Sergio Fumich è nato a Trieste nel 1947. Ha svolto attività pubblicistica dal 1978 al 1995 come collaboratore del quotidiano di Lodi Il Cittadino. È stato direttore responsabile di alcuni fogli locali e della rivista di poesia Keraunia. Ha pubblicato libri di poesia e di racconti, libri di fotografia e grafica, libri ed opuscoli divulgativi.

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IL SEPPELLITORE DI NUTRIE

Blog di Sergio Fumich


"La giusta comprensione di una cosa e la incom­pren­sione della stessa cosa non si escludono."

(Franz Kafka - Il processo)


I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE

I quattro cavalieri, figure simboliche che appaiono nel­l'A­po­ca­lis­se di Giovanni, secondo una interpretazione moderna del testo che ha consistente diffusione, sarebbero portatori per l'umanità di una punizione divina che precorre il giudizio u­ni­ver­sa­le alla fine dei tempi. Metaforicamente parlando, dalla lettura del suo editoriale di lunedì scorso, 10 settembre, parrebbe che Alessandro Sallusti, direttore responsabile del quotidiano il Giornale, li identifichi oggi soprattutto in quattro big tech, i nuovi poteri forti "che già controllano le nostre teste e i cui nomi ci appaiono familiari e rassicuranti", Amazon, Google, Facebook, Twitter.
In realtà, l'editoriale di Sallusti non ha nulla a che fare con l'ultimo libro del Nuovo Testamento. In comune ha solo una visione apocalitica della realtà attuale, suggeritagli dalle mal digerite vicende politiche italiane e da decisioni annunciate dai 5 Stelle che ritiene presagi di un disastro imminente, incombente sull'Italia e sul suo popolo. L'incipit dell'articolo, intitolato "Se Amazon vende Di Maio", col suo sommario estremamente stringato: "La dittatura digitale" che già indica dove Sallusti vuole andare a parare, da solo basta per capire quanto il direttore de il Giornale sia disposto a sostenere la sua parte contro una sorta di aggressione epocale di stampo coloniale, anche se dal volto umano, che ritiene ormai da tempo in atto. Dice papale papale: "Non facciamoci prendere in giro. Dietro l'annuncio di Di Maio che a breve una legge impedirà a negozi e centri commerciali di tenere aperto nei giorni festivi, domeniche comprese, non c'è alcuna visione romantica della vita, non la tutela delle famiglie dei lavoratori, ma solo un enorme piacere ai nuovi poteri forti". I poteri forti digitali, avidi quanto subdoli: "Parliamo di giganti insaziabili, di dittature dal volto amico che con la scusa di semplificarci la vita stanno realizzando il più grande monopolio mai esistito al mondo".
Personalmente, lo dico subito, ritengo che l'orario di apertura dei negozi non dovrebbe essere regolamentato da normative, ma, purché l'esercizio commerciale adempia al suo servizio pubblico nei confronti della popolazione, lasciato di libero arbitrio del commerciante. Ciò di cui invece dovrebbe occuparsi piuttosto il governo è di fornire una legislazione in merito che imponga un corretto ed equo rapporto tra datore di lavoro e dipendente non coartante e non prevaricante i diritti di entrambi. Per Sallusti, "impedire l'apertura festiva del commercio tradizionale non aiuta a creare nuova occupazione, semmai riduce e penalizza economicamente quella esistente" e, afferma, "in compenso - ovviamente - spinge ancora di più le vendite on line,regalando soldi e potere ai colossi dell'economia digitale". E questo senza un reale vantaggio per la collettività, in quanto non si traduce in un beneficio di entrate per lo Stato perché, dice Sallusti "le big tech le tasse le pagano (poche) nei paradisi fiscali". Ma va oltre: "Abbiamo parlato di un piacere, ma più probabilmente siamo di fronte a uno scambio di piaceri tra i Cinquestelle e il mondo digitale che li ha generati e aiutati a svilupparsi". Ciò che i 5 Stelle vorrebbero imporre sarebbe, insomma, un aggiornamento del vecchio mito del settimo giorno che regolamentava la vita dei popoli monoteisti prima della moderna liberalizzazione del capitalismo, che ha trovato altro oppio dei popoli, più efficace che non una messa e la pietas religiosa, per mantenere il controllo sulle masse: sostituire al dio delle scritture il nuovo dio digitale che "li ha generati e aiutati a svilupparsi" e diffondere il suo culto, gli acquisti online, dedicando ad essi particolarmente un giorno, la domenica e le feste comandate. Un po' quello che, la storia insegna, ha fatto la religione cristiana assorbendo le peculiarità dei culti pagani.
Ma è la conseguente evoluzione della politica italiana a turbare Sallusti, che tra le righe par d'intendere rimpianga un po' il buon tempo antico quando scrive: "Una volta politica e poteri forti si sostenevano finanziandosi, spesso illegalmente, a vicenda. Nella nuova era la manipolazione della democrazia avviene con metodi molto più sofisticati, dalla costruzione delle fake news alla diversa visibilità concessa - attraverso complicati algoritmi - alla propaganda dei partiti e dei loro sostenitori". E sempre tra le righe si manifesta una sensazione di impotenza a gestire come giornalista i nuovi meccanismi dell'informazione ed i rapporti con chi li governa, che lo fa sbottare: "Se scrivo, come sto facendo, che Google, Amazon e Facebook sono pericolose dittature e che tra loro e il governo italiano ci potrebbe essere un patto oscuro non credo che oggi e in futuro sarà facile rintracciare questo articolo sul web". Pessimismo che si fonda su due certezze: "Da quelle parti vige infatti la più rigorosa delle censure e quello che passa per loro è gratuito, non riconoscendo alcun diritto d'autore ai contenuti che veicolano".
Siamo così all'ultimo capoverso dell'editoriale, in cui auspica, nonostante l'opposizione appunto dei 5 Stelle, l'approvazione da parte del Parlamento europeo, cosa poi avvenuta, di una direttiva che "tuteli editori e giornalisti - stabilendo un prezzo ai contenuti - dal saccheggio di Google e soci". In realtà, a dirla tutta, non è che lo scontro relativo alla direttiva sul copyright sia una battaglia a favore del prevaricato contro il prevaricatore: è banalmente uno scontro tra due lobby potenti, da una parte, sì, le big tech, ma dall'altra le grandi compagnie editoriali che governano il mercato culturale e l'informazione e che finora hanno fatto il bello e brutto tempo alla faccia degli autori, autori che in questa vicenda assumono il ruolo dei bambini disastrati usati nei vergognosi spot televisivi di alcune ong e onlus allo scopo di impietosire e di spillare così più facilmente denaro da animi sensibili. Ma l'aspetto più madornale e sconcertante è che Sallusti attribuisca sic et simpliciter al "saccheggio di Google e soci" la colpa d'essere "la prima causa della crisi dell'informazione tradizionale". E questa sì che è una fake news.

Postato il: 19 09 2018 19:36

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