Sergio Fumich è nato a Trieste nel 1947. Ha svolto attività pubblicistica dal 1978 al 1995 come collaboratore del quotidiano di Lodi Il Cittadino. È stato direttore responsabile di alcuni fogli locali e della rivista di poesia Keraunia. Ha pubblicato libri di poesia e di racconti, libri di fotografia e grafica, libri ed opuscoli divulgativi.

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IL SEPPELLITORE DI NUTRIE

Blog di Sergio Fumich


"La giusta comprensione di una cosa e la incom­pren­sione della stessa cosa non si escludono."

(Franz Kafka - Il processo)


COPYRIGHT E CIALTRONERIA DELLE MAJORS

Come spiega la voce dedicata al tema di Wikipedia, con etichetta discografica si intende "un marchio commerciale creato dalle compagnie specializzate in produzione, e­ven­tual­men­te distribuzione e promozione, di musica e in taluni casi anche di video (specialmente video musicali), su diversi formati". Le etichette discografiche, dice Wikipedia, si di­vi­do­no sostanzialmente in tre categorie: le majors; le in­di­pen­den­ti; le vanity label. Qui ci si interesserà solo delle prime, le majors legate a multinazionali che detengono gran parte del mercato musicale mondiale.
Sempre nella voce di Wikipedia dedicata all'argomento, si scopre che l'evoluzione dell'industria musicale negli anni Set­tan­ta e Ottanta portò il controllo della maggior parte delle più grandi etichette discografiche nelle mani di poche compagnie multinazionali. Attualmente sono tre, Sony Music En­ter­tain­ment, Universal Music Group e Warner Music Group, e de­ten­go­no la maggior parte dell'industria musicale, dividendosi una quota di mercato secondo dati del 2005 pari al 71,7%. Tutte e tre fanno parte della RIAA, Recording Industry As­so­ci­a­tion of America, che è stata al centro delle controversie sullo sviluppo del peer-to-peer, dell'MP3 e della condivisione di file, accusata di attuare un comportamento lesivo nei confronti dei consumatori e degli artisti con i suoi tentativi di difesa degli interessi delle majors con campagne legali aggressive.
Uno degli ambiti che fanno da palcoscenico alla cialtroneria delle majors in tema di copyright, sicuramente il principale, è Youtube. A tanti sarà capitato di ritrovarsi nel mezzo di una contestazione di presunto uso di materiale protetto da copyright anche per semplici frammenti audio usati come sottofondo di clip video pubblicate nel sito. Fatto sconcertante, come l'esperienza insegna, che talvolta vengono contestate registrazioni audio secondo le leggi sul copyright ormai divenute di pubblico dominio o rilasciate in rete in precedenza dall'autore con licenza di uso libero, quando non del tutto inventate, della serie a provarci non si perde niente e se qualcosa arriva è tutto guadagno. Il caso più assurdo di contestazione che mi sia capitato riguardava un comizio di Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, che cantava assieme ai suoi compagni in una pubblica piazza una delle canzoni del repertorio comunista. La contestazione riguardava ovviamente non la prestazione canora dei presenti, ma il sottofondo musicale che si avvertiva a fatica, la canzone trasmessa dagli altoparlanti del palco, su cui le loro voci si sovrapponevano. Ma perché tutto ciò? la domanda è lecita e la risposta più che banale: perché sono malate di profitto e l'avidità, si sa, spesso fa passare con indifferenza sul cadavere di chi si ritiene un nemico in potenza, soprattutto in quest'epoca di digitalizzazione selvaggia che minaccia di intaccare quell'enormità di proventi che ha scatenato qualche decennio fa l'appetito delle multinazionali che operano da padroni nel mercato musicale. Perché diciamolo ciò che il buon senso obietta: che danno cosmico può creare una clip amatoriale, nel caso di Youtube, che sarà vista da cinquanta, cento persone, o nella migliore delle ipotesi da qualche migliaio, interessate alla clip in sé, non certo all'audio quale surrogato di una traccia professionale?
Da sempre la loro potenza economica trasforma la loro attività in vessazione. Sempre nella voce di Wikipedia riguardante le etichette musicali, dopo la spiegazione che "le etichette discografiche investono parte del loro denaro e della loro attività nella ricerca di nuovi talenti e nello sviluppo degli artisti già sotto contratto" e che "l'associazione del marchio all'artista (e viceversa in caso di artisti affermati) aiuta a rafforzare l'immagine sia della etichetta discografica sia dello stesso artista", si legge: "Benché ambo le parti abbiano bisogno l'una dell'altra, i rapporti tra le etichette discografiche e gli artisti sono spesso controversi, come avviene in ogni settore quando i rapporti fra le parti divengono paritari. Molti artisti hanno subito modificazioni o censure ai propri album da parte dell'etichetta prima della pubblicazione (canzoni modificate nei testi o nella lunghezza, copertine cambiate o progettate in contrasto col volere dell'artista, e così via). Le etichette discografiche operano queste scelte e modifiche con l'ovvio intento di ottenere maggior successo di vendita, e grazie ad ampi studi di mercato". Con la logica conclusione che, sì, "sovente le decisioni delle etichette discografiche corrispondono ad un reale successo da un punto di vista commerciale, ma questo può creare un senso di frustrazione nell'artista che percepisce il lavoro pubblicato come non proprio". Un atteggiamento non proprio etico, mirante allo sfruttamento di una possibilità ipotizzata di profitto che non tiene conto del soggetto che la rende possibile, l'autore, e, a rifletterci correttamente, degli stessi fruitori, trattati come animali da consumo. Un atteggiamento che viene da lontano, come Wikipedia ricorda, dai primi anni di nascita dell'industria musicale quando le etichette discografiche rappresentavano l'unica via di successo per un artista. "Negli anni quaranta, cinquanta e sessanta - ricorda l'enciclopedia online, - molti artisti erano talmente ossessionati dal firmare a tutti i costi un contratto con una casa discografica, da arrivare al punto di firmare un pessimo contratto, che talvolta non garantiva loro neanche i diritti sulla musica prodotta". Certamente la nascita delle etichette indipendenti prima e grazie allo sviluppo di Internet quella delle etichette online dopo, ha intaccato, seppure in minima parte, una posizione che in ambito analogico e ottico/digitale risultava assolutamente dominante, ma non l'arroganza e la cialtroneria delle majors che, intuendo ciò che sarebbe stato lo sviluppo futuro, hanno investito molto denaro per aprire il mercato virtuale d'oggi dove la distribuzione attraverso supporti fisici risulta quasi del tutto scomparsa. Business is business, e, dunque, per non farsi mancare nulla, ecco l'apoteosi della cialtroneria, che evidenzio di seguito.
Валентина Лисиця, Valentyna Lysycja o nella traslitterazione anglosassone Valentina Lisitsa, è una pianista ucraina, nata a Kiev, che attualmente vive negli Stati Uniti, notissima a livello internazionale. Valentina Lisitsa annovera un vasto repertorio che spazia da Bach e Mozart a Shostakovich e Bernstein, il suo canale Youtube ha 454.264 iscritti (dato rilevato il 17 settembre) e conta 182.425.579 visualizzazioni. Pure lei, come denunciato con la pubblicazione il 5 febbraio 2017 di un video ed il relativo commento, è stata bersaglio e vittima di una delle majors. Scrive la Lisitsa: "Io mi esaspero raramente. Ma Sony Music Entertainment ha deciso di congratularsi con me. Per così dire. Crede che la mia interpretazione di questo pezzo [la Partita n. 2 di Bach] - ben 90 secondi di esso - siano una reincarnazione di Glenn Gould [un pianista, compositore, clavicembalista e organista canadese nato nel 1932 e morto nel 1982 - ndr.]! E per questo motivo hanno bloccato il mio Bach in tutto il mondo. Sì, Sony Music Entertainment (SME in breve) mi sta impedendo di postare l'intero video e non risponde alle mie email (a proposito, la loro email è SMEdisputes@gmail.com). Forse questo video aiuterà. Ho fatto anche una clip video che mi contrappone a Gould nei 90 secondi per mostrare quanto ridicola (se non dolosa o fraudolenta) sia la richiesta come il ContentID di Youtube. Indovina un po'? Anche quel video 'fatto a pezzi' è stato prontamente bloccato in tutto il mondo. Lo metterò su Facebook, nel caso foste interessati. È una delusione totale. Guardiamo avanti. Mentre noi tutti aspettiamo di vedere il video di Bach, voi potete ascoltarlo dal vivo già la prossima settimana in Italia, una settimana dopo in Svezia (per esempio qui). Venite a controllare per conto vostro se io sono brava la metà di Gould!". Il video che ha titolo Valentina Lisitsa Plays Bach Partita #2 in Sony Music "Edition" ha avuto finora 25.866 visualizzazioni, ha ricevuto 255 commenti, 980 mi piace e solo 35 non mi piace da parte di utenti Youtube registrati.
La traduzione sopra riportata del commento di Valentina Lisitsa al proprio video pubblicato su Youtube è ovviamente mia, ma a proposito di traduzioni vi invito a leggere il mio prossimo post sul blog che evidenzierà una curiosità relativamente alle traduzioni online ed alla loro affidabilità, e riguardante, lo preanuncio, ancora i contenuti di questo post.
Valentina Lisitsa sulla vicenda ha pubblicato sempre lo stesso giorno un secondo video Gould vs Lisitsa :) Youtube Content ID Fail - or Copyright Fraud?, quello di cui si parla nel commento riportato, che avrebbe dovuto dimostrare sovrapponendo le due tracce come la contestazione altro non fosse che una bufala. Video come detto anch'esso bloccato. Anche questo secondo video ha un commento della nostra concertista, che traduco di seguito. Scrive la Lisitsa: "Qui sono i 90 secondi che Sony Music Entertainment denuncia essere perfettamente identici all'interpretazione della Partita n. 2 di Bach di Glenn Gould. Così identici da far loro bloccare la mia in 244 paesi. Leggi la vicenda qui - aggiunge dando il link al video di cui abbiamo detto sopra. Quanto ascoltate non è un frammento, sono le due tracce sovrapposte - la mia e quella di Gould. Ho sincronizzato l'inizio della clip esattamente da dove il reclamo parte. Realmente Sony e il ContentID di Youtube credono che siano la stessa cosa? Come potete bene udire, il tempo non è lo stesso, il ritmo non è lo stesso... La clip va fuori sincronia sin dal primo secondo. Va insieme per un momento da qualche parte nel mezzo. Io spero che questo esempio sarà utile a quei youtubers che giornalmente combattono per rimuovere reclami abusivi piazzati dalle grandi compagnie. Ne ho abbastanza e sono stanca di compilare controreclami e di supplicarli di farmi pubblicare per favore i miei video".
Per saperne di più su Valentina Lisitsa si può visitare il suo sito.
Il fatto che Sony perseveri pretestuosamente anche di fronte all'evidenza in una azione inspiegabile che getta solo ridicolo e discredito sulla compagnia, è difficile da comprendere, anche se qualcuno può vedere o immaginare nel caso della Lisitsa una sorta di malevola intimidazione nei confronti di un'artista, dal vasto seguito mediatico in rete, che pubblica per la Decca Records, etichetta che fa parte della concorrente Universal Music Group. Tuttavia resta il problema di fondo: ha un senso una pretesa di copyright su una registrazione digitale? Un mio dialogo sulla questione nel forum della rivista online Punto Informatico anni fa è alla base del mio ultimo libro ALEPH-ZERO. La Biblioteca di Babele esiste, che è in vendita nelle librerie online, e principalmente nei canali di Amazon. Uno degli aspetti che il libro evidenzia (e dimostra) è il fatto che quello del copyright sia solo un falso problema che serve a nascondere l'ingordigia dei grossi gruppi editoriali multinazionali. Una lettura che consiglio, anche se può sembrare consiglio non disinteressato.

Postato il: 18 09 2018 09:34

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