Sergio Fumich è nato a Trieste nel 1947. Ha svolto attività pubblicistica dal 1978 al 1995 come collaboratore del quotidiano di Lodi Il Cittadino. È stato direttore responsabile di alcuni fogli locali e della rivista di poesia Keraunia. Ha pubblicato libri di poesia e di racconti, libri di fotografia e grafica, libri ed opuscoli divulgativi.

Identificativo SBN: IT\ICCU\CFIV\106311
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IL SEPPELLITORE DI NUTRIE

Blog di Sergio Fumich


"La giusta comprensione di una cosa e la incom­pren­sione della stessa cosa non si escludono."

(Franz Kafka - Il processo)


LUNGA VITA AL POPOLO BUE

Il Dizionario dei Modi di Dire di Hoepli ci spiega che con popolo bue ci si riferisce a "la gente intesa come massa acritica, facilmente manipolabile o anche remissiva, sot­to­mes­sa, che si piega senza ribellarsi così come fa il bue che si lascia aggiogare docilmente". La foto a lato suggerisce chi predilige nel popolo l'aspetto bovino: l'Europa, ad esempio, ed i suoi potentati economico-finanziari che ne controllano l'u­nio­ne monetaria e i suoi mercati grazie a governi retti da gen­ta­glia serva ed imbelle, certamente scelta da una maggioranza di cittadini, perché ciò che oggi si spaccia per democrazia significa questo. Ma che democrazia è se la massa è vo­lu­ta­men­te tenuta ignorante, acritica, disinformata da chi avrebbe come compito primario quello di educare, informare, far par­te­ci­pa­re scientemente alle decisioni che vengono prese? E non è a caso, per venire a noi, che la forza politica nostrana che ha portato in piazza le bandiere ed i palloncini della foto dichiari di essere un raggruppamento politico democratico, appunto, nel senso evidenziato però, come le vicende degli ultimi anni hanno ampiamente mostrato a chi aveva, o ha ancora, occhi per vedere.
Risibili, se affrontati con il buon senso e sufficiente spirito critico, sono poi i tentativi di media super-attakati alle forze politiche oscurantiste, di regime, sempre vive e gratificate dai poteri forti interni ed esterni, nonostante la bocciatura e­let­to­ra­le - forze da cui essi traggono il quotidiano com­pa­na­ti­co che permette loro la sopravvivenza nel panorama mediatico nostrano - di rivoltare, per così dire, la frittata addossando a movimenti ritenuti antiregime, tacciandoli di populismo - un ismo fatto passare per parolaccia, - la volontà di manipolare il popolo. Sprecando anche, spesso, dotte citazioni (che ben si sposino al pensiero unico) di insigni, per il regime, docenti universitari. Così, ad esempio, si legge su ItaliaOggi, che cita un libro pubblicato dall'editore Laterza, ritenuto bibbia sull'argomento: "Il linguaggio populista esalta il popolo sovrano, buono, onesto con una parola urlata e ripetitiva, aggressiva e grossolana: «Merito il tuo voto proprio perché parlo male come te». Una truffa, che serve a mantenerlo nella sua condizione di «popolo bue»". A Gianfranco Morra, l'articolista, il dubbio però viene: Renzi non era tacciato di populismo quando ostentava "la rottamazione dei nemici del popolo, la forte leadership, l'uso quasi ossessivo delle reti, l'attivismo e la velocità, l'enfasi su ogni anche minimo o supposto risultato raggiunto, un linguaggio semplice e ripetitivo"? E già, ma, attenzione, il suo "è un populismo di governo. Il partito lui l'ha trovato, il governo lo ha avuto. È il suo un populismo strumentale e moderato, soprattutto anche nel linguaggio (e ancor più lo è da quando ha perso il governo e anche parte del consenso)". Si badi bene! E se pretendente la giustificazione di tali affermazioni, eccola: "I suoi stilemi populisti non sono contro la politica, ma servono a personalizzarla e renderla efficace, non a capovolgerla". Non è, insomma, Grillo che "rifiuta la dicotomia sinistra-destra, che ritiene funzionale al predominio dei vecchi mestieranti della politica", che usa "un populismo teatrale, basato sulla satira spietata, l'oltraggio metodico ed esasperato", che "colpisce con l'oltraggio ridicolizzante non solo le istituzioni ma anche le persone, alle quali viene imposta una maschera da commedia dell'arte: Berlusconi-Psiconano, Napolitano-Morfeo, Renzi-Scrofa ferita, Veltroni-Topo Gigio".
Ma la politica è solo uno dei tanti «oppio dei popoli» d'oggi che si offrono alle moltitudini per mantenerle nella loro bovinità. La religione anche, certo, ma la questione è stata definitivamente liquidata, come ci dice, a leggerla nel modo giusto, una battuta di Roberto Benigni riportata da Filosofico.net: "Dopo il Giudizio Universale Dio incontra Carlo Marx: «Ah, tu sei quello che mi ha dato tutte quelle preoccupazioni nel XX secolo. Visto che hai sempre detto che io non ci sono, sarai condannato a farmi da portinaio. E quando non vorrò essere disturbato sei autorizzato a dire: Dio non c'è.»". Del resto, già Friedrich Nietzsche aveva a suo tempo affermato: "Dio è morto: ma considerando lo stato in cui si trova la specie umana, forse ancora per un millennio ci saranno grotte in cui si mostrerà la sua ombra". I poteri economico-finanziari che dominano il mondo hanno rapidamente sostituito quell'oppio con altre droghe, offerte a piene mani, più subdole e potenti, capaci di assuefare l'umanità al pensiero unico della globalizzazione.
Ignoranza, disinformazione, distrazione, diseducazione alla critica, identificazione col branco ed esaltazione dell'idiozia come valore (cose quest'ultime di cui i social network sono strumenti perfetti di propaganda: l'apoteosi del nulla, del vuoto cerebrale, del non-pensiero), con una finalità sola: impedire il progresso, la conoscenza, l'uso della critica da parte delle masse, la vera rivoluzione che sradicherebbe inevitabilmente il sistema di potere che governa il mondo oggi.
Ma c'è anche un altro aspetto da ricordare. Riguarda i mediatori di massa, gli operatori dei media d'oggi: la consapevolezza di essere chiamati a gestire un popolo bue, soprattutto con lo sport, le entertainment news, il celebrity gossip (e mettiamoci anche il british royal gossip così tanto caro ad un paio di canali televisivi italiani) li porta a credere che davvero il popolo, cui si rivolgono da intermediari, sia bue. Riporto un esempio, direi non banale, ed è questo l'argomento del post.
Il quotidiano Il Piccolo di Trieste, nella sua versione online, ha deciso da qualche tempo di registrare tutti i suoi lettori interessati alle notizie di cronaca locale o comunque riguardanti direttamente o indirettamente la vita cittadina. La registrazione può essere fatta utilizzando le utenze social di Facebook e di Google, oppure fornendo alcuni dati, sesso, data di nascita, città (opzionale) e l'indirizzo email. Una procedura abbastanza diffusa. Quello che sconcerta è l'obbligatorietà, pena la non lettura dell'articolo. Come si vede dall'immagine accanto, la registrazione offre, oltre alla lettura completa del particolare articolo, la possibilità di accedere illimitatamente a tutti i contenuti del sito, cioè alla lettura di tutti gli articoli, di ricevere la newsletter, di commentarli, di prenotarsi agli eventi, di approfittare di sconti e convenzioni: tutto quello che viene offerto a chi si abbona con la sola eccezione della lettura del quotidiano in versione digitale. Sul perché di tale scelta - l'obbligatorietà della registrazione - da parte della proprietà (Il Piccolo è parte di GEDI Gruppo Editoriale, che, nel settore della carta stampata, è editore di la Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX, 13 testate locali, il settimanale l'Espresso e altri periodici) si possono fare le supposizioni più diverse. Le lascio al lettore. Qui interessa invece evidenziare come tutto l'ambaradan messo in piedi dal quotidiano triestino sia fondato sul fatto che l'utente del servizio online sia in genere un semplice consumatore dei contenuti in rete e poco, o per niente, si ponga domande sul funzionamento della stessa e del software che utilizza per usufruire di essi. Spieghiamoci con un esempio. Oggi, 23 ottobre, il quotidiano ha pubblicato il seguente articolo:
Naturalmente del testo che segue la fotografia correlata all'articolo, si possono leggere solo poche righe che dicono poco o niente. Insignificanti comunque. Certo da con­su­ma­to­re puro l'utente comune di In­ter­net non sa nulla di programmazione e dei linguaggi utilizzati per costruire le pagine web. E quindi si registra: che altro può fare? Ma, nel caso in esame, per leggere il testo dell'articolo senza registrarsi non è necessario essere un programmatore o avere qualche conoscenza dei linguaggi normalmente usati. Basta conoscere le opzioni che il browser utilizzato mette a disposizione e, se del caso, adoperare uno giusto allo scopo. Chrome, ad esempio, cliccando col pulsante di destra sulla pagina, rende possibile la lettura del suo sorgente. Certo, ci sarà molto testo incomprensibile per il profano, misteriose righe di codice, ma scorrendolo prima o poi ci si imbatterà nel testo nascosto riportato in chiaro. Come si può vedere pił sotto nella porzione di sorgente riportata sotto.

Quale, dunque, come si dice, la morale della favola? Il post mostra semplicemente come, sfruttando la non conoscenza dei tanti, li si possono spingere a fare cose non necessarie, come, nel caso esaminato, comunicare alcuni dati personali. Ci sarà per il giornale un buon motivo statistico nella cosa, come ad esempio conoscere la propria utenza in termini di età e sesso, magari per meglio mirare l'informazione che viene fornita o anche per meglio mirare la pubblicità presente nelle pagine, in modo da renderla più redditizia. Cose veniali in fin dei conti. Ma tuttavia il sapore che resta in bocca ad una attenta critica è amaro: l'uso della non conoscenza e dell'inesperienza altrui per ricavare comunque un vantaggio. Proviamo a pensare, mutatis mutandis, a ciò che avviene ogni giorno nei diversi e più disparati campi della quotidianità: non c'è da stare allegri, o come qualcuno diceva, sereni.

Postato il: 24 10 2018 17:57

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