Sergio Fumich è nato a Trieste nel 1947. Ha svolto attività pubblicistica dal 1978 al 1995 come collaboratore del quotidiano di Lodi Il Cittadino. È stato direttore responsabile di alcuni fogli locali e della rivista di poesia Keraunia. Ha pubblicato libri di poesia e di racconti, libri di fotografia e grafica, libri ed opuscoli divulgativi.

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IL SEPPELLITORE DI NUTRIE

Blog di Sergio Fumich


"La giusta comprensione di una cosa e la incom­pren­sione della stessa cosa non si escludono."

(Franz Kafka - Il processo)


PULPITI CON FACCE DI BRONZO

Le sigle cambiano, ma le persone restano: un fatto che chi ha una pesante faccia di bronzo d'abitudine tenta di nascondere sotto il tappeto, ritenendo l'opinione pubblica estremamente manipolabile. E a sinistra in questo si è sempre stati maestri e di esempi di tale maestria se ne potrebbero fare a bizzeffe. Ma ci si limiterà al più collossale scaricabarili messo in atto dai Democratici di Sinistra, i DS che cambiato nome in Partito Democratico, PD, oggi non solo fanno la morale alla Lega, ma anche si lamentano, facendosi paladini non richiesti degli italiani, dell'eccessivo dilazionamento della quota che lo Stato secondo i giudici deve recuperare dalle casse del partito di Salvini.
Nella foto accanto, divenuta virale nel web nella sua versione fake (con la copia del giornale rovesciata), mostra una sor­ri­den­te Maria Elena Boschi con in mano una copia della Nuo­va Unità. Era stata la stessa Boschi a postarla nel suo profilo Facebook con un commento che tra le altre cose diceva: "Il ritorno de L'Unità è una bella storia, da tanti punti di vista. È la storia di un giornale che torna in edicola quando invece tante testate purtroppo hanno dovuto chiudere. Riaprire L'U­ni­tà è un'altra promessa mantenuta dal PD". Era il 30 giu­gno 2015. I risvolti poco edificanti della vicenda della vecchia Unità erano per il partito rinominato già bell'e sepolti sotto il tappeto. Di più, il direttore del rinato quotidiano, Erasmo D'An­ge­lis, cui la Boschi nel suo post faceva "un grosso in bocca al lupo", dichiarava a Libero: "Mi limito a registrare il fatto [l'esborso dello Stato di cui si dirà, ndr.], dato che riguarda la vecchia gestione e non quella attuale. Del resto bisogna ricordare che noi abbiamo rinunciato al finanziamento pubblico. Detto ciò trovo alquanto singolare, per non dire assurdo, questo tipo d'intervento da parte dello Stato [il governo di Matteo Renzi, ndr.]". Sic! Parole in cui si avverte un sentore di presa per i fondelli che i contribuenti italiani non si meritano. Ma veniamo alla vicenda, prendendo qua e là dalla stampa quotidiana dell'epoca.
A darne notizia era stato il Corriere della Sera: i 107 milioni di euro che rappresentavano i debiti della vecchia gestione de l'Unità erano stati pagati con i soldi dei contribuenti italiani dal governo Renzi. "Alla fine, lo stato ha pagato - commentava Il Fatto Quotidiano il 9 novembre 2015. - La caccia di Palazzo Chigi al patrimonio immobiliare dei DS non ha evidentemente dato frutti e la presidenza del Consiglio nei giorni scorsi ha dovuto versare 107 milioni di euro (pubblici) alle banche creditrici della vecchia gestione dell'Unità". Non solo: sempre secondo il Corriere della Sera, mancavano all'appello altri 18 milioni di euro dovuti alla Sga, la "società per la gestione delle attività", costituita per il salvataggio del Banco di Napoli, che a differenza di altri istituti non aveva rivendicato il dovuto.
Il motivo per cui i contribuenti hanno dovuto ripianare il buco del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, è una legge varata nel 1998 dal governo Prodi, che ha introdotto la garanzia statale sui debiti dei giornali di partito. Come ricordava il Corriere della Sera, i Democratici di sinistra, DS, si erano accollati l'esposizione bancaria de l'Unità, ma erano rimasti da pagare 125 milioni di euro. Ma nel 2007, al momento della nascita del PD, l'allora tesoriere dei DS, Ugo Sposetti, oggi senatore del PD, aveva provveduto a blindare in 57 fondazioni locali il patrimonio immobiliare ereditato dall'ex PCI, mettendolo al sicuro dalle rivendicazioni dei creditori. Come riporta il citato articolo de Il Fatto Quotidiano, il compagno Sposetti intervistato sull'argomento da Report, aveva rivendicato: "Una società mi avrebbe dato tanti soldi per fare questo lavoro…". L'articolo concludeva l'informazione sulla vicenda dicendo: "Morale: grazie alla leggina di Prodi e al lavoro di Sposetti alla fine le banche creditrici hanno presentato il conto al governo guidato dal leader del Pd Matteo Renzi. E hanno ottenuto dal Tribunale di Roma l'emissione di decreti ingiuntivi contro la presidenza del Consiglio per un totale di 95 milioni. Palazzo Chigi ha fatto opposizione, ma in attesa del giudizio di appello ha dovuto aprire il portafogli. I soldi sono attualmente nei forzieri delle banche, pur con riserva visto che pende ancora il pronunciamento di secondo grado". Come il Corriere della Sera ricordava, c'era stato un precedente: alla fine del 2003 i contribuenti hanno pagato i debiti dell'ex Avanti!, il quotidiano del Psi. Ma in quel caso la cifra era stata di "soli" 9,5 milioni di euro. Dei dilettanti, insomma, i socialisti rispetto ai DS.
Alla notizia del versamento governativo alle banche creditrici, Maurizio Gasparri, vice presidente forzista del Senato, parlò, come ricorda qualche articolo di allora, di "furto di Stato a beneficio del Pd e L'Unità". Debora Bergamini, deputata di Forza Italia, sottolineò come gli "ex comunisti" non si sono scandalizzati dalla leggina ad hoc, essendo "da sempre avvezzi a privatizzare gli utili e socializzare le perdite". Con quei soldi come evidenziava Sergio Rizzo sul Corriere della Sera si sarebbero potuto, come minimo, risistemare un paio di scuole.
Dicendo delle vicissitudini de l'Unità, scriveva nel luglio 2013 Marco Fiorletta su Globalist.it: "Con la chiusura delle edizioni della Toscana e dell'Emilia Romagna, il giornale subisce un altro colpo. Intitolare le feste al giornale è ipocrisia". Così nel sommario e nel post: "Il glorioso giornale del grande mitico partito comunista di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer. Dopo di loro il diluvio. E dopo di loro il diluvio anche per l'Unità. Con l'avvento dell'era veltroniana, del partito liquido, tanto liquido che ogni traccia di sinistra è evaporata, sono entrate in crisi anche le feste". E dicendo delle feste di partito, "l'unica vera festa era solo una: la Festa de l'Unità". E dopo aver accennato alle precedenti crisi del quotidiano comunista ed alle proteste sotto le Botteghe Oscure per mantenerlo in vita, concludeva: "Trovo di conseguenza strano? inappropriato? demagogico? fate voi, che ancora si tengano in giro Feste de l'Unità. Forse il titolo più giusto sarebbe, a perenne memoria, Abbiamo fatto la festa a l'Unità". Frase che si ritrova più cruda l'estate dopo nel comunicato del Comitato di redazione del giornale, è l'1 agosto 2014: "Dopo tre mesi di lotta ci sono riusciti: hanno ucciso l'Unità. I lavoratori sono rimasti soli a difendere una testata storica".
Con poche righe di comunicato sul sito della testata, i li­qui­da­to­ri di Nuova iniziativa editoriale spa avevano an­nun­cia­to che quel giorno il quotidiano L'Unità smetteva di essere pubblicato. A quelle poche righe dell'editore del quotidiano fondato da Gramsci, faceva riferimento Paolo Granzotto su il Giornale, rendendo a suo modo l'onore delle armi ad un morto. "Brutta notizia quella che ieri in un rigo annunciava la chiusura dell'Unità. Da anni non era più lei - quella fondata da Antonio Gramsci, la cui impronta restava solo, e labile, nel distico sotto la testata - avendo perduto l'antica autorità, il carattere e la portanza politica e culturale", cominciava così il suo pezzo Granzotto. "Però seguitava ad occhieggiare nelle edicole e a comparire nel web tenendo viva la memoria di quello che fu un pezzo non trascurabile dell'identità italiana". E più avanti aggiungeva: "Dispiace anche per ciò che L'Unità ha rappresentato nei primi quarant'anni dell'Italia repubblicana. Da quando era Quotidiano degli operai e dei contadini a quando si elevò a Quotidiano del Partito comunista italiano. Da quando titolò (direttore Pietro Ingrao): Stalin è morto - Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell'umanità a quando annunciò la caduta del muro di Berlino col titolo (direttore Massimo D'Alema): Il giorno più bello d'Europa". L'Unità, scrive nel suo articolo Granzotto, "bisognava leggerla: oltre tutto, nei suoi anni d'oro, con alla direzione il gotha comunista - Ingrao, Pajetta, Reichlin, Alicata, Tortorella, Ferrara, Macaluso - era anche molto ben fatta e ben scritta. Ma non certo sincera: l'Unità celebrava quotidianamente il rito della doppia verità che Togliatti mutuò da Stalin: una per le piazze, per le masse. Per i lettori. Una per i Comitati centrali e l'areòpago intellettuale che faceva capo a Botteghe Oscure. Un giornale così, fortemente ideologizzato, trasudante ortodossia comunista da ogni rigo di piombo, fosse cronaca o fosse cultura, fosse politica estera o fosse economia...". Sopravvisse al giorno più bello d'Europa dalemiano, tenendo "alta e con orgoglio la testa" per qualche tempo, ma dice Granzotto "quando arrivarono le figurine Panini con Veltroni direttore, nessuno più dubitò che la fine fosse vicina. E così è andata".
Wikispesa, come si definisce, è un'enciclopedia collaborativa aperta alla partecipazione degli utenti per segnalare e de­scri­ve­re casi di sprechi pubblici nazionali o locali (co­mu­na­li, regionali o provinciali), con lo scopo di registrare in una vera e propria enciclopedia wiki situazioni non ancora do­cu­men­ta­te o ignorate dalle amministrazioni e diffonderne l'in­for­ma­zio­ne. L'enciclopedia dedica una scheda a l'Unità, in cui si elencano i contributi pubblici ricevuti dal quotidiano, i fal­li­men­ti e i salvataggi statali. L'Unità è stato il giornale di partito più sovvenzionato nella storia italiana. Dal 1990, dice la scheda, ha incassato come testata del Partito comunista (Pci), del Partito democratico di sinistra (Pds) e dei De­mo­cra­ti­ci di sinistra (Ds), oltre 152 milioni di euro, utilizzando tutte le fonti di finanziamento messe a diposizione dal dipartimento per l’Editoria della presidenza del Consiglio. Una media, sottolinea Wikispesa, di 6,3 milioni all'anno, oltre 500 mila euro al mese, 17 mila euro al giorno. Il massimo contributo pubblico fu raggiunto nel 1995, arrivando ad incassare 8 milioni e 883 mila euro.
Ma, nonostante la cieca fidelizzazione dei propri lettori ed il sostegno pubblico, il giornale fondato da Gramsci nel 1924 ha attraversato diverse fasi di crisi. Nel 1994 vi fu il primo fallimento: l'Unità Spa veniva liquidata dopo 50 anni di attività. Subentrò la società Arca Spa di proprietà esclusiva degli eredi del PCI, che a sua volta fallì meno di quattro anni dopo, nel 1997. Allora, i DS, pur mantenendo il controllo della proprietà, cedettero quote del giornale ad una cordata guidata dagli imprenditori Alfio Marchini e Gianpaolo Angelucci; ma anche la nuova società, l'Unità Editrice Multimediale, a causa del crollo delle vendite finì in liquidazione con lo stop alle pubblicazioni nell'estate del 2000. La nuova proprietà, una cordata di imprenditori guidati dall'editore Alessandro Dalai, nel marzo del 2001, fece tornare in edicola il giornale sotto la direzione di Furio Colombo, sostituito poi da Antonio Padellaro. Nel 2008 la quota di maggioranza fu ceduta al patron di Tiscali, l'imprenditore Renato Soru, allora presidente della Regione Sardegna, che sostituì alla direzione del giornale Antonio Padellaro con Concita De Gregorio. Con la De Gregorio il giornale cambiò formato passando alla versione tabloid, ma né la nuova veste né il nuovo modo di trattare i contenuti riuscì a fermare il crollo verticale dei lettori. Si arrivò così alla crisi del 2014, quando, come già più volte ricordato, il giornale cessò nuovamente le pubblicazioni e gli aggiornamenti dell'edizione online. La Nuova Iniziativa Editoriale Spa, la proprietà finì in liquidazione presso il tribunale di Roma.
Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio, parlando il 3 maggio 2015 dal palco della festa nazionale del PD a Bologna ventilò un possibile nuovo rilancio del giornale con un "Stiamo vedendo con Cuperlo alcune idee bislacche per l'Unità che tornerà in edicola". Puntualmente pochi giorni dopo l'editore di stampa popolare (testate come Vero, Stop, Rakam, Miracoli) Guido Veneziani, sostenitore di Renzi, si proponeva con un annuncio come soluzione per riavviare il giornale. Ma a sole due settimane dal suo annuncio, come ricorda la scheda di Wikispesa, il Veneziani risultava indagato dalla magistratura con l'accusa di bancarotta fraudolenta per il crac della Roto Alba, lo storico stabilimento tipografico della congregazione dei Paolini acquistato dall'editore nel 2012.
Come alla fine siano stati i contribuenti italiani a restare con il cerino in mano e a dover rifondere alle banche i 95 milioni di euro di debiti è stato ampiamente detto. L'Unità tornò in edicola il primo luglio 2015 con una nuova compagine azionaria: socio di maggioranza la società Piesse, detenuta al 60% da Guido Stefanelli, amministratore delegato del gruppo Pessina Costruzioni, e al 40% dal costruttore Massimo Pessina, presidente dello stesso gruppo. Ma, come si sa, la nuova proprietà non ha saputo evitare le vicissitudini fallimentari del giornale. Alessandro Faggiano, il 14 gennaio 2017 su termometropolitico.it scriveva che l'Unità era ad un passo dal tracollo e dalla chiusura definitiva: "L’ Unità non vende: gli abbonamenti digitali e gli acquisti cartacei non raggiungono le cinque cifre (una media di 7.000 giornali venduti al giorno su una tiratura di 60.000) e il fatturato crolla a picco". Spiegava nell'articolo Faggiano: "Per salvare il giornale dalla sua terza – e chissà ultima – chiusura, è necessaria una forte iniezione di capitali: 5 milioni di euro. Investimento che, per la Pessina Costruzioni (detentrice dell'80% delle quote del giornale) si potrebbe rivelare un investimento a perdere. Le prospettive di guadagno – anche solo nei termini derivati dal ritorno pubblicitario – sembrano essere minimi. Per la Pessina, dunque, il gioco potrebbe non valere la candela. Discorso diverso per il Partito Democratico (detentore del 20% delle quote dell'Unità) che dovrebbe destinare un milione di euro (sui cinque necessari) per salvare il giornale". Nell'articolo si sottolineava una probabile causa del disastro. Scriveva Faggiano: "Pur essendo giornale di partito – e che pertanto si presenta già con una posizione dichiarata – l'Unità ha aggredito con sempre maggior livore le opposizioni del PD (in primis il Movimento 5 Stelle, obiettivo numero uno del giornale dell'attuale direttore Sergio Staino). Non solo: l'attacco ai sindacati (l'ultimo alla CGIL della Camusso) o alla stessa minoranza PD (in tempo di referendum) ha limitato la cerchia di lettori e aperto il fianco a durissime critiche, dagli schierati e non. L'eccessiva faziosità – critica mossa da alcuni giornalisti della stessa Unità – non paga. Inoltre, con un PD in fase di riassestamento, l'appoggio del partito – in questa fase estremamente delicata – sembra venir meno".
Veniamo all'oggi. Lo scorso aprile, come racconta ad e­sem­pio l'HuffingtonPost, la nuova Unità è finita all'asta. Motivo: "I giornalisti e i poligrafici, più di trenta ex dipendenti del quo­ti­dia­no rilevato nel luglio 2015 sotto la segreteria di Matteo Renzi dall'imprenditore del settore dell'edilizia Pessina si sono rivolti al Tribunale di Roma prima con una serie di decreti ingiuntivi per la liquidazione degli stipendi non pagati dall'editore. Tentativi andati a vuoto inducendo i giornalisti a chiedere il pignoramento della testata, ottenuto a fine di­cem­bre 2017. L'udienza successiva si è tenuta il 18 aprile con l'incarico della perizia sulla testata che, una volta depositata, aprirà la strada alla messa in vendita del quotidiano". L'articolista dell'Huffington commentava: "La vendita al migliore offerente (per inciso, chiunque esso sia) in sede giudiziaria è l'ennesimo schiaffo alla memoria del quotidiano sopravvissuto alla clandestinità e al fascismo prima, e alle diverse crisi economiche che ha dovuto fronteggiare nella sua storia ultranovantennale dopo". E aggiungeva: "Ma il percorso che porta all'erogazione degli arretrati per i suoi ex giornalisti è ancora pieno di incognite". Il rischio paventato era la perdita del suo valore economico a causa della legge sulla stampa, la legge 47/1948, che all'articolo 7 dice: "L'efficacia della registrazione cessa qualora, entro sei mesi dalla data di essa, il periodico non sia stato pubblicato, ovvero si sia verificata nella pubblicazione una interruzione di oltre un anno". Per scongiurare questa eventualità, lo scorso 25 maggio l'Unità tornava in edicola per un solo giorno, con la grafica delle origini e un editoriale-tributo al fondatore Antonio Gramsci. Come spiegava in un suo articolo Repubblica, l'edizione straordinaria aveva l'obiettivo di scongiurare la decadenza della testata, non essendo il giornale più pubblicato dal 2 giugno 2017. Il numero di otto pagine era stato realizzato da quattro giornalisti e dal direttore Luca Falcone. Così, a sua volta, il Manifesto dava e commentava la notizia: "La proprietà – il gruppo Pessina, lo stesso che ha chiuso il giornale assieme al Pd e deve ancora pagare stipendi arretrati ai giornalisti e tipografi – ha deciso di tornare in edicola e di nominare direttore il responsabile dell'ufficio stampa del gruppo, tal Luca Falcone. Che nel curriculum può annoverare al massimo l'aver seguito Roberto Giachetti nella fallimentare campagna elettorale come sindaco di Roma nel 2016".
Marina Della Croce nel suo articolo del 23 giugno sul quotidiano comunista scriveva: "La stranezza del progetto è totale. Solo un mese fa la testata de l'Unità doveva andare all'asta proprio perché la proprietà non aveva pagato due mensilità ai giornalistici che per ottenere i soldi erano riusciti a pignorare l'unico bene di valore – i conti correnti dell'Unità Srl erano tutti in rosso. In extremis la proprietà ha pagato il dovuto ritornando in possesso della testata. Ha fatto uscire un numero unico per evitare che la testata decadesse – la legge sulla stampa la prevede dopo un anno di lontananza dalle edicole – e ora tenta di rilanciare il marchio, forse in vista di una vendita per rientrare dei debiti accumulati in questi anni". L'articolo informava anche dell'incontro negli uffici della Federazione nazionale della stampa (FNSI) tra la proprietà e il Comitato di redazione per illustrare il piano editoriale della nuova iniziativa editoriale che si voleva avviare, consistente in numeri settimanali prima e da settembre il ritorno in edicola sei giorni la settimana. "Per farlo, osservava il Manifesto, però serve cambiare la causale della cassa integrazione: passare da cessazione delle pubblicazioni a ristrutturazione con una riduzione degli attuali 28 giornalisti". E commentava: "Un cambio che necessita di un accordo sindacale che visto i burrascosi precedenti con l'azienda - minacce ai sindacalisti . si annuncia tutt'altro che semplice".
Quanto oggi le vicende de l'Unità non riguardino più il PD è evidenziato dalla nuova testata, il quotidiano politico digitale multimediale Democratica: "Una comunità politica vive ogni giorno di fatti e progetti. Da oggi il Partito Democratico, la più grande comunità politica d'Italia, ha uno strumento in più per parlare al paese con le idee e i fatti che nascono quotidianamente da centinaia di migliaia di iscritti, militanti, amministratori e rappresentanti politici. Democratica nasce per essere la voce del PD: un quotidiano digitale e multimediale, gratuito e diffuso a metà giornata attraverso tutti i nostri canali social. Un luogo virtuale ma concreto, da costruire insieme a voi". Il primo numero uscì lo scorso anno, a fine giugno 2017. La responsabilità della direzione del quotidiano è stata affidata ad Andrea Romano, ex condirettore de l'Unità. Nel suo editoriale, dal titolo "Una comunitagrave; vitale, un partito da costruire", Romano scriveva: "L'identità del PD è qui: nelle cose fatte nel governo locale e nazionale, nella trasformazione riformatrice che ha impresso all'economia e in tanti altri aspetti della nostra vita pubblica, nella vitalità di una comunità politica che si ritrova nei circoli, sulla rete, nelle diverse forme di un'aggregazione fatta della condivisione di idealità e della realizzazione di progetti".
L'uscita di Democratica non fu senza reazione: non mancarono le note polemiche del Comitato di redazione e dell'editore de l'Unità. Il Comitato di redazione scrisse nella sua nota: "Due anni fa esatti l'Unità tornava nelle edicole per volontà di Matteo Renzi e ci tornava con una compagine aziendale e una direzione scelta direttamente dai vertici del Pd. Oggi, mentre i lavoratori de l'Unità sono da due mesi senza stipendio, mentre il giornale non è più nelle edicole perché gli azionisti di maggioranza Guido Stefanelli e Massimo Pessina fra i tanti non hanno saldato i debiti con lo stampatore, il Partito Democratico (che della società editrice del giornale è socio al 20%) lancia il suo nuovo quotidiano on line senza ancora aver fatto nulla di concreto per garantire ai dipendenti de l'Unità almeno il diritto agli ammortizzatori sociali. E lo fa dalle pagine di quel blog unita.tv, di cui il Pd è editore attraverso la fondazione Eyu, che del quotidiano fondato da Antonio Gramsci ha per due anni utilizzato indebitamente la testata senza che il Partito Democratico si adoperasse mai, fatte salve le rassicurazioni e le promesse puntualmente inevase, per risolvere una situazione di confusione che tanto danno ha creato al giornale di carta. L'ipocrisia è caduta definitivamente e il Partito Democratico ha finalmente scoperto le proprie carte seppellendo l'esperienza de l'Unità, la sua storia e il destino di 35 famiglie, preferendo dedicarsi ad un nuovo progetto autoprodotto e autorefenziale. Per quanto amareggiati non siamo affatto sorpresi. Sapevamo da mesi di essere rimasti da soli a difendere l'Unità, stretti in una morsa che ha visto per troppo tempo il quotidiano e i suoi lavoratori ostaggi di un braccio di ferro fatto di ricatti e veti incrociati fra l'azionista di maggioranza e quello di minoranza". Così, quindi, il Comitato concludeva la sua nota: "Due considerazioni, infine. La prima: speriamo che il Pd abbia il buongusto di togliere la testata dell'Unità dal blog in cui viene diffuso il nuovo quotidiano on line. Lo riteniamo un fatto di rispetto e coerenza. La seconda: il 30 luglio 2014 la prima pagina del nostro giornale recitava 'Hanno ucciso l'Unità'. Due anni dopo si svelano gli autori del delitto perfetto, quello di allora e quello di oggi". Pesantissima la nota dell'editore Piesse: "Ad Andrea Romano, il non rimpianto ex condirettore de l'Unità, ci limitiamo a replicare che sarà il tempo a stabilire chi è il prigioniero e chi il carceriere di questa vicenda. Per quanto riguarda l'Unità resterà a disposizione - nonostante le mille difficoltà causate dal finto socio di minoranza - di chi vorrà avere un'opinione libera o semplicemente diversa da quella del Pdf scaricabile di nome Democratica. Al nuovo prodotto editoriale auguriamo comunque miglior sorte di quella che il non rimpianto Romano (di cui in redazione ricordano solo la passione per gli smartphone aziendali) ha portato all'Unità. Spiace che le buone idee del segretario del Pd vengono affidate a esponenti di partito che si rivelano pessimi interpreti".
A conclusione di questo lungo post, ricorderò ancora come il fallimento della Nuova Iniziativa Editoriale Spa (NIE), editore dal 2001 al 2014 de l'Unità non abbia interessato solo i con­tri­buen­ti italiani che si sono visti forzati a rimborsare 95 milioni alle banche, ma abbia colpito gli stessi giornalisti del quo­ti­dia­no fondato da Gramsci. Scriveva il Corriere della Sera il 5 maggio 2015: "A giugno scorso la situazione finanziaria (...) precipitata: gli amministratori hanno deciso di mettere in liquidazione la società che ha portato i libri in tribunale con 32 milioni di debiti. Da quel momento Nie non è più ufficialmente in grado di pagare i creditori, compresi coloro che hanno vinto le cause di diffamazione e hanno diritto al risarcimento da parte de L'Unità". L'articolo del Corriere spiegava quindi le conseguenze della messa in liquidazione: "La responsabilità nelle cause di diffamazione è ripartita tra editore, giornalista e direttore della testata in questa proporzione: 80 per cento per l'editore, 10 per cento per il direttore, 10 per cento per il giornalista che ha scritto l'articolo. Tutti e tre i soggetti però sono responsabili in solido: significa che se uno dei tre non è in grado di pagare, gli altri possono essere obbligati dal giudice a pagare per lui. Ed è proprio quello che è accaduto: oberata dai debiti Nie non può pagare e così il tribunale ha deciso che a risarcire i soggetti diffamati dovranno essere i giornalisti, per il totale della somma". In quei giorni di maggio 2015, Concita De Gregorio e altri giornalisti de l'Unità stavano ricevendo pignoramenti e ingiunzioni di pagamento per una cifra che superava i 400 mila euro, dopo essere stati condannati in una serie di cause per diffamazione a risarcire i danni al posto della società editrice Nuova Iniziativa Editoriale. L'articolo del Corriere informava che quella mattina giornalisti de l'Unità ed esponenti della FNSI, il sindacato dei giornalisti, avevano organizzato una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati per cercare di sensibilizzare anche deputati e senatori su ciò che stava avvenendo al giornale, lamentando: "Stanno pagando anche il conto dell'editore e questo non è giusto. Non solo, questa situazione rischia di minare profondamente la libertà di stampa nel nostro Paese perchéeacute; nulla esclude che possa verificarsi in futuro anche in altri giornali". Appariva certamente sconcertante il fatto, emerso durante la conferenza stampa, che i giornalisti coinvolti sostenessero di non avere ricevuto mai dalla segreteria de l'Unità nè dall'ufficio legale alcuna informazione e di non essere stati aggiornati sull'evoluzione delle cause in corso, aspetto contraddetto dal legale del giornale che affermava al contrario come i giornalisti avessero ricevuto informazioni costantemente. Concita De Gregorio affermò allora: "Non sono mai stata chiamata in tribunale, né mi è mai stato chiesto di produrre carte. Con una difesa adeguata, se fossimo stati in grado di produrre le carte sulla base delle quali si fondavano gli articoli avremmo vinto e sono sicura che vinceremo in appello". Intanto lamentava: "Io dovrò pagare ai creditori non la mia quota di responsabilità, ma la mia più quella di Nie, che naturalmente è molto più grande". Il tribunale di Roma aveva intimato all'ex direttore di pagare 400 mila euro di risarcimenti decretando nei suoi confronti il pignoramento della casa e dei redditi. Anche un'altra giornalista, Natalia Lombardo, aveva ricevuto il pignoramento della casa, dovendo pagare 18 mila euro. "Nei suoi 14 anni di vita - scriveva il Corriere - Nie ha ricevuto oltre 60 milioni di euro di fondi pubblici per l'editoria e il Partito Democratico, che è dentro la società ha avuto poteri straordinari, finora ha fatto finta di niente". Che dire?
C'è ancora un aspetto della vicenda che non va taciuto: la questione dell'archivio storico de l'Unità, che era a disposizione di tutti online: un vero patrimonio giornalistico e culturale. L'archivio scomparso dal web nel gennaio 2017, con la chiusura del dominio unita.it, è rimasto di proprietà di Unità Srl, ovvero dell'azionista di maggioranza Pessina Costruzioni e per un 10% della Fondazione Eyu, cioè del PD. L'archivio era stato digitalizzato quando proprietario del giornale era Renato Soru, "approfittando - com'ebbe a dire - di competenze importanti che allora avevamo, all'epoca solo La Stampa aveva fatto un'operazione analoga, il primo caso al mondo fu il New York Times. Per salvare l'archivio, che rischiava di disperdersi, lo digitalizzammo e mettemmo online con funzionalità innovative". Per l'ex editore rappresenta "un pezzo di storia italiana importante, di cui potrebbe occuparsi ad esempio la Fondazione Gramsci". Soru aggiunge come riporta Repubblica in un articolo dello scorso 11 gennaio: "Il suo valore economico è abbastanza limitato, il valore storico e culturale è importantissimo e credo che debba prevalere, ci sono cose che vanno al di là della proprietà intellettuale e questo mi sembra il caso". Lo stesso articolo riporta anche un netto commento di Walter Veltroni: "È un assassinio della memoria, l'indisponibilità a tenere in rete questo patrimonio è un atto di violazione di elementari principi di civiltà culturale. Lì dentro c'è la storia del fascismo, della resistenza, della liberazione, della ricostruzione, della sinistra, del movimento operaio, dei partiti, del sindacato, credo che sia materia da Archivio di Stato, da ministero dei Beni culturali, sulla quale c'è bisogno di un intervento pubblico".
"L'archivio è libero. L'archivio digitale de L’Unità è stato sal­va­to dall’oblio. È adesso vivo, nelle reti libere. Per visitarlo - si legge su archiviounita.noblogs.org in uno dei due post presenti, quello datato 21 maggio 2017 - in­stal­la TorBrowser, e vai al­l’in­di­riz­zo: http://unitaqqvhnjahzmg.onion/". Nel secondo post, datato 27 maggio 2017, viene spiegato il come ed il perché è risuscitato in parte nel deep web. Si dice: "Alcuni anonimi hanno sfruttato una piccola svista tecnica per scaricarsene una copia (di fatto non sono stati usati attacchi o intrusioni ai server, nulla è stato rubato, e cercate di non chiamarci hacker, o almeno chiamateci hacker nell'accezione più nobile del termine)". L'archivio non è completo, ma contiene tutta la parte di storia repubblicana fino al 2014. "L'archivio è adesso di nuovo consultabile, con una interfaccia diversa ovviamente, ci siamo scaricati soltanto una copia dei pdf", si legge nel post. "Se lo visitate con il vostro comune browser vi accorgerete che non si può raggiungere, perché non è ospitato nel web pubblico, ma nella rete TOR, una rete anonima che permette di pro­teg­ge­re l'identità di chi accede, ma anche di chi pubblica dei contenuti. Il modo per accedervi non è complesso, dovete solo scaricarvi un ulteriore browser, Tor Browser".
"Ci sono buoni motivi per cui pensiamo sia meglio per noi restare anonimi", chiude così il post. Secondo un parere tecnico legale dell'avvocato Guido Scorza, coloro che hanno realizzato il sito "stanno usando contenuti non loro ed è un illecito serio. Sotto il profilo del diritto privato, spiega il legale, è legittimo renderlo inaccessibile, per chi ne è proprietario, che certo è anche responsabile della scomparsa dell'interesse pubblico dell'archivio, orfano di qualcuno in grado di farlo valere e di una sede nella quale farlo valere per restituire alla storia quel serbatoio di informazioni". Secondo Soru, come riporta sempre Repubblica, chi ha scaricato l'archivio dai server ha scelto di ricaricarlo su Tor per meglio proteggersi da eventuali azioni legali, ma, sottolinea, "è stato fatto per salvaguardare quello che consideriamo un patrimonio culturale pubblico, e rendere nello stesso tempo evidenti, tramite un atto provocatorio, le contraddizioni del rapporto tra le potenzialità tecnologiche, l'accesso universale alla conoscenza, e la realtà. Senza alcun lucro, e per un patrimonio che fino a quel momento era pubblico".
Insomma, con chi con la lettura è arrivato fino qui, possiamo concludere insieme così: Matteo Renzi, a ben guardare è stato un grande rottamatore. Certo, gli è mal riuscita la rottamazione della nomenclatura del partito, ma, vuoi mettere, grazie all'azione legislativa preveggente di Prodi ed alla sagacia contabile preveggente di Sposetti, ciò che è riuscito a fare? È riuscito a rottamare i debiti residui del giornale dei DS scaricandoli sui contribuenti e nel contempo da capo del governo acquisendo un'aura di oppositore del misfatto, ha rottamato un giornale, l'Unità che era diventato un peso insostenibile per il partito, ha rottamato l'archivio storico del quotidiano non facendo nulla per impedire che un bene di elevato valore storico e culturale diventasse indisponibile al pubblico e ai ricercatori. Se è poco questo...

Postato il: 22 09 2018 19:14

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