nessuno lì presso, neanche l'usciere Di Giacomo che era solito stazionare presso l'ingresso durante la pausa del pranzo. Dubbioso se dirigersi subito verso l'ufficio o cercare qualcuno con cui condividere quella scoperta, riallungò il piede provando la consistenza del pavimento. Ma per quanto cercasse, non gli riusciva più di trovare la buca che prima era stata la causa del suo smarrimento. Provò a spostarsi di qualche metro, pensando d'essere avanzato d'istinto per quel timore provato di sprofondare, ma niente. Provò a rifare a piccoli passi il percorso seguito dall'ingresso, ma ancora niente. Poi metodicamente da parete a parete, anche dove era sicuro di non aver pestato, saggiò ogni centimetro del piccolo atrio che dava sull'ingresso, ma dovunque ritrovava la stessa canonica consistenza. Smise quel suo testardo ricercare, per evitare la figura da sciocco se scoperto in quello che appariva un gioco bambino, udendo lo schiamazzare su per le scale di alcuni colleghi che rientravano dalla mensa. E senza voltarsi verso l'ingresso, raggiunse il suo ufficio in fondo al corridoio.
Sedutosi alla scrivania, aprì davanti a sé la cartella d'una pratica, più per darsi un giusto contegno che non con l'intenzione di portare avanti il lavoro. Subito, infatti, dimenticò quei fogli per cedere ad una voglia incontenibile di ragionare su quanto poc'anzi gli era capitato. L'avvallamento rilevato nel pavimento nei pressi dell'ingresso, per lui, era reale, su questo non aveva dubbi. Attribuiva il fatto di non esser stato poi in grado di individuarlo nuovamente alla troppa fretta con cui aveva svolto la ricerca. L'esserci finito sopra rientrando era stato sicuramente un caso, il ritrovarlo volutamente non doveva essere, ne era convinto, cosa semplice se era sfuggito pure alle squadre di tecnici e operai che quella mattina avevano setacciato il palazzo. Non lo sfiorava neppure l'idea che, notatolo, non lo avessero preso in considerazione, tanto era stato lo spavento provato alla fortuita scoperta e non ammettendo ch'esso fosse nient'altro che un effetto di quella palpabile eccitazione collettiva generata dagli eventi dei due giorni.
Rimuginando i fatti di cui era stato testimone, le ipotesi dei colleghi che gli erano arrivate all'orecchio, quel poco che aveva udito dai tecnici che avevano effettuato il sopralluogo, frasi spezzettate, parole staccate da un contesto che si prestavano a mille interpretazioni, il Giannetti arrivò alla conclusione che la faccenda fosse grossa - non per niente s'era mosso addirittura il direttore generale, - e dunque valeva la pena di cercare di saperne di più. L'usciere Di Giacomo doveva essere a conoscenza di qualcosa che per il momento agli impiegati era taciuta. Non s'era per niente sbottonato quando lo avevano interrogato dopo le ispezioni della mattina, lui solitamente così loquace e pronto alla confidenza! Per attaccare discorso con l'usciere, decise di lamentarsi di quella fantomatica buca, tacendo però le sensazioni avute, ma biasimando invece la possibilità, fortunatamente non concretatasi, di storcersi una caviglia. Il Di Giacomo convenne che non dovevano aver certo fatto un lavoro a regola d'arte gli operai che avevano rivestito l'impiantito con la moquette. E come riprova ricordava che il geometra Frantini qualche mese prima aveva sollevato un gran polverone a tal proposito dopo essersi stortato un piede, come invece, per fortuna, non era accaduto al Giannetti. Ma altro non disse, sebbene con molta arte il suo interlocutore disseminasse i suoi discorsi con esche appetitose, inviti a confidarsi cui in altri momenti sarebbe stato difficile per l'usciere non cedere. Comunque del colloquio il Giannetti si ritenne soddisfatto. Adesso aveva la certezza, seppure non ne avesse mai dubitato, che la buca nel pavimento esisteva, ma possedeva anche l'informazione preziosa che almeno un'altra persona era incappata nella sua stessa disavventura. Non perse tempo ed in quattro e quattr'otto s'inventò una scusa di lavoro per recarsi nell'ufficio del geometra Frantini.
Il ritrovare le carte che gli venivano richieste per una consultazione non era cosa di pochi minuti, il geometra se ne scusava, ma la richiesta era insolita. Non sapeva che il Giannetti l'aveva pensata apposta, un trucco machiavellico per guadagnare tempo bastante ad indirizzare le chiacchiere, che sempre tra colleghi si scambiano in simili frangenti, sull'argomento che più gli premeva, la buca nel pavimento. Il Frantini, evidentemente guarito dalla storta nel fisico ma non nel morale, quando la conversazione toccò quel tasto, sbottò in una sequela di lamentazioni sull'accaduto e sull'incomprensione incontrata nelle alte sfere della dirigenza, dove s'era rivolto per una soddisfazione. Ma di quel torrente di parole ciò che si fissò nella mente del Giannetti, suscitandogli non poca meraviglia, fu il diverso luogo dell'incidente: non presso l'ingresso come egli s'aspettava, ma in quello slargo del corridoio interno che s'apriva di lato ai servizi, proprio dove, di fronte, c'era l'ufficio del ragionier Bianchi.
La questione si faceva grossa, le buche adesso erano due. Ma esse erano solo il frutto di una negligenza di chi aveva posato la moquette, oppure erano l'indizio di qualche mancanza più grave che si voleva tener nascosta? Giannetti decise un immediato sopralluogo nella parte incriminata di corridoio indicata dal Frantini. Stante la vicinanza dei servizi, una sua presenza in quel luogo, se notata, si giustificava da sé.
Il corridoio deserto si prestava per una ricerca approfondita, così pure l'ufficio vuoto del ragionier Bianchi. Quale insperata fortuna, pensò subito il Giannetti e si mise a tastare lentamente centimetro per centimetro il pavimento. La ricognizione durò, più o meno, una mezz'ora, ma non diede i risultati sperati, della buca lamentata dal Frantini non c'era traccia. Giustificò l'insuccesso con qualche attimo fatale di disattenzione. Guardò l'orologio. Ora era troppo tardi per ricominciare l'esplorazione. Fino a quel momento non s'era fatto vivo nessuno lungo il corridoio, neppure il ragionier Bianchi che pure aveva lì l'ufficio. Sarebbe stato troppo pretendere che una tale fortuna durasse ancora. E poi era stato troppo a lungo fuori dall'ufficio. Meglio era dunque abbandonare per quel giorno la ricerca, ripromettendosi di riprenderla senz'altro il giorno dopo, approfittando di qualche pausa nel lavoro.
L'esperienza ormai aveva insegnato al Giannetti che, per ritrovare una buca in quella infida moquette, l'unica cosa da fare era applicare un metodo di ricerca, per così dire, scientifico. Quella mattina si recò prestissimo al lavoro. Salutò lo stupefatto usciere Di Giacomo che gli aveva aperto la porta e subito raggiunse la sua scrivania. Una piantina approssimativa di quella parte del corridoio, dove il Frantini s'era infortunato, fu la prima cosa che fece. Divise il comparto da esaminare in zone cercando di ottenere una ripartizione ottimale, tenendo conto di quanto suggeriva la geometria del luogo. Avrebbe preso ogni volta in considerazione una sola zona, esplorandola a fondo. Per ciascuna zona sarebbero bastati pochi minuti, e poiché ripetute brevissime assenze dall'ufficio erano all'ordine del giorno, giustificate da una pessima organizzazione del lavoro, che, se sollevava le critiche di tutti, non trovava però campioni disposti a battersi per migliorarla, nessuno dunque avrebbe fatto caso alle stranezze del Giannetti.
Decise di eseguire subito una prima ispezione approfittando del fatto che al momento era il solo impiegato presente e poteva quindi muoversi con grande libertà. La zona scelta per l'indagine ovviamente era quella più critica, quella, cioè, antistante l'ufficio del ragionier Bianchi. Mentre saggiava con i piedi, minuziosamente, il pavimento davanti alla porta della piccola stanza dove lavorava il ragioniere, la sua attenzione finì per concentrarsi sulla scrivania che presentava un disordine fuori da quella regola consolidata che imponeva di lasciar sgombero il piano di lavoro per facilitare l'opera del personale di pulizia.
Giannetti prima di allora aveva scambiato solo poche parole in qualche rara occasione di lavoro con il ragioniere, tuttavia gli sembrò subito per lo meno strana, stonata quella inettitudine. Scrollò le spalle come per scuotere di dosso la perplessità che gli veniva dalla vista della stanza e concentrò nuovamente tutta la sua attenzione sul pavimento sotto esame. Quella prima ricerca non diede esito positivo. Ritornando verso il proprio ufficio, Giannetti lanciò un altro lungo sguardo a quella stanza vuota e nuovamente un vago senso di turbamento s'impadronì di lui.
L'occasione per proseguire la ricerca gli fu offerta poco dopo le dieci. Doveva portare per la firma una pratica in un ufficio situato al di là della parte di corridoio posta sotto osservazione. S'era riproposto di fermarsi per un secondo esame al ritorno, ma passando davanti all'ufficio del ragionier Bianchi non seppe trattenere la propria curiosità. La stanza era vuota, niente da quella mattina era stato spostato o toccato. Il ragionier Bianchi non era, dunque, ancora arrivato. Sarà trattenuto da qualche impegno esterno, pensò e s'avviò a grandi passi per il corridoio.
La firma della pratica non gli portò via molto tempo cosicché poco dopo era di nuovo lì, davanti l'ufficio del Bianchi per intraprendere in una seconda zona del pavimento la ricerca della buca. Tuttavia Giannetti si apprestò all'esplorazione con meno entusiasmo di prima, era distratto da quella stanza così stranamente deserta. Una inquietante angoscia col passare dei minuti gli cresceva impercettibilmente dentro. Alla fine si decise a lasciar perdere la buca. Entrò nell'ufficio del Bianchi come in una chiesa, quasi in punta di piedi. Gli oggetti personali del ragioniere erano sparsi sulla scrivania, la stilografica, l'agenda, il pacchetto di sigarette e i fiammiferi... Era incredibile che il Bianchi se ne fosse andato il giorno prima dimenticando quegli oggetti! Anche la cartella lasciata aperta conteneva documenti che il Giannetti subito riconobbe classificati come riservati. Era una negligenza imperdonabile da parte del ragioniere lasciare quei fogli alla mercé di chiunque entrasse per caso o con intenzione nell'ufficio.
Come allungò la mano per prendere l'agenda, si accorse della patina di polvere che velava il piano della scrivania. Erano almeno un paio di giorni che quella scrivania non veniva spolverata. Il personale che si occupava delle pulizie aveva l'ordine di non toccare i tavoli di lavoro qualora non fossero sgombri. Erano, dunque, un paio di giorni almeno che il ragioniere mancava dall'ufficio. L'agenda che Giannetti aveva raccolto, aperta sulla data di due giorni prima, confermava l'ipotesi. Giannetti sentì crescere il turbamento dentro di sé come un torrente in piena. Il cuore gli batteva forte mentre pian piano nella sua mente si formava l'assurda idea che il ragionier Bianchi fosse stato costretto a lasciare l'ufficio all'improvviso per non farvi poi più ritorno. Era inutile almanaccare sul motivo, la causa dell'improvvisa scomparsa. L'ipotesi andava prima verificata. Cominciò a chiedere in giro, ai colleghi, all'usciere Di Giacomo, se avessero visto il ragioniere. Nessuno ricordava di averlo notato quella mattina, e, a ben pensarci, anche il giorno prima non pareva loro che fosse al lavoro.
L'usciere Di Giacomo fu il più preciso. Non vedeva il ragioniere da più di due giorni, dal pomeriggio del terrificante boato. Ma il ragioniere spesso si assentava dall'ufficio e per dei giorni, e sempre per motivi di lavoro. Chiaramente era così anche questa volta. Se il Giannetti aveva bisogno di conferire col ragioniere, non gli restava altro da fare che aspettare pazientemente il suo rientro. Così suggeriva il Di Giacomo. Che l'assenza del Bianchi fosse normale, al Giannetti però non pareva cosa credibile, troppi erano gli indizi contrari. Decise di soprassedere per il momento alla ricerca delle buche e di indagare sulla misteriosa assenza del ragioniere per cercare di venirne a capo. L'ipotesi più sensata era che il Bianchi fosse ammalato. Poteva telefonargli o fargli visita a casa. Cercò subito il numero del ragioniere sull'elenco telefonico. C'era, non gli restava che chiamarlo. Provò e riprovò più volte fino all'ora di pranzo, ma inutilmente; all'altro capo del filo nessuno pareva intenzionato a rispondere.
In mensa il caso portò il Giannetti a prender posto vicino ad un conoscente, impiegato dello stesso settore per cui il Bianchi lavorava. Una fortuna insperata che gli permise di saperne di più sull'attività del ragioniere nell'azienda. Non solo, al conoscente strappò la promessa di un suo interessamento per conoscere i motivi dell'assenza di quei giorni, se motivi di lavoro c'erano.
Giannetti, ritornato in ufficio, riprovò a chiamare il Bianchi a casa, ma il telefono squillava all'altro capo invano. Quel pomeriggio provò e riprovò più volte ma sempre con lo stesso risultato. Provò a ricontrollare il numero, se per caso non lo avesse trascritto in modo errato. Niente. Provò a sentire la società dei telefoni se per caso il numero fosse stato cambiato ultimamente. No, disse una voce gentile, era ancora quello dell'elenco. Per far luce sull'ipotesi della malattia al Giannetti non restava che recarsi di persona all'abitazione del ragioniere. Cercò l'indirizzo sull'elenco telefonico. Non era una via fuori mano; rincasando una visita avrebbe comportato solo l'insignificante disagio d'una piccola deviazione dal percorso solito.
Bussò e ribussò più volte. Di là dalla porta non una parola, non un suono, non un segno di vita. Se cerca il ragioniere, non è in casa - disse una voce alle sue spalle. Giannetti si girò. E' da qualche giorno che il ragioniere manca da casa - disse la donna anziana uscendo dalla penombra che offuscava parte del pianerottolo. Doveva essere la portinaia di quello stabile, almeno così ritenne il Giannetti, che provò ad interrogarla sui motivi della prolungata assenza. La donna non sapeva. Riconosceva però la stranezza del fatto: solitamente il Bianchi lasciava detto a qualcuno se si allontanava da casa per più giorni. Se gli fosse accaduto qualcosa, un malore, un ricovero all'ospedale, perché no un arresto, per non dire d'uno sventurato decesso, qualcuno pur sempre si sarebbe fatto vivo in quel lasso di tempo per informare o ricercare i familiari d'avvertire.
Rientrato a casa, il Giannetti fece un ultimo tentativo telefonico informandosi presso gli ospedali cittadini se c'era un ricoverato che rispondesse al nome di Adelmo Bianchi, o, presso la questura, se lo stesso risultava fermato o se, per un malauguratissimo caso, qualcuno ne avesse denunciato il decesso. Non risultava niente di tutto ciò, da nessuna parte. L'ipotesi della malattia andava, dunque, scartata, come pure quella d'un gesto insano o d'un improvviso fatale incidente. Il ragionier Bianchi era semplicemente scomparso.
L'indomani un'impensabile novità lo aspettava in ufficio. Con un'indicibile svogliatezza provò ad applicarsi nel lavoro. Ma la sua testa era altrove. Le fantasticherie di quei giorni avevano accumulato una pila di pratiche da evadere sul tavolo, destinata, se quella situazione perdurava, a divenire ancora più consistente. Verso le dieci Giannetti pensò che poteva permettersi una pausa. Voleva tornare nell'ufficio del Bianchi perché era arrivato alla conclusione che solo rovistando tra le sue cose avrebbe trovato forse un indizio per far luce sul mistero della scomparsa. Come fu sulla soglia strabuzzò gli occhi, tanto fu lo stupore. L'ufficio era stato rimesso in ordine, la pratica lasciata aperta sulla scrivania era stata riposta, gli oggetti personali del ragioniere spariti. Tutto era come avrebbe dovuto essere durante una normale assenza del Bianchi. Quel pomeriggio Giannetti ricevette la telefonata di quell'impiegato suo conoscente che lo informava che il ragioniere era, in quei giorni e per qualche tempo ancora, in missione fuori città per conto dell'azienda. In alto loco, pensò subito il Giannetti, per un qualche motivo s'era deciso di coprire la scomparsa del ragioniere. Era ben consapevole che in tal caso difficilmente avrebbe potuto saperne di più. Non restava che vigilare e lasciar fare agli eventi. Prima o poi, anche il nodo di quella scomparsa sarebbe venuto al pettine della verità.
Passarono i mesi. L'estate s'avvicinava e con essa le ferie. Gli eventi di quei giorni erano lontani, uno sbiadito ricordo ormai anche per il Giannetti. Quand'ecco che una mattina, verso le dieci, improvviso come l'altra volta quello spaventoso rumore prima sordo si diffuse nel corridoio, poi in un crescendo di echi esplose per il palazzo. Blop! E di nuovo le stesse scene, tutti ammutoliti a guardare dagli usci dei propri uffici gli impiegati, ad interrogarsi con gli sguardi. Solo l'usciere Di Giacomo non c'era a tastare, provare, rassicurare.
Il Giannetti si riebbe immediatamente dallo sbalordimento e come un forsennato corse da prima verso l'ufficio del ragionier Bianchi e poi, qui non trovando nulla d'insolito, si precipitò verso l'ingresso. Anche lì non c'era nessuno, ma subito notò il giornale aperto per terra vicino alla porta che dava sulle scale. Era il quotidiano popolare che il Di Giacomo era solito leggere al mattino. Che fosse il suo non c'era dubbio, nessun altro su quel piano lo comperava. Ma dov'era adesso l'usciere? S'accorse che stava a tutta voce gridando quella domanda. Erano accorsi nel frattempo gli altri impiegati. Nessuno aveva visto l'usciere. Qualcuno più intraprendente infilò l'uscita per cercarlo al bar del pianterreno, qualche altro interrogò per telefono gli uscieri degli altri piani. Non lo si trovava da nessuna parte. Poteva essere uscito per qualche commissione od un motivo personale. Il Giannetti si precipitò nello sgabuzzino che il Di Giacomo usava come spogliatoio e per tenerci le sue robe. Gli abiti borghesi - l'usciere al lavoro indossava una divisa - erano là appesi...
Il trambusto che proveniva dal corridoio lo distolse dal continuare l'esplorazione di quel ripostiglio. Vide il capo settore attorniato dagli altri impiegati nel piccolo atrio che con fare concitato invitava tutti a ritornare alle proprie scrivanie. Non era successo niente di preoccupante, stessero pur tranquilli. Il rumore era dovuto - si sforzava d'essere convincente, - ad un inconveniente all'impianto di condizionamento. Nel frattempo, fattasi largo nella ressa, una pattuglia di tecnici e operai aveva cominciato una minuziosa verifica delle strutture murarie di quel piano.
Giannetti tornò alla sua scrivania. Un vago senso d'impotenza e di rassegnazione gli veniva dal ripetersi di quell'inquietante e misterioso fenomeno. Gli era parso di percepire in quel boato un che di bestiale, quasi fosse prodotto da un organismo vivente e non da un insieme di ferro, calce e cemento. Chi guidava l'azienda era sicuramente a conoscenza della causa che lo generava ma preferiva tacere per qualche disegno insondabile. E poi quelle strane sparizioni, prima il ragionier Bianchi, ora l'usciere Di Giacomo... Che senso aveva tutto questo, si chiedeva il Giannetti, ritrovandosi incapace d'una risposta sensata. Ah, le buche! C'erano anche le buche nella storia. Alla fin fine la sua poteva anche essersela sognata, ma non poteva essere immaginazione l'infortunio del geometra Frantini! Tra tutte queste cose doveva pur esserci un nesso che a lui sfuggiva.
Quel pomeriggio il Di Giacomo, ufficialmente licenziatosi quella mattina, fu sostituito da un altro usciere, tale Persichetti, che nessuno prima aveva visto nel palazzo. Ma si capiva dai modi e dall'espressione che il nuovo usciere veniva dai piani alti, dov'era insediata la dirigenza dell'azienda. Una soluzione d'emergenza e di sicurezza, fu subito il pensiero del Giannetti, ma perché?
Dopo qualche giorno il rumore, se non era stato dimenticato, non era però più oggetto di conversazione. Il periodo di ferie era vicinissimo e quando non si parlava di lavoro negli uffici, si parlava di località marine o montane, di alberghi, di escursioni nei posti caratteristici della villeggiatura d'un impiegato. Anche la stanza del ragionier Bianchi ora era occupata da un giovane timido impiegato di nome Lucerti. Il ragioniere ritornato dalla prolungata missione fuori città, si diceva che era stato chiamato a dirigere una filiale, che l'azienda insomma per i suoi meriti gli aveva attribuito una promozione. Una voce che nessuno si sognò mai di smentire. Giannetti stesso aveva smesso ogni velleità indagatrice, perché la sapeva inutile ed anche rischiosa. In quel palazzo erano accadute cose spiacevoli che l'azienda ed i suoi dirigenti a qualunque costo non volevano risapute. Se avesse continuato su quella strada, se il suo indagare fosse risultato un pericolo per quei segreti, non avrebbero esitato, ne era certo, a costringerlo a licenziarsi.
Le ferie giovarono al suo morale. Aveva avuto tutto il tempo che voleva, per riflettere sugli accadimenti di quei mesi, per mettere assieme i vari tasselli, per farsi un'idea. La tranquillità, che ostentava al suo ritorno in ufficio, gli veniva dalla certezza di aver finalmente capito, di conoscere le risposte giuste. E mentre si recava nella sua stanza, non urlò né si lasciò prendere dal terrore quando si accorse di sprofondare nel pavimento e in un attimo attorno a lui tutto fu buio. Prima di perdere conoscenza riuscì solo a chiedersi, sorridendo tra sé, chi sarebbe stato il prossimo.
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